L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

La giusta correzione fraterna

Come dire alle persone cosa non va in loro? Come organizzare momenti di reciproco scambio sui problemi di convivenza? Un formatore

 

Come ho anticipato nel precedente numero di questa rubrica riguardo alle calunnie e alla mormorazione ci sono ancora due aspetti da affrontare. Il primo riguarda la convivenza tra persone non scelte tra di loro e che umanamente spesso hanno poco in comune. Non dico una cosa nuova in quanto è un aspetto che mi sembra molto significativo nei processi vocazionali e sul quale, perciò, più volte ritorno.

La naturale antipatia può essere uno dei carburanti della maldicenza. È normale ritrovarsi in seminario, in diocesi, in comunità, con fratelli e sorelle che sul piano relazionale sentiamo addirittura “insopportabili”. E non potrebbe essere altrimenti proprio perché non si tratta necessariamente di contesti amicali dove ci sia, cioè, una comunanza di gusti e di sensibilità, ma di contesti innanzitutto trascendenti – suona altisonante, ma è così – e poi anche umani. O quanto meno umano-trascendenti.

La fede, infatti, è la prima motivazione dello stare insieme. Più concretamente è la passione per una stessa parola del Vangelo che quel carisma ha colto e ha declinato in una forma specifica. Ciò significa che se da una parte è naturale – non peccaminoso né patologico – che ci siano attrazioni e repulsioni tra fratelli e sorelle all’interno della vita in comune, dall’altra la gestione di sentimenti ed affetti non può fermarsi a quel livello orizzontale. In linea di massima è difficile cambiare gli istinti del mi piace/non mi piace – talvolta succede però! –, ma ciò non rende leciti gruppi esclusivi tra quanti «stanno bene tra di loro» né, tanto meno, chiacchiere distruttive verso quanti non mi piacciono, in modo che prima o poi se ne vadano!

Mario, Giorgio, Andrea, Laura, Caterina, Maria, per me possono essere umanamente pesanti ma se cerco di annientarli, parlandone male, mettendo voci negative su di loro, creando zizzania attorno alle loro persone…sto appiattendo paurosamente l’ideale. Un atteggiamento tipicamente infantile o al più adolescenziale, e perfino – mi si passi l’espressione – dal sapore un po’ mafioso. Si può stare insieme, nel percorso vocazionale, solo “spostando” la motivazione dal piano naturale della convivialità, a quello di un Ideale che accomuna. È l’unico vero fondamento della vita in comune.

 

Riguardo, invece, al clima comunitario, posso dire che la mia esperienza con uomini e donne in percorsi vocazionali è quella di una forte esigenza di rinnovamento soprattutto riguardo alla comunione fraterna.

Se fino ad un decennio fa l’autorità gerarchica tendeva ad essere il principale interlocutore e referente dei sacerdoti come dei consacrati, oggi questo non è più sufficiente. C’è un’urgenza di imparare a fare «comunità», anche da parte di chi non è dentro una comunità in senso stretto (ad esempio i sacerdoti diocesani). I giovani in particolare, ma non solo loro, non si accontentano più di un “a tu-per tu” con i superiori/le superiori. Hanno bisogno di rapporti sani anche tra di loro, chiedono di poter imparare a vivere l’amicizia, a vivere la relazione con l’altro sesso, a superare i conflitti, reclamano spazi dove possano esprimere anche le osservazioni critiche. Le comunità sono chiamate a prepararsi a queste sfide del nostro tempo.

E qualora, comprensibilmente, non si sentissero pronte o avessero dubbi su come favorire un interscambio prudente e adeguato – non è una terapia di gruppo, lo ripeto – possono in tutta serenità chiedere l’aiuto e il confronto con altre comunità o con esperti esterni, sensibili ai temi vocazionali.

Questo ha a che fare con la mormorazione? Credo proprio di sì, in quanto, la tendenza diffusa, in tempi non lontani, era quella di esprimere le cose che non andavano direttamente ed unicamente al responsabile di riferimento. Ho ascoltato molte volte utilizzare il termine «mi ha consegnato» tipicamente militare, per indicare il fratello o la sorella che andava a lamentarsi col superiore, piuttosto che dialogare con l’interessato. Il superiore doveva fare poi salti mortali per poter gestire la cosa senza che venisse fuori il mittente. Ambiguità su ambiguità.

Ecco, credo che queste abitudini stiano cambiando e debbano cambiare. Sono adulte le persone che compiono scelte vocazionali e in quanto tali dovrebbero essere messe in condizione di imparare a comunicare, ad esprimere difficoltà, tensioni… Altrimenti tutto questo si trasforma in critiche da corridoio, atteggiamenti divisivi che fanno malissimo al gruppo.

Non si tratta di fare terapia all’interno della comunità, proprio no! Anzi quelle realtà che ingenuamente ed in buona fede hanno percorso questa strada hanno avuto grosse difficoltà, successivamente, a ricomporre un clima sereno. Si tratta, invece, di educarsi reciprocamente ad una comunicazione interpersonale sana, assertiva, capace di esprimersi in modo diretto e senza ricorrere a canali subdoli.

Penso sia fondamentale, inoltre, considerare che l’obiettivo non è quello di farsi una psicoanalisi reciproca, né diventare censori gli uni degli altri, ma aiutarsi ad amare meglio, a crescere come uomini e donne sempre più disposti al dono di sé. Questo è l’orientamento che può dare senso e direzione agli spazi e ai tempi che ogni gruppo vocazionale, magari con nomi diversi, finalizza alla correzione fraterna in senso evangelico. Ogni comunità pensi seriamente a come farlo.

Le realtà che, fin dalla prima formazione, favoriscono un simile processo di confronto interpersonale, mi pare siano quelle più sane e autentiche. Al loro interno, cioè, si respira un clima sereno – pur con tutte le tensioni che ogni famiglia vive – non “mormorante”, né fondato su relazioni formali, come tra semplici «colleghi», o di facciata, come se i membri sfogliassero un galateo delle buone maniere (che non è da disdegnare, ma non basta per fare comunità). Lì non ci sono chiacchiere di corridoio, perché non ce n’è bisogno.

Sono convinta – per concludere – che si crei, allora, come un circolo virtuoso: lavorare per costruire fraternità autentiche aiuta la crescita dei singoli membri che, a loro volta, sostengono il processo di crescita della comunità stessa. Il “cambiamento d’epoca”, come direbbe il nostro Papa, lo richiede. La Grande Bellezza delle vocazioni di “speciale appartenenza al Signore” è il loro essere laboratori di comunione, di cui oggi c’è davvero bisogno.

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Vita consacrata

Fraternità, non collegi

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Ho partecipato con interesse, e devo ammettere anche con curiosità alla Zoom dedicato ai percorsi vocazionali “Parliamoci chiaro”. Mi è piaciuto essere tra persone che condividono le stesse aspirazioni, le stesse battaglie, un quotidiano simile, mi sembra che in questo contesto potremmo essere veramente liberi di confrontarci apertamente. Rimango però stupita che non si tocchino questioni secondo me molto diffuse, quelle che i nostri ambienti, con le età più diverse, funzionano ancora come a scuola: maestra e studenti. Eppure non siamo in formazione. Potrà mai cambiare questa mentalità nelle realtà femminili? Una consacrata Sono un giovane in cammino verso il sacerdozio, già da qualche anno nella vita religiosa. Non ho una crisi vocazionale, anzi sono stato appena ammesso all’ultima tappa di formazione e ne sono orgoglioso. C’è però di che scoraggiarsi nei nostri ambienti talvolta. Dinamiche infantili di gelosie e competizioni, non sembrano realtà di fede. Come possiamo far crescere i nostri ambienti? Avremo modo di toccare anche la parte “sporca” della nostra vita?  


Grazie davvero del vostro riscontro molto affine. Franco e onesto. Solo per ragioni di spazio ho dovuto abbreviare le due riflessioni, ma la sostanza mi pare sia molto chiara. Ne parleremo, sì, all’interno delle serate dedicate ai percorsi vocazionali e alle dinamiche di vita fraterna. Ma quello che dite mi sembra particolarmente importante e qualche considerazione la condivido fin d’ora. Si può riconoscere, in effetti, che il mondo comunitario femminile, in particolare, abbia, sul piano dell’autonomia, delle fragilità marcate. Direi che però la questione non riguarda solo le donne, come il giovane ci fa notare. Il vecchio retaggio di obbedienza, intesa come adesione quasi incondizionata e cieca alle indicazioni dei superiori e la comprensione dell’unità carismatica come un’unica mente e un’unica coscienza (sempre quella del superiore) pesano ancora sull’andamento della vita consacrata maschile e femminile (in quest’ultima in modo più pesante). Parlo a grandi linee, e quindi è chiaro che la mia prospettiva rimane poco rispettosa delle specificità, e di quelle realtà, invece, vivaci e adulte. Qualche approfondimento in più lo riserviamo proprio allo spazio un po’ più ampio degli incontri serali. Tuttavia è innegabile che oggi un tema centrale nel ripensamento della formazione e del vivere insieme, sia la necessità di aiutare i percorsi vocazionali a tirar fuori uomini e donne capaci di stare in piedi sulle proprie gambe, di assumersi responsabilità e progettualità, di avere menti pensanti, e non scolaresche o giardini d’infanzia. Il più volte citato Manuale Diagnostico di ultima generazione, nella nostra rubrica, il DSM-5, prevede, infatti, tra gli aspetti relativi alla maturità – che il testo chiama funzionamento di personalità sano o adattivo – quello dell’utilizzo di standard interni di comportamento costruttivi e prosociali. Peccato che questo attributo molto significativo dell’identità personale non sia incluso esplicitamente nelle tappe formative da verificare nei candidati, e direi neppure nella formazione dei formatori. Perché, per essere onesti, la necessità dell’aspetto costruttivo e prosociale deve essere chiaro anche in chi affianca la formazione e in chi ha ruoli di leadership, in quanto il punto cruciale è proprio nell’errata comprensione di tali dimensioni. Favorire processi di autonomia non vuol dire, infatti, creare menti ribelli e realtà centrifughe, dove ciascuno è proiettato altrove o solo sui propri bisogni. O quanto meno non dovrebbe essere questo il senso dell’autonomia adulta. Sempre per riprendere il Manuale, viene richiesto un atteggiamento costruttivo, ma appunto anche prosociale. Viene chiesta una stabilità di stima personale, ma anche la comprensione e la valorizzazione delle esperienze altrui… Intendo dire che la persona sana, equilibrata, che sta nel posto giusto, sa assumersi la bellezza e l’onere della propria vocazione, quindi ha una propria coscienza, e insieme sa guardare oltre se stessa, essendo in grado di vivere anche la dimensione interpersonale senza conflittualità eccessive, senza esclusioni o selezioni rigide. Gli ambienti formativi e di vita comunitaria, seminari e case religiose, dovrebbero senz’altro tenere conto di questo duplice livello e del duplice impegno: a) la persona va aiutata a crescere perché diventi capace di conoscere se stessa, di avere idee proprie e libere, cioè non dipendenti o schiacciate su quelle altrui, (“chiari confini tra sé e gli altri”, direbbe il nostro Testo), e poi va sostenuta perché sviluppi empatia e relazioni disinteressate. b) formatori e superiori devono acquisire strumenti personali per vivere la “genitorialità” (espressione tanto usata) in modo sano e veramente a servizio della persona: quale genitore vorrebbe un figlio che non è in grado di prendere decisioni e di diventare interiormente libero? Cosa se ne fa la vita religiosa e sacerdotale di persone mai cresciute? Semplicemente adesive, passive e fidelizzate a questo o quel superiore. L’apparente docilità di alcuni soggetti, in realtà spesso non è stabile, anzi facilmente le persone non-autonome cambiano “capo” non appena ne trovino uno più consenziente o più attento a loro! Concretamente questo si traduce nella possibilità che andrebbe lasciata fin dalla formazione di proporre iniziative, di portare avanti degli impegni in modo creativo con margini di autonomia (e inevitabilmente di errore), senza livellare le diverse sensibilità su una sola, quella del superiore/della superiora. D’altra parte, è pur vero che raccolgo espressioni di fatica in chi è responsabile di formazione, di comunità o di diocesi, perché a fronte di tanto parlare di autonomia il giovane, la giovane, per età o percorso, non è così proattivo rispetto alla propria vocazione e l’atteggiamento è piuttosto passivo e di attesa che sia sempre l’altro ad assumersi gli oneri di un’attività, o semplicemente di un progetto. Allora, in questo senso, è fondamentale che la capacità personale di mettersi in gioco, di sviluppare un’appartenenza – che non vuol dire adesione fideistica e a “mente spenta” rispetto ad un carisma e quindi ad un cammino – sia un requisito presente nella valutazione di una vocazione, ma anche nella formazione dei formatori e superiori. Fanno comodo persone che non obiettano mai nulla, che non fanno rumore, che aderiscono e basta, ma nel tempo sono le stesse persone che andranno in pre-pensionamento rispetto agli impegni comunitari o pastorali. Concludo riprendendo le due osservazioni iniziali: è urgente che gli ambienti di formazione e di vita insieme, comunità religiose o case di sacerdoti, siano famiglie nel senso più sano del termine. Nessuno rimane dipendente a vita da un altro, a meno di dinamiche patologiche. Saper coniugare la crescita adulta dei membri di un gruppo, con il senso fraterno, libera gli ambienti vocazionali da quell’aria “scolastica” o dall’essere solo luoghi di passaggio che talvolta può inquinarli.
Vita in comunità

Ancora fratelli

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Negli ultimi anni ormai non facciamo che parlare delle relazioni fraterne. Partecipiamo a incontri, riempiano questionari di valutazione, ma le pecche di fondo rimangono sempre le stesse. Serve veramente parlarne? Negli incontri di clero i rapporti interpersonali da qualche tempo sono al centro dei ritiri e della formazione. Sinceramente, ma che noia, sempre le stesse cose per poi non cambiare una virgola.


La fraternità. È un tema ineludibile oggi, anche se, come osservano le due voci femminile e maschile, sembra essere finito in un vicolo cieco. Sono numerose, è vero, le riflessioni, gli incontri e i testi che trattano delle usurpazioni all’interno del clero e della vita religiosa. Si usurpa la fiducia, si saccheggia la psiche non solo quando si giunge all’abuso sessuale, ma anche quando ci si appropria della capacità di autonomia e decisionale delle persone affidate, pretendendo di fare scelte al posto loro, e di orientare la coscienza collettiva col pensiero unico (il proprio). Il mondo maschile ha le sue derive più facilmente in ambito fisico; quello femminile, come ormai si rileva apertamente, tende a corrompersi nelle forme di manipolazione e di ingiustizia all’interno delle dinamiche comunitarie. Fin qui siamo tutti concordi. Il punto cruciale, e quindi le considerazioni inziali sono molto centrate, credo però sia come si possa ripensare in positivo questo scenario che sta emergendo grazie anche all’ingresso delle scienze umane nella vita di sacerdoti e religiosi/e. Penso che sguardi diversificati – non solo dall’interno, ma anche dall’esterno – abbiano permesso di superare alcuni silenzi ostinati, al limite dell’omertà, e stiano favorendo il fermento che oggi segna il nostro tempo, riguardo alla vita della Chiesa in generale, e delle sue espressioni vocazionali in particolare. Va bene, ma quindi? Preso atto che alcune dinamiche vocazionali, legate al potere, alla gerarchia, alla provenienza geografica, sono state spesso ingiuste e molto gravi, è necessario aprire delle finestre di nuove possibilità di ripresa. La parte destruens non dico che sia la più facile, perché comunque ci è voluto molto tempo per poter sollevare alcuni temi scomodi ancora in ballo, ma senza dubbio è la più immediata. Ora ci vuole il coraggio di proposte di orizzonte. Lavorando a contatto con il mondo religioso: sacerdoti, missionari, suore, consacrate, laici impegnati, volontari, osservo le “buone pratiche” che notoriamente rimangono in sordina, ma che sarebbero da mettere in mezzo ai quintali di critiche che leggiamo e ascoltiamo ogni giorno. Senza edulcorare le realtà che rimangono gravemente difettose, e senza dipingere di rosa situazioni cariche di sofferenza. Giorni fa lavorando con alcuni giovani sono rimasta sorpresa nel notare il clima di franchezza che emergeva dai loro vissuti condivisi. Non era una lezione teorica e l’intenzione di questi ragazzi non era certo quella di fare propaganda vocazionale, semplicemente raccontavano uno scambio avvenuto con i loro formatori. Devo dire che ho pensato che come vita fraterna la loro non era niente male! I ruoli rimangono chiari, ma le relazioni comunitarie sono scariche di soggezione e privilegi. Il lavoro comune, ad esempio. Nel rispetto degli impegni personali diversificati, il ménage domestico è gestito in modo equanime da tutti, superiori, formatori, anziani e giovani. Tutti passano per la cucina, per il servizio a tavola, per la pulizia del giardino, e poi per i rispettivi lavori, magari anche di docenza accademica. Piccole cose, è chiaro. L’equipe formativa – e già che ci sia un’equipe, e la formazione non sia affidata ad un’unica figura è molto – non abita spazi a sé, non gode di specialità proprie e i giovani possono contare su presenze concrete, perché si vive insieme gomito a gomito, presenze umane perché difettose, ma anche impegnate quanto i membri in formazione a portare avanti la vita comune e carismatica. Ripeto spesso quanto sia necessario rispettare la riservatezza di ciascuno negli ambienti vocazionali, a motivo delle età, delle maturità e delle sensibilità diverse, tuttavia ci può e ci dovrebbe essere, uno scambio e un quotidiano autentico, non artefatto. Un altro esempio: chiedere a un fratello o a una sorella il cui familiare sta attraversando un momento duro, “come va? ha ricevuto i risultati dell’esame? è uscito dall’ospedale? ha trovato lavoro?” è fare famiglia senza invadere. Notare se Paolo o Carla sembrano particolarmente stanchi, perché più silenziosi a tavola, e provare a farsi prossimi magari sollevandoli da un onere, è un modo di essere fratelli e sorelle senza “impicciarsi” a tutti i costi dei dettagli personali. La prossimità nella vita in comune talvolta rischia di essere confusa con forme infantili di gregge, e allora forse è proprio la dimensione che andrebbe recuperata nelle relazioni comunitarie. L’interesse per l’altro non è pettegolezzo, se mosso dalla volontà di far funzionare la propria famiglia. Certo non è “mia” la comunità, l’altro è chiamato da Dio, ha una propria identità, coscienza, e vocazione, ma condividiamo la scelta carismatica e la missione, quindi mi sta a cuore che insieme cerchiamo di stare bene e fare del bene. Tra l’appropriarsi del carisma e della comunità come fossero oggetti personali o un esercito a mia disposizione, e vivere sotto l’insegna “ognuno per sé e Dio per tutti”, ci passa tutta l’esperienza della costruzione di un gruppo di fede e umano, adulto, orientato verso una missione, dove i singoli non sono giustapposti come estranei in un’azienda. Un’arte sopraffina senza dubbio. Perciò, se butto l’occhio su chi mi siede accanto a tavola anziché essere concentrato solo sul mio piatto, se mi ingegno per trovare un modo di comunicare con Francesca e Marco che non sia discriminante, offensivo e che non li faccia sentire esclusi (è uno sforzo, sì), o ancora se cerco di favorire e partecipare ai momenti comuni non da maestro ma da fratello o sorella, sono sulla strada per la costruzione di nuove fraternità. È difficile, è vero, gli ambienti vocazionali sono feriti e logori da situazioni e da stili spesso duri a morire. L’alternativa, però, è mandare tutto all’aria, dimenticando che ieri come oggi ci sono uomini e donne incredibili, generosi, aperti al dialogo, con tanta voglia di cambiare a partire da se stessi, e i giovani che ancora si affacciano in seminario e nelle esperienze comunitarie, in ogni parte del mondo, ne sono testimoni. Possono essere di aiuto, in questa direzione, i confronti interni tra presbiteri e in comunità, ma anche confronti esterni per non diventare autoreferenziati. La trasversalità di vocazioni e di competenze che si aiutano a vicenda, credo sia uno strumento efficace per assumere il coraggio di lasciarsi “guardare” da altri e non solo dallo specchio, che talvolta rimanda immagini ingannevoli.
Vita in comune

In comunità siamo una famiglia?

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Giorni fa ho richiamato un giovane che, durante un momento di gruppo, ha espresso alcuni sentimenti personali. Il mio richiamo è nato dalla preoccupazione che fratelli più anziani e maturità diverse avrebbero potuto travisare quell’espressione di sé. E infatti, dopo pochi giorni, qualche fratello è venuto a discutere con me non avendo capito cosa Marco [nome di fantasia] volesse dire. Torna, allora, un nostro “campo di battaglia” sull’essere gruppo: cosa significhi e quali sono le accortezze da mantenere. Un formatore


  Non è nuovo per questa rubrica l’argomento famiglia e fraternità. Tema affascinante e significativo. Bellissima categoria antropologica il “siamo famiglia” ma chiederei innanzitutto “quale famiglia”: tra ieri e oggi ci sono state talmente tante trasformazioni che l’assetto domestico ha cambiato volto nell’ultimo decennio, e si fatica un po’ a delineare un quadro familiare standard. Si sono accorciate le distanze genitori-figli, piuttosto amici che educatori i primi verso la prole, il lavoro con i suoi ritmi ha reso la presenza in casa da parte di padri e madri ridotta al minimo, l’ingresso della tecnologia ha aperto varchi enormi nelle giornate anche dei più piccoli, con tutta una serie di conseguenze sulla dimensione relazionale e sessuale. Se ne parla molto già da tempo e questi sono solo rapidi cenni. La vita comunitaria dove si colloca? È necessario utilizzare la categoria famiglia secondo alcune coordinate di riferimento, perché la chiarezza chiama in causa il modo di comunicare tra i membri, lo stile di vita insieme, il rapporto di chi è chiamato a governare con gli altri membri, l’apertura di sé con i fratelli e le sorelle di comunità. Le esperienza soggettive nelle realtà di origine sono le più diverse è chiaro, tuttavia la vita fraterna nei processi vocazionali ha bisogno di riferimenti propri che aiutano ad evitare confusioni nei rapporti interpersonali. Questa volta proverò a condividere qualche considerazione esperienziale per punti sintetici, che non possiamo approfondire singolarmente. Chiedo scusa se propongo temi noti a chi vive direttamente una vocazione comunitaria, è solo una strada per dare voce a riflessioni che nascono dall’affiancare storie concrete di vita.
  • I ruoli sono temporanei: non si è responsabili o formatori a vita, non ci sono genitori/figli, mamma/papà. I compiti che si ricevono in comunità o nell’Istituto hanno una durata temporanea e funzionale allo svolgimento di un servizio, per il bene dei fratelli e delle sorelle. Gli incarichi, però, ruotano e chi è oggi superiore, domani lascia quell’impegno e ne assume un altro. Di fatto il piano è paritario e di reciproco dono. Una grande benedizione per la vita in comune questa rotazione che evita l’appropriazione di un “titolo” e la tendenza naturale a viverlo come “mio per sempre”.
 
  • L’ambiente comunitario è familiare purché si declini questo termine tenendo conto che a stare insieme sono persone che talvolta non si conoscono, perché magari trasferiti da un’altra sede. In ogni caso, anche laddove la comunità fosse stanziale: le età, i percorsi di vita, le storie personali e le provenienze geografiche sono molto diverse. Quanta delicatezza è richiesta per un assetto simile! L’idea di “appartenersi” l’un l’altro (“altrimenti che comunità saremmo”) quasi mi spaventa: la vocazione non avviene come gruppo. La coppia si sceglie, si dona e si appartiene reciprocamente (ma anche qui bisognerebbe declinare meglio l’appartenenza); i membri di comunità, invece, hanno una fisionomia differente, che rischia altrimenti espressioni fusionali molto pericolose e malsane. È sempre Dio all’origine di ogni vocazione, tuttavia nessuna vocazione può esattamente conformarsi ad un’altra. L’apertura che un coniuge ha con il partner, ad esempio, non può essere l’icona di riferimento per immaginare che Carlo debba aprirsi con Mario, Francesca debba raccontare ogni dettaglio di sé a Paola.
  Durante i pasti, in casa – per fare un altro esempio – talvolta si affrontano argomenti delicati che riguardano questioni interne di famiglia, ma di solito si presta una maggiore attenzione rispetto ai contenuti qualora ci fossero persone non del nucleo più stretto. Crescere insieme e conoscersi da anni, come accade nella famiglia naturale, orienta il modo di stare insieme e di comunicare, di conseguenza anche la conversazione domestica si modella prestando una cura di riservatezza. In comunità, mentre si è a tavola, si potrebbe parlare del lavoro, della giornata, di “come è andata oggi” (cosa che purtroppo non sempre avviene), ma sarebbe meno opportuno scendere in questioni private in uno spazio di per sé non deputato alle “confessioni”. Schiacciare, quindi, la comprensione della fraternità su un’apertura incondizionata, “tutto a tutti” e aspetti simili porta a disordine. Ci sono luoghi, spazi e modalità di condivisione, che dovrebbero rispettare la conformazione di quello specifico gruppo. Non ha senso ragionare in astratto.
  • Si è fratelli e sorelle, ma la fonte di tale legame dà l’impronta al modo di esprimere la relazione fraterna. Il linguaggio. Il decoro personale. La postura corporea. Potrebbero essere titoli per altrettante riflessioni sullo stile di un ambiente vocazionale. I giovani che entrano in quell’ambiente quale clima trovano? È vero che lo spazio non “costruisce” la persona, ma di certo la condiziona, la educa, la bellezza attiva bellezza, il tono di voce ispira emulazione nel tono di voce, un abbigliamento decoroso favorisce una dignità corporea. Potremmo andare avanti ancora con l’elenco.
  È forse un galateo la vita fraterna? Attenzione – mi si permetta – a non travisare delle accortezze che custodiscono lo stare insieme tra persone non selezionate l’una con l’altra, a delle forzature relazionali e ambientali. Per concludere. Partecipare a tutti che “ho iniziato una psicoterapia”, “mi sono innamorato e sto vivendo un momento difficile”, “quando ero piccolo sono stato abusato”, “ho capito di essere omosessuale”, “Giulia, la mia consorella, non mi piace come si comporta”, “che razza di responsabile ci hanno dato”… e affini, cioè ogni nota personale, intima, per sua natura delicata, deve trovare interlocutori pensati, decisi non sull’onda emotiva o di un astratto concetto di “famiglia”, ma di una riflessione seria e orientata al bene comune. Spontaneità e autenticità sono costrutti ben diversi. Ambienti attenti e curati, nel senso delineato finora, rispettosi della dignità di una vocazione umano-trascendente, che non scadono perdendo di vista quanto esigente e bella sia una chiamata sacerdotale o religiosa, fanno la qualità di un contesto comunitario. L’umanità del singolo così non viene mortificata, anzi, credo sia custodita al meglio dall’impegno personale di ciascuno e da un contesto che riflette su se stesso e sul clima che respira chi arriva e si ferma lì.
Vita in comunità

Finestre o muri

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Siamo alcuni formatori e formatrici che si sono incontrati in una recente giornata di studio, e lavorando nei gruppi è emersa una problematica comune: come mediare tra le esigenze che realisticamente le nostre comunità, i nostri Istituti oggi hanno, e le esigenze e spesso le richieste dei singoli fratelli e sorelle? Il percorso comunitario può essere inadeguato al singolo, ma anche il percorso del singolo può diventare “scomodo” per ciò che invece si attende la comunità. Talvolta, per non dire spesso, si creano tensioni, si tira da una parte e dall’altra la questione, da cui divisioni e parteggiamenti. Capiamo che la cosa detta così è generica, ma ci sarebbe utile qualche pista percorribile per venir fuori o non cadere in queste “trappole” conflittive e divisive. Come fare?


Molto interessante la vostra sollecitazione, sia per le esperienze comunitarie che per quelle familiari. Al solito, non credo che la pista sia univoca e non solo perché non entriamo nello specifico concreto della situazione, come del resto la domanda nota, ma soprattutto perché vivere insieme pone interrogativi complessi, e complesse sono le vie che si aprono, a partire dall’evento singolo. Forse potremmo provare a riflettere sui due aspetti che rimangono entrambi veri, significativi, e inscindibili nelle vocazioni relazionali. Mi piace parlare di vocazioni relazionali perché nessuna scelta di vita è per sé o si esprime solo individualmente. Questo significa che non si può prescindere dal sé, ma neppure dal dato fondamentale che essere coppia vuol dire vivere a-due, essere prete vuol dire vivere per la comunità che gli viene affidata, e per la realtà più grande che è la Chiesa, essere comunità vuol dire che la fraternità è parte integrante della “mia” vocazione. L’intreccio, allora, è assai stratificato. Ma, appunto, non ne usciremmo facilmente se ci mettessimo a definire da quale parte l’ago della bilancia deve orientarsi. La persona o il gruppo. Dovremmo evitare, anzi, i ragionamenti binari perché schiacciano e falsano le prospettive, quando si voglia riflettere con una disponibilità autentica. Chiunque di noi sperimenta il bisogno di essere accolto non in modo anonimo, né come membro “X”, ma di avere un posto speciale nell’interesse del partner, del Vescovo, del superiore, della formatrice, di quel confratello o consorella. Questo dice di bello quanto abbiamo necessità dello sguardo altrui, dell’attenzione raffinata e personale delle persone con cui viviamo. Dice che non siamo dentro un progetto d’azienda e che la motivazione relazionale rimane centrale in famiglia, come in vocazione (ormai ci intendiamo sull’uso di questo termine). Il punto è, come ben individua l’interrogativo iniziale, se è necessario mettere un confine a questo bisogno, oppure esso è sconfinato. Di conseguenza: chi dovrebbe corrispondere al nostro bisogno e fino a dove. Sull’altro versante: quanto si deve rinunciare ai propri desideri se il gruppo lo richiede. Penso sia fondamentale mantenere chiaro che non è pensabile disgiungere il singolo dal contesto comunitario, ed entrambi sono chiamati ad un processo di maturazione, che potremmo anche declinare, in modo meno tecnico, come processo di dono, di espansione del cuore, di generatività. Perciò, se è vero che la persona ha un mandato di crescita e di allargamento delle proprie risorse identitarie e interpersonali, quando sia nel “posto giusto”, è vero anche che il contesto deve fare la sua parte, in quanto è chiamato a sua volta a crescere, che vuol dire diventare flessibile per accogliere i nuovi membri, per essere disponibile di fronte a situazioni difficili di malattia, malessere interiore, ingresso di giovani fratelli e sorelle che portano proposte nuove. Dire che chi entra in un processo vocazionale è solo al servizio di un progetto, mi pare riduttivo rispetto alla grandezza che potrebbe assumere una prospettiva di relazione singolo-comunità-Chiesa. Non c’è lotta di potere, chi comanda e chi ubbidisce. Di fatto, è chiaro che i ruoli sono diversi, ma non è in termini di forza che si può risolvere il dilemma, quando, arriva uno stimolo nuovo in comunità: Marco avanza una richiesta di studio, mentre servirebbe che lui facesse altro; Francesca chiede di essere trasferita mentre la sua presenza sarebbe molto utile qui… Esempi banali, ma indicativi di questioni normali e ordinarie che la vita ci mette davanti. Quindi, cerchiamo di non perdere di vista che ci sono sempre almeno due interlocutori in una vocazione. Mi vengono in mente, a questo proposito, gli studi sulla comunicazione non violenta:
  • che cos’è che ci fa allontanare dalla nostra natura empatica, portandoci a tenere comportamenti violenti e strumentalizzanti?
  • che cos’è invece che permette ad alcune persone di rimanere collegate alla loro natura empatica anche nelle circostanze più difficili?” (da: M.B. Rosenberg, “Le parole sono finestre oppure muri”).
Come rimanere umani in condizioni difficili? Riprendendo un’altra domanda-sintesi dello stesso volume. Il senso è che dietro una richiesta ci sono bisogni, sentimenti, emozioni, ed è necessario, per rimanere umani e sintonizzati gli uni con gli altri, andare oltre la richiesta “secca”, il comportamento esplicito, le generalizzazioni massicce che cercano di incasellare, stigmatizzare, e giudicare. Nuovamente: vale per il singolo e vale per il gruppo. Torno alla questione iniziale: è vero che il rischio di richieste bizzarre o egocentrate è vivo negli ambienti comunitari, ma dal momento che si tratta di contesti adulti e di fede, di altissimo spessore, vale la pena cercare vie che rispettino la complessità delle situazioni. La formazione potrebbe aiutare la persona ad acquisire un senso di appartenenza rispetto alla realtà che sta scegliendo, perché la senta sempre più sua, per averne cura, per essere progettuale e propositiva. In tale direzione si favorisce la presa in carico – piuttosto che la competizione – seria, affettuosa e autentica di Marco rispetto al suo Istituto. Nello stesso tempo l’ambiente comunitario dovrebbe dirsi: “Francesca è parte di me”, non è irrilevante che stia bene o male, che abbia un’esigenza o ne abbia un’altra. Maturare, quindi, è il cammino di uscita da sé, dai propri schemi rigidi e autoreferenziati per cogliere cosa sta accadendo dall’altra parte. Marco e Francesca ascoltano la comunità e quanto ha da dire, la comunità sospende il giudizio per cogliere cosa sta effettivamente chiedendo Marco o Francesca. Si attiva, allora, un processo di reciprocità che non va tanto a caccia di soluzioni – pur talvolta necessarie e ineludibili – ma di quel terreno comune dove si potrebbero trovare delle proposte accettabili per entrambi. Spesso, invece, siamo impantanati in un luogo che ingabbia e non apre a nulla! Come nel caso del braccio di ferro. Uscendo, quindi, dall’imbuto per cui il singolo è capriccioso/la comunità troppo esigente, penso che la grande avventura del vivere insieme – nelle piccole, come nelle grandi cose – sia il rimanere dentro i processi di mutua ricerca dell’altro, delle sue esigenze, e sorpattutto della comune appartenenza ad un’unica realtà umana e spirituale.
Chiesa

Omosessualità e vocazione: una sfida doppia?

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Sono un sacerdote formatore in un Istituto a vita comune e uno dei giovani che seguo mi ha fatto conoscere la vostra rubrica. Ho cercato e trovato anche il tema che oggi vorrei evidenziare, quello dell’orientamento omosessuale. È entrato in comunità un ragazzo trentenne, laureato in Ingegneria, con esperienze lavorative proficue (un ragazzo in gamba), il quale mi ha manifestato fin dai primi incontri la propria omosessualità, e qualche pregressa esperienza affettiva con ragazzi. Questa esplicitazione mi ha spiazzato perché in genere, semmai, una simile apertura avviene molto in là nel tempo e quasi mai in maniera spontanea. Ho letto i numeri della rubrica che hanno riguardato l’argomento, ma quando poi tocca in prima persona il servizio che si porta avanti gli interrogativi si fanno concreti. La nostra realtà comunitaria sta cercando di formarsi meglio sull’argomento, quindi la mia è una richiesta di qualche suggerimento su come procedere. Non ci sono ricette, ma sicuramente sarà importante avere alcune indicazioni di massima per non far del male a nessuno. Grazie, p. Roberto  


Grazie davvero! È vero che abbiamo affrontato l’argomento in diverse occasioni, ma quando si parla della persona, dei suoi processi, del suo mondo emotivo-affettivo, non c’è mai nulla di scontato. Come sempre nello stile di questa rubrica – che lei ha conosciuto da poco – propongo qualche riflessione che ho elaborato attraverso lo studio, il confronto con colleghi, con formatori/formatrici e attraverso l’esperienza di accompagnamento psicologico di chi vive la vocazione presbiterale, monastica, a vita comune. Questo per dire che non si danno “soluzioni”, e che l’opportunità di lasciare aperto il dialogo, senza alcuna pretesa di avere in tasca l’ultima parola, è il clima consueto del nostro spazio on-line. L’alternativa è il pensiero unico e inamovibile che non lascia margini per riconoscere gli apporti della scienza, della storia, del Magistero stesso che cammina cercando di cogliere i segni dei tempi. La prima considerazione molto semplice è l’importanza e quindi l’apprezzamento rispetto all’apertura spontanea di un giovane/di una giovane (per età o per percorso formativo) al proprio formatore. La consegna di sé e della propria intimità sono da considerare un atto di grande coraggio e di fiducia: evidentemente la persona non teme gravi ripercussioni rispetto a quanto dice e crede che le informazioni che fornisce possano entrare a far parte dell’accompagnamento. Quando si riceve un pezzo di vita dell’altro il tempo del giudizio andrebbe sospeso… prima di correre a catalogare nella casella del giusto/sbagliato, dato innocuo/pericolo, sono d’accordo/in disaccordo, l’apertura personale va semplicemente ricevuta e accolta. Molto raramente, infatti, un dato umano, isolato dal suo insieme, può assumere una tonalità specifica e assoluta. L’aver avuto genitori separati, padre o madre assente, depresso/a, violento/a è un elemento di anamnesi importante, ma in se stesso non dice chi è, e come è diventata la persona che racconta del proprio ambiente domestico. Qui un giovane adulto sta confidando qualcosa di importante che coinvolge il proprio modo di vivere se stesso, gli affetti, le relazioni. Non si può approfondire in questa sede cosa voglia dire “sono omosessuale” perché andremmo fuori spazio, ma teniamo conto anche della necessità di decodificare tale informazione essendo spesso confusa, vaga, o comunque non sufficientemente elaborata la comprensione di sé. In ogni caso, come anticipato, attenzione: il dato “omosessualità” non rivela quale sia il modo di essere di quell’individuo. Il primo collegamento che spesso scatta di fronte all’espressione dell’altro omosessuale, infatti, è la confusione sessuale che ne consegue, anzi confusione sull’identità di genere dell’individuo (mezzo uomo e mezza donna), confusione nella sua gestione dell’eros (impulsi sfrenati o quasi), caos nei rapporti interpersonali (conflitti sicuri). Tali presupposti fanno scattare l’allarme in chi segue i processi formativi. Chi ascolta e affianca storie di vita reali sa bene che tutto questo è possibile, ma è possibile a prescindere dalla dimensione dell’orientamento sessuale. C’è, tuttavia, un aspetto significativo e non trascurabile: in un contesto omogeneo di soli uomini o sole donne, soprattutto durante la formazione iniziale, che un membro giovane abbia un orientamento verso persone del medesimo sesso è una variabile da non sottovalutare. Credo che il dubbio del sacerdote si inserisca qui. Piuttosto che aumentare il “controllo” però – Marco, omosessuale e sorvegliato speciale, vediamo come si comporta – è importante affiancarlo per approfondire le motivazioni vocazionali (fondamentale), e perché possa integrare la dimensione omosessuale nel complesso della sua personalità, secondo la vocazione che sta iniziando a vivere. Marco-integrale dovrà imparare a conoscere meglio se stesso e i propri punti di forza e di vulnerabilità, quindi cosa per lui costituisce una risorsa, ma anche cosa non lo aiuta a crescere secondo il progetto esistenziale che sta scegliendo. Per esempio: forse cercherà il confronto e l’amicizia solo o prevalentemente con altri giovani o persone esterne da cui pensa di essere compreso o con cui pensa di avere in comune l’orientamento sessuale. Il formatore potrà sostenere Marco perché incontri e si relazioni oltre il dato omosessualità. Non è facile, sia chiaro, è naturale per chiunque la ricerca dei “simili” (mi si passi questa espressione alquanto infelice), ma è vitale non chiudersi in sottogruppi di appartenenza perché la scelta vocazionale è universale, trasversale alle categorie culturali, politiche, soggettive. Tuttavia ciò non è valido solo in merito all’orientamento, ma a qualunque altro dato personale che funga da filtro e discriminante nei rapporti. Il formatore – preparato a sua volta nel servizio che gli hanno affidato e non improvvisato in ambito formativo (prima responsabilità comunitaria) – ha l’ulteriore responsabilità di trattare da adulto chi entra in seminario o comunità e quindi di confrontarlo gradualmente quando noti qualcosa che non lo convince, senza riversare sulla persona l’intera lista di cose che non vanno, da cui il conseguente congedo finale e irreversibile verso l’uscita. Se veramente si vuol dare alla persona la possibilità di maturare (altro tema affascinante), allora l’accompagnamento dovrà essere chiaro e autentico, fatto di dialogo (formatore/formando), di dubbi condivisi, di criticità rilevate, senza camuffare sotto le vesti dell’accoglienza un disgusto, un rifiuto interno che di fatto condiziona la prosecuzione del giovane in quel contesto. Altrimenti meglio essere onesti fin dall’inizio: qui non possiamo riceverti. Se, invece, si ritiene possibile il cammino vocazionale, per molti altri dati di partenza che fanno supporre la potenzialità di un buon processo formativo, allora lo sguardo deve rivolgersi alla maturazione della persona, secondo lo specifico stato di vita in cui si è inserita. In altre parole: potrà diventare un buon sacerdote o religioso? Quali sono gli impedimenti perché realizzi in modo armonioso la vocazione presbiterale o a vita consacrata? Durante il periodo iniziale i fattori di maturazione riguardano – tanto l’omosessuale quanto l’eterosessuale – il progressivo senso di appartenenza rispetto alla comunità, il senso di fede, la capacità di non fare di un dato il tutto di sé, la disponibilità ad incontrare, interfacciarsi, collaborare con altri fratelli e sorelle senza rigide ripartizioni, la libertà interiore da carriera, denaro, protagonismo... Ci vorrà prudenza nel permettere ad un giovane, una giovane omosessuale, di stare in ambienti omogenei quanto a genere? Certamente. Le sfide sono maggiori per la possibilità di attrazione e legami “di coppia”, ma non si può ridurre tutta qui la vocazione e le sue tensioni. Né si può pensare, in modo intellettualmente onesto, che l’esclusione a priori di un omosessuale sia una strada percorribile, a prescindere da qualunque valutazione seria, globale e costruita con la persona stessa. Non voglio invocare, anche se sarei tentata, le parole del Papa sui processi da attivare o su altre espressioni di apertura da lui pronunciate, perché tutto può essere strattonato da una parte e dall’altra. Piuttosto, concludendo: a) si può riflettere su quale sia “il modello” di prete o consacrato oggi che la realtà formativa ha in mente. È grossolano detto così, ma credo ci capiamo. b) è bene chiarire in cosa consista la maturità della persona che cammina verso l’ordinazione e/o la consacrazione, criticità ed eventuali impedimenti assoluti di quella persona. La vocazione è una cosa seria ed esigente, peccato quando la si riduce a pezzetti sganciati l’uno dall’altro e dimenticando che si tratta di un incontro divino e umano dove la voce di Dio e la felicità umana convergono.  
Vita in comunità

Come favorire la crescita personale

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Sono una responsabile di comunità, giovane per età e per esperienza in questo ruolo. Sono stata preparata, dal punto di vista accademico, per assumere l’incarico che mi è stato assegnato, ma la domanda che mi porto da tempo è cosa favorisca veramente un cammino dei nostri fratelli, delle nostre sorelle. Nella mia esperienza, con altre della mia età, non ha funzionato, come avrebbe dovuto, l’averle mandate fuori a studiare, ma talvolta anche l’averle trattenute in apostolati interni ha avuto effetti da pre-pensionamento e deresponsabilizzanti. Qualcuna ha avuto poco a mio parere, qualcuna fin troppo, ma sembra che nulla dia garanzia assoluta di “riuscita” formativa e vocazionale.


Proprio nei giorni scorsi ho incontrato un gruppo di responsabili e formatrici e questa domanda è emersa da più prospettive. Una questione concreta e attuale, che in altri numeri della nostra rubrica abbiamo già toccato, ma che riprendo volentieri dopo la pausa estiva. Un autore, Irvin Yalom, ha approfondito gli studi sul funzionamento e l’efficacia dei gruppi esperienziali, che vorrebbero favorire l’incontro e la crescita personale dei membri. C’è uno stile di gruppo vincente, c’è un leader migliore di un altro? E quanto incidono questi sul benessere e quindi sul cambiamento individuale dei singoli membri? Nei nostri termini: il clima comunitario quale peso ha sulla maturazione dei consacrati; il/la responsabile della comunità dovrebbe avere delle specifiche caratteristiche? Le ricerche prodotte sull’argomento valutavano, tra le altre, dimensioni quali «l’autostima, i valori esistenziali negli atteggiamenti e nei comportamenti interpersonali, i meccanismi di difesa, la capacità di esprimere le emozioni, i valori, i modelli di amicizia e importanti decisioni di vita» (I. Yalom, Boringhieri 2002, pp. 537-8). Mi avvalgo, perciò, dei risultati emersi, mutuando ciò che può rivelarsi utile per il nostro ambito, quello della vita in comune consacrata, in quanto almeno alcune considerazioni hanno senz’altro una validità trasversale rispetto ai cosiddetti T-group, che erano strutturati, con un numero di partecipanti, una durata, e un facilitatore qualificato. Una prima osservazione molto semplice è che «il gruppo di incontro […] influenzava chiaramente il cambiamento, ma sia in meglio che in peggio» (ib.), e comunque l’entusiasmo del singolo per l’esperienza gruppale non era di lunga durata. Riguardo al leader – entriamo nel vivo del nostro ambito – non risultava rilevante la “scuola” di pensiero e di appartenenza (noi diremmo: dove ha studiato e in quale corso si è formato), quanto il suo modo di intervenire sul gruppo. Il leader, tra i suoi vari compiti, può: a) stimolare emozioni; b) assistere i membri offrendo sostegno, protezione, calore, accettazione; c) spiegare, chiarificare, interpretare (si parla di “attribuzione di significato”); d) avere funzioni più o meno direttive, come fissare regole, norme, individuare obiettivi, dare il ritmo al gruppo. L’utilizzo di queste 4 funzioni è stato considerato secondo una correlazione precisa con gli esiti (il miglioramento individuale): partiamo da stimolazione emozionale e funzione direttiva (a e d). Rispetto a tali funzioni il troppo o il troppo poco produce in entrambi i casi esiti negativi, in modo curvilineo. Poca stimolazione rischia di favorire un gruppo senza energia, con una ridotta vitalità, asfittico, ma d’altra parte troppa stimolazione rende il contesto emozionalmente carico, in eccesso, direi elettrico. Così pure una scarsa direttività genera un consesso umano smarrito, confuso, dove c’è solo soggettività, ma il fissare troppe regole e dare direttive al dettaglio, stimola persone infantili, poco autonome. Aggiungo una nota interessante, che ancora mutuo dalle ricerche: chi dirige “a bacchetta” sul momento affascina e seduce, “guarda come è sicuro di sé”, e le persone si sentono rassicurate da una figura che sembra avere la soluzione per tutto. Alla lunga, però, il guru fa morire l’energia vitale altrui. Pertanto servono entrambe le funzioni (stimolazione e direttività), ma in misura moderata su tutt’e due le polarità. Le altre due funzioni, invece, se associate – e solo se associate – producono sempre esiti positivi. Assistere, cioè offrire empatia, stima incondizionata…e insieme stimolare la persona a rileggere la propria esperienza, per comprenderla, integrarla, e utilizzarla in altre situazioni, aiuta la crescita. Viceversa, la sola dimensione emotiva senza l’integrazione cognitiva non è sufficiente a far maturare la persona. Per fare un esempio: favorire il disvelamento, l’apertura intima di un membro del gruppo (self-disclosure) non produce cambiamento se questa consegna di sé non è accompagnata da un insight, da una comprensione intellettuale. Attenzione, allora, specie negli ambienti femminili, a non moltiplicare i momenti di scambio emotivo, “parliamo dell’esperienza vissuta, cosa hai provato”, se poi lo scambio si esaurisce in uno sfogo, senza alcuna rilettura e integrazione di quella esperienza col resto della vita, il che vuol dire senza che quell’evento abbia acquistato senso oltre l’oggi. Diventa, altrimenti, una confusione. Torniamo alla questione iniziale che pone la giovane responsabile. La maturazione della persona è favorita da molteplici fattori. Non basta che ella sia parte di un “bel gruppo” umano (magari fosse efficace la semplice immersione), in quanto l’entusiasmo non dura e non è detto, comunque, che ci sia un miglioramento personale nel vivere insieme. La funzione del leader, superiore o superiora di comunità, è senza dubbio importante per non attivare gruppi troppo emotivi (chi vuol piangere/gridare, piange/grida dove e comunque voglia), che sanno più di campo-giovani che di vita in comune. Ma neppure gruppi devitalizzati, aridi, che sanno piuttosto di azienda di lavoro, che di famiglia. E ancora: un buon leader di certo non facilita la creazione di gruppi infantili che si perdono se non vengono loro date le indicazioni giuste, momento per momento, se non hanno un planning dettagliato della giornata, se non hanno istruzioni militaresche. Ma neppure, d’altra parte, gruppi anonimi che rappresentano solo un insieme di individualità autogestite, perché manca un coordinamento, un progetto comune, un minimo di struttura che faccia dire che si è “comunità”. Certo, ogni comunità dovrebbe riflettere seriamente su cosa la faccia sentire tale, quali sono le condizioni minime essenziali che tutti/e condividono o dovrebbero condividere, al di sotto delle quali il gruppo diventa un insieme indefinito di persone X. Ma al di sopra delle quali si rischia l’asfissia. Un’altra conclusione molto ad hoc che le ricerche ci forniscono, è che l’attribuzione di significato può essere stimolata dal leader, ma è compito di ciascuno assumere questo impegno. In altre parole: è importante offrire supporto, empatia, conforto, stima, dare modo alle persone di esprimersi, ma anche orientarle, offrire dei feedback. Tuttavia ciò che è vincente è stimolare la riflessione che a questo punto è emotivo-cognitiva, perché ciascuno riesca a far sintesi, ad apprendere, a migliorare in base al vissuto. Qualora la persona, però, non fosse in grado di entrare in questa dinamica di senso, allora il processo di maturazione si arresta, e nessuno può farci nulla. Non c’è comunità, non c’è superiore/a che possa incidere nel miglioramento individuale. Aggiungo: non che sia “colpa” della persona (non ci sono colpe), può darsi che l’ambiente non sia quello adatto alla sua crescita. Di fatto, messi a disposizione i possibili strumenti maturativi – e la comunità non si tiri fuori da questo onere – il singolo ha una parte fondamentale, e se rimane ad uno stadio inadeguato all’età, è meglio che cerchi un contesto esistenziale più adatto al volo della vita.
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