L'esperto risponde / Infanzia e ragazzi, Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Pediatria

Se il mio bambino non parla

Mio figlio ha più di due anni e non parla. Mi devo preoccupare? Anna

Il linguaggio è una dimensione complessa e naturale di ogni essere umano. Di solito però ciascuno ha un suo sviluppo nell’acquisizione del linguaggio che varia da bambino a bambino. Le tappe di sviluppo del linguaggio sono ormai conosciute e a due anni un bambino conosce almeno 50 parole, mentre a 30 mesi è già in grado di fare le prime combinazioni: mamma-bella, pappa-buona.

Ma fino ai tre anni le variabili nell’acquisizione del linguaggio sono molte. Si pensa che il 7% della popolazione mondiale abbia iniziato a parlare dopo i due anni, a testimonianza del fatto che è normale trovare bambini che non parlino.

Ma allora, come comprendere se lo sviluppo è nella norma o si è in presenza di patologie o disturbi specifici del linguaggio? Numerosi studi si sono occupati del problema e occorre essere grati soprattutto al grande studioso russo Lev Semenievic Vygotskij (Bielorussia 1896 – Mosca 1935), se oggi siamo in grado di comprendere che nella maggior parte dei casi la situazione è nella norma.

Vi sono alcuni prodromi del linguaggio che ci fanno comprendere meglio lo sviluppo.

Innanzitutto la comprensione. Se il bambino comprende un comando o una richiesta come “dammi la bambola” o “prendi il trenino”, ed esegue ciò che viene richiesto.

Poi l’interazione. Se il bambino cerca di comunicare ed interagisce con l’adulto o il compagno di giochi, con gesti, azioni, o anche semplici suoni.

Infine la produzione. Se il bambino vuole parlare, comunicare, anche se non pronuncia la parolina, ma desidera dire qualcosa e si fa capire.

Se questi atteggiamenti sono presenti, (e nella maggior parte dei casi è così) allora direi di non preoccuparsi… il linguaggio prima o poi arriverà.

Occorre evitare di correggere il bambino o di incitarlo eccessivamente, perché non è un problema di comprensione o di volontà. Bisogna evitare di infondere l’ansia del parlare a tutti i costi.

Generalmente entro il terzo anno il linguaggio si strutturerà, e in poco tempo il bambino imparerà una buona quantità di parole.

Se però entro il terzo anno non compaiono le parole, oppure il bambino reagisce passivamente agli stimoli (non comunica, non interagisce, ecc…) è bene una visita dal neuropsichiatra infantile per valutare meglio la situazione. Si possono comunque sempre organizzare momenti dove gli adulti leggono al bambino delle semplici favole o racconti, per stimolarlo a parlare.

 

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Psicologia

Disabile e deriso

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A volte vedo mio figlio, disabile di 8 anni, deriso dai suoi compagni di classe o di oratorio. Cerco di proteggerlo, ma è faticoso, difficile, sono stanca… (una mamma)


Carissima mamma, spesso noi genitori vorremmo proteggere i nostri figli di fronte alle difficoltà della vita, perché vorremmo il meglio per loro e soprattutto desidereremmo non soffrissero mai. Questa protezione poi è di gran lunga più sentita e vissuta quando i figli sono fragili e bisognosi di cura. Di fronte alle ingiustizie che osserviamo, talvolta albergano i sentimenti più vari. Vorremmo far comprendere a tutti che il figlio ha limiti oggettivi dovuti allea sua disabilità, ma che possiede molte altre risorse e ci sentiamo arrabbiati quando per vari motivi queste risorse non vengono viste, considerate e sviluppate. Oppure ci sentiamo scoraggiati e impotenti perché talvolta constatiamo la diversità del figlio nei confronti di una normalità che interpretiamo più rassicurante e benevola. Oppure ci sentiamo determinati nel portare avanti il grido di inclusione e di attenzione che vorremmo per il figlio, fino anche a combattere contro tutti e tutto. Oppure comprendiamo la preziosità della vita e quanto le difficoltà del figlio ci permettono di vivere l’essenza della vita nella sua profondità. Oppure ci arrabbiamo con Dio, che interpretiamo come “la causa di tutto” e Gli attribuiamo i sentimenti più variegati… Oppure... Oppure… Il fatto è che ogni vita merita di essere vissuta, condivisa, sostenuta. È per questo motivo, carissima mamma, che vorrei darle due semplici suggerimenti:
  • Innanzitutto un grazie a lei e a tutti i genitori alle prese con figli fragili, perché, nonostante tutto , testimoniano che la vita può essere sempre vissuta, nella sua integrità e faticosa bellezza
  • Poi, per favore costruisca più relazioni possibili intorno a suo figlio, con vicini, amici, conoscenti, altre figure educative, sportive, scolastiche affinché la rete di persone non solo la sostenga, ma abbia l’occasione di cogliere la preziosità di suo figlio .
In questo modo la fragilità del figlio sarà foriera di sentimenti di dolcezza e tenerezza, che smuoveranno il meglio di ciascuno. E mi permetta di abbracciarla fortemente.
Psicologia

I bambini alla scoperta di se stessi

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Mia figlia Anna, di quasi tre anni, si è messa a piangere perché durante la festa la sua insegnante di scuola materna si è messa la maschera. Ho cercato di calmarla, ma è stato inutile… piangeva terrorizzata. Perché?


La realtà più importante di ciascuno è la propria identità. Si costruisce poco per volta ed è strettamente legata a tutto il resto dello sviluppo. Tutti i bambini, infatti, nei primi anni sono alle prese con la propria identità, per riuscire a strutturare un’idea di sé che li accompagnerà per tutta la vita. Come in ogni ricerca, vi sono vari fattori che concorrono a costruire l’identità: il corpo, la percezione, le varie esperienze, i rapporti con i coetanei, ma soprattutto le persone adulte di riferimento. Uno dei fattori più importanti dell’identità è legato al corpo: la percezione di avere un corpo, di saperlo “utilizzare” nelle varie funzioni, di saperlo “bello “e adatto, è di estrema importanza. Tuttavia i bambini acquisiscono questa padronanza corporea poco per volta, mediante una serie di esperienze tattili, sensoriali, motorie, che vivono con i compagni, con sé stessi e con altre innumerevoli possibilità. Se guardiamo ad esempio i disegni dei bambini, ci possiamo accorgere dell’evoluzione dell’identità corporea: infatti notiamo che prima il bambino disegna uno scarabocchio, poi il cerchio con gli occhi e il naso, successivamente compare il corpo con le braccia attaccate alla testa, e solo molto più tardi compaiono le spalle e il collo. Tutto ciò sta a dimostrare che la padronanza del proprio corpo è una conquista che avviene lentamente, e che necessita di essere sostenuta con spiegazioni (si pensi all’insegnamento dello schema corporeo nella scuola materna) e apprezzamenti da parte delle persone di riferimento (come la mamma che durante il bagnetto si complimenta con il suo piccolo bambino per il bel visino, le braccia forti, i capelli dorati). Anche la piccola Anna è alle prese con la sua identità: la maestra con la maschera le fa paura. Ciò significa che è ancora troppo presto, per lei, accettare la maschera indossata dalla maestra. Infatti, per tollerare il volto dell’altro modificato, bisogna possedere più identità (la sua e quella dell’altro), e per la nostra Anna questo è ancora presto. Ma se invece sono i bambini a mettersi la maschera e non gli adulti, se sono insieme e giocano fra loro a modificare il volto, mentre gli adulti di riferimento non cambiano aspetto o volto, allora è ben diverso: diventano sciolti, affermati nella loro identità e liberi di esprimersi e progettarsi “come se fossero altri”. Un gioco piacevolissimo e che rafforza la loro identità.  
Psicologia

Un figlio distratto

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Mio figlio Luca, di quattro anni, è sempre distratto e agitato. Anche alla scuola materna mi hanno detto che spesso non sta attento e non si concentra… Cosa posso fare?


La concentrazione è un’attività fondamentale per l’essere umano, perché permette di fissare l’informazione e trattenerla nella memoria. Non solo, ma quando ci si concentra la nostra mente recupera le informazioni immagazzinate, le rielabora e le utilizza, permettendoci di comprendere meglio la situazione e dunque di essere maggiormente presenti nella realtà. La difficoltà di concentrazione rende quindi complicato percepire la realtà così come è, portandoci a dare risposte inadeguate nelle varie situazioni. È risaputo che molte insegnanti lamentano problemi di concentrazione e di attenzione nei bambini della scuola elementare e materna. Una volta questo tipo di problema era poco individuato e ci si soffermava maggiormente su intelligenza e capacità logiche. Tutto ciò è dovuto essenzialmente a vari fattori come l’andata a letto tardi, la televisione sempre accesa, i giochi elettronici, la playstation, con conseguenze legate a maggior stimolazione e ritmi di tensione sempre più presenti nella realtà e nei giochi dei bambini. Di solito poi ci si accorge delle difficoltà di concentrazione durante la scuola elementare perché ci si aspetta un certo rendimento scolastico, o perché il bambino si alza spesso dal banco e non riesce a mantenere il ritmo della classe. Ecco che allora per risolvere il problema si strutturano una serie di strategie che spesso, però, si rivelano sbagliate o superficiali. Inoltre queste difficoltà possono essere lo specchio di problematiche specifiche quali la dislessia, disgrafia, discalculia o deficit percettivi specifici, che, di solito, vengono evidenziati grazie all’osservazione da parte di psicologi e neuropsichiatri. Cosa non fare? Innanzitutto sono da evitare interventi basati sul rimprovero o sulle punizioni perché alla lunga non risultano efficaci: possono diminuire l’autostima nel bambino e aumentare le manifestazioni di disagio e di aggressività, come compensazione della situazione interiore. Cosa si può fare? Bisogna partire dal presupposto che il bambino è plastico e che si può educare a tutto, mediante esercizi e interventi pertinenti con l’età del bambino. Ecco alcuni esercizi utili:
  1. giocare insieme al bambino, raccontando ciò che si sta facendo. Ad esempio se si sta giocando con le costruzioni o i soldatini, è importante che l’adulto racconti la storia, descriva i personaggi indicando le loro funzioni e il loro carattere. Poi, subito dopo, l’adulto può riporre col bambino i giochi nella scatola dei giocattoli, in modo ordinato, aiutando il bambino a mettere ogni gioco al suo posto. Tutto ciò lo aiuta a imparare l’organizzazione sequenziale delle piccole attività: il bambino si concentra sull’azione, scoprendo che essa è sempre il risultato di altre azioni intermedie.
  2. raccontare favole e storie. È importantissimo questo, perché aiuta il bambino a seguire la storia e, se il libro è ricco di immagini ancora meglio, perché ciò stimola la creatività del bambino. Inoltre è importante, durante la narrazione, seguire il ritmo del bambino, senza fretta, e soprattutto bisogna che il racconto si svolga in un ambiente tranquillo e possibilmente sempre alla stessa ora.
Naturalmente se il disturbo persiste è necessario rivolgersi ad uno specialista. Altri esercizi si possono indicare, ma quello che conta è rispettare la dimensione del bambino. In questo modo egli scoprirà pian piano che la concentrazione apre alla conoscenza del mondo. Un mondo bello, ricco di particolari e di vita. Un mondo stupendo!
Società

Ragazzi in balia del male

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Ennesimo episodio di baby gang a Napoli: 8 ragazzi aggrediscono un quindicenne a calci e pugni, senza alcun motivo. Sono allibita. Perché?


Quando abbiamo a che fare con una baby gang ci sentiamo impotenti, scoraggiati, incapaci a volte di capire. Infatti, se la violenza va sempre condannata, la violenza degli adolescenti sembra assurda. Ragazzi che dovrebbero amare la vita, essere desiderosi di aspettarsi il meglio dal futuro, pieni di vigore come il loro corpo testimonia, si spendono, invece, in aggressioni e minacce, con comportamenti mafiosi e manipolatori. I ragazzi delle baby gang sono bambini cresciuti troppo in fretta, con problematiche legate soprattutto alla incapacità di comprendere il male che fanno, considerando la vita come un gioco perverso, a chi domina di più. Sono ragazzi in balia del male, un male che non ha spiegazioni. È la banalità e superficialità del male. Come superficiali sono i ragazzi che li compiono. Perché? Molteplici sono le cause, che messe insieme arrivano ad un unico risultato: ragazzi incapaci di essere responsabili, perché incapaci di entrare nel loro profondo e in quello degli altri. Sembra che la vita e le cose scivolino loro addosso, senza riflessione, senza motivazione se non quella del potere e del dominio. Tutto questo perché non hanno sperimentato la bellezza di amare ed essere amati. Hanno solo una richiesta spasmodica di essere considerati. La loro violenza è il grido acuto e disperato di chi vorrebbe essere al centro, ma è un grido che fa male, porta ingiustizia, in una spirale perversa. Cosa fare? Oltre a condannare la violenza e a mettere in campo gli interventi coercitivi, per riscattare veramente il male occorre investire nella parte migliore che ancora in loro c’è. Ecco alcune proposte concrete: organizzare scuole formative a loro dedicate, strutturare momenti di autoriflessione, abituarli ad esercitare la capacità di introspezione, fargli vivere esperienze di altruismo mediante lavori socialmente utili. In questo modo potranno forse comprendere il male fatto agli altri e a loro stessi, un male che occorre sconfiggere non tanto con la punizione, quanto con la crescita dell’umano che c’è in loro, e in noi.
Psicologia

I bambini e la tragedia di Genova

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Mio figlio piccolo mi ha chiesto perché il ponte di Genova è crollato. Cosa gli devo rispondere? Una mamma


La diretta televisiva sui fatti di Genova ha trasmesso ininterrottamente per ore le tragiche vicende del crollo del ponte, con le notizie spaventose di morti, feriti, presunti colpevoli. Una ferita profonda per tutti. Ansia, sgomento, rassegnazione sono entrati nel nostre case. E i piccoli, i nostri bambini? A loro modo hanno visto le notizie televisive e ascoltato i nostri commenti, dovuti soprattutto all’assurdità e imprevedibilità dell’accaduto. Chiediamoci: il loro vissuto com’è? Cosa hanno provato, come hanno reagito? Chiediamoci anche quanto sia giusto e corretto esporre i bambini a simili notizie. Occorre evitare di mostrare loro le immagini del ponte crollato? Insomma, la realtà nuda e cruda dobbiamo comunicargliela? La risposta a simili interrogativi non è semplice, ma occorre in qualche modo darla. Vi sono alcuni punti che come operatori, genitori e adulti dobbiamo considerare:
  • i bambini hanno il diritto come tutti di conoscere la verità delle cose;
  • la verità che viene loro comunicata deve essere tuttavia proporzionata al loro modo di vedere le cose e alla loro comprensione. Proprio per questo non è necessario dire tutto, bisogna evitare i particolari di forte ansia e complessità. Quello che si comunica però, anche se breve, deve essere vero;
  • i bambini hanno una enorme fiducia in noi e nella vita, per cui qualsiasi verità non deve intaccare questa fiducia;
  • tutto quanto comunichiamo deve essere motivo di insegnamento e di crescita.
Alla luce dei punti sopra citati, un buon genitore ed educatore dovrebbe spiegare che le tragedie succedono a volte perché la natura è così (pensiamo ai terremoti), altre volte per l’incuria degli uomini (vedi la mancata sicurezza del ponte), altre volte non si sa il perché. Al contempo però questa comunicazione dovrebbe terminare con il monito di fare meglio e vivere sempre nel bene e nell’attenzione agli altri, perché l’uomo è una persona fragile. Per i fatti di Genova si potrebbe dire così: «Caro figlio, è crollato il ponte e purtroppo molte persone sono morte. Questo probabilmente è successo perché chi doveva controllare la sicurezza del ponte non lo ha fatto. Vedi figlio, occorre che quando facciamo le cose le facciamo bene, perché se tutti le facciamo bene tragedie come questa probabilmente non succedono. Comunque possiamo pregare per loro». E se per caso c’è una raccolta di fondi per Genova, possiamo invitare nostro figlio a mettere via qualche soldino della propria per le famiglie rimaste senza casa. Insomma che in nessun adulto manchi mai la fantasia di spronare i bambini alla responsabilità e al bene.
Famiglia

Quando la mamma è depressa

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Mio nipote Nicolò è figlio di una madre sempre depressa… come crescerà? E io che sono la nonna cosa posso fare? (una nonna preoccupata)


La depressione è la prima malattia d’Europa ed è causa di molta infelicità e tristezza. La mamma di Nicolò Prima di rispondere sulle conseguenze che i figli di madri depresse possono subire, mi permetta di esprimere la mia vicinanza, comprensione e solidarietà alla madre del piccolo Niccolò, che, a causa della sua malattia, si trova a vivere in modo faticoso ed ansiogeno. La depressione infatti si caratterizza come uno stato d’animo, un modo di percepire la vita e le varie vicissitudini, come cariche di pesantezza e negatività, che necessariamente viene riversata sulle persone che più si amano e ci sono vicine. È assolutamente importante reagire mediante due atteggiamenti: Accettare la depressione: cioè sapere che a volte si possono avere le pile scariche e che le vicissitudini della vita possono portare a momenti di fatica e di stress. Curarsi: cioè fare in modo che la scienza medica e psicologica ci possa aiutare, sia per il nostro benessere che per l’ambiente e l’armonia famigliare. Per questo si consiglia sia una cura farmacologica che un sostegno psicologico, insieme ad una apertura verso la dimensione sociale esterna, magari frequentando famiglie o persone che sembrano più serene e positive. Certo il nostro piccolo Niccolò può soffrire nel vedere la madre depressa e arrabbiata, con il rischio di convincersi di essere lui la causa di questo disagio. Infatti non è raro trovare madri depresse che “scaricano” sui figli il loro malessere, contribuendo a creare talvolta nei bambini una idea di sé svalutativa e negativa. La nonna di Nicolò E allora? cosa fare? Per quanto riguarda la madre ho già risposto. I nonni devono essere sempre pronti ad accogliere il nipotino con il suo modo di fare e cercare di sdrammatizzare la situazione, magari dicendo a Niccolò che a volte capita che i grandi facciano fatica e non sono sempre in forma. Occorre evitare sia le prediche verso la madre, sia continuare a parlare della malattia. Ma veniamo alla figura più importante: il padre. Il padre di Nicolò Questi non solo deve prendersi cura del figlio, ma sostenere la madre e aiutarla nel suo ruolo di donna. Il padre deve uscire solo con la madre e svagarsi con lei, magari andando a mangiare una pizza o a vedere un buon film. Perché è bene ricordare che i coniugi si sono scelti e devono coltivare il loro rapporto, soprattutto in questi momenti. I nonni allora potranno favorire queste uscite di papà e mamma tenendo il nipote, sicuri che il loro contributo sarà di aiuto per tutta la famiglia.
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