L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, è nella redazione del giornalino Big Bambini in giro. ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Psicologia

Quando il bambino non dorme…

Avete mai provato a non dormire, dico non dormire, per sei mesi di fila perché il piccolo piange e vuole essere coccolato? (Un padre semidistrutto)

Mio figlio nei primi otto mesi non ha mai dormito… aveva le coliche… poi tutto si è calmato (mamma Lucia)

Mio figlia non dormiva perché stavano spuntando i dentini (mamma Laura)

Mio figlio aveva paura a dormire nel suo lettino, ne sono sicura, perché poi nel lettone dormiva (mamma Anna)

Fino a non pochi anni fa, l’addormentamento del bambino era ritenuto un indice di serenità e di fortuna per qualsiasi genitore. E quando il neonato dormiva poco, le storie riguardanti le cause di questa “apparente” insonnia, erano talmente tante che ci vorrebbe un’enciclopedia per descriverle.

Vi garantisco che nella grande maggioranza dei casi erano tutte storie sbagliate, cioè non basate su realtà oggettive, in quanto i bambini così piccoli sono influenzati da innumerevoli stimoli. Il ritmo sonno-veglia è caratterizzato da molti fattori e ciascun bambino ha il proprio ritmo.

Alcuni neonati sembrano non dormire mai, e a volte capita che il neonato dorma di giorno. Sappiamo che ogni bambino nasce con dei ritmi e con un temperamento proprio. Ci sono bambini che fanno pisolini lunghi subito, fin dai primi giorni di vita, e altri che hanno bisogno solo di brevi sonni, magari con maggior frequenza.

Sappiamo poi che il cervello in questi primi mesi si sviluppa in maniera accelerata e il piccolo si stanca facilmente, ricorrendo a brevi sonnellini. Poi tutto attorno è pieno di stimoli, tutto è nuovo e tutto deve essere compreso. Questo è molo faticoso e necessita di un enorme dispendio di energie.

Ma allora cosa fare? Gli studi ci dicono che il neonato è in grado di riconoscere le situazioni familiari e di predire, in situazioni già vissute, quello che capiterà dopo. Insomma la routine, il fare sempre le stesse cose, sono indice di sicurezza, di conoscenza e di tranquillità per il bambino.

Ciascun genitori strutturi le proprie routine per addormentarlo, lentamente, e cerchi di mantenerle sempre, sapendo che questo aiuterà il piccolo a riconoscere il tempo sperimentato. Inoltre non preoccupatevi se all’inizio non si riesce… se tutto il resto della giornata il bambino è tranquillo, allora significa che tutto va bene.

Soprattutto non pensiamo che sia un bambino agitato, irrequieto, o che lo faccia apposta! Occorre sempre pensare che noi per il bambino siamo veramente “tutto”, e che il suo “amore passivo” significa totale dipendenza da noi.

A questo proposito mi ricordo un amico carissimo che, alle prese con il piccolo di sei mesi che non dormiva, risolse la situazione seguendo il consiglio del suo pediatra. Il consiglio era questo: Prima di alzarti dal letto e andare da tuo figlio che piange, aspetta un minuto. Durante questo minuto, rifletti un attimo e col pensiero rivolgiti a lui dicendogli, con dolcezza: «Papà è stanco e se tu non dormi, come farò domani al lavoro?». Poi alzati e vai da tuo figlio. Vedrai che lui, con la sensibilità dei neonati, “sentirà” il tuo stato s’animo.

Effettivamente, in poco tempo il figlio iniziò a dormire tutte le notti.

Miracolo? Fortuna? Non si sa e non si saprà mai. Ma la cosa bella è che il padre ha comunicato al figlio il suo disagio, la sua fatica, semplicemente pensandolo. E il figlio ha compreso. Chi può dire che non sia successo proprio così?

A me piace pensarlo e piace pensare che i figli, anche quando non dormono, ci stanno dicendo che ci vogliono un sacco di bene e che hanno bisogno di noi.

Sempre.

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Società

I giovani e i grandi problemi del mondo

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Ma i giovani d’oggi dove sono? Sembra che non incidano più come un tempo nella vita sociale… perché? Stefano (Livorno)


Carissimo Stefano, la tua riflessione contiene una parziale verità, perché ci mostra come nel tessuto sociale le generazioni si siano accorciate, e soprattutto come sembra scomparso il pensiero ideale e utopico. La caratteristica dei giovani è sempre stata quella dell’idealità, dell’utopia, delle scelte spesso ai margini, quasi trasgressive. Il mondo dei grandi di solito reagiva in modo normativo e rigido, ma era comunque costretto a constatare la propria inefficacia su molti interventi. Oggi, dove i quarantenni sembrano adolescenti, dove il gossip la fa da padrone, dove i populismi sembrano trionfare nella loro emotività sfrenante, dove sono i grandi ideali? C’è ancora l’utopia? Perché senza utopia una società prima o poi si appiattisce, si spegne nel tran tran quotidiano, scivolando verso il torpore dell’autosufficienza e della stagnazione. Questo avviene a tutti i livelli, da quello scolastico a quello lavorativo ed economico. L’analisi ci porterebbe lontano, ma in questa rubrica mi preme individuare una causa pedagogica che ritengo molto rilevante: l’atrofia del pensiero ideale. Gli studi scientifici dimostrano (Piaget ne è stato lo scopritore con i suoi esperimenti sull’aspetto cognitivo del bambino e del giovane) che durante l’adolescenza e la gioventù il pensiero, il modo di ragionale diventa ipotetico deduttivo, cioè in grado di grandi idealità e di grandi visioni. Certo, il giovane non ha l’esperienza, ma la sua mente, la sua ragione è in grado di elevarsi al di sopra della realtà e immaginare grandi scoperte, grandi novità, differenti da quelle conosciute. Ebbene questa capacità dei giovani oggi viene spesso sottovalutata e derisa da un mondo solo emotivo e coercitivo, che non è più in grado di mostrare fiducia nella capacità di questo pensiero giovanile. Siamo sommersi continuamente da parole emotive e frivole, carenti di grandi ideali e creatività. Occorre invece fidarci di più dei giovani, dar loro l’opportunità di coltivare grandi idee, e soprattutto presentare loro le sfide planetarie con fiducia nelle loro possibilità di risolverle. Orientare in modo forte la loro idealità verso la soluzione dei grandi problemi del mondo e non fermarsi solo al piccolo orticello di casa propria. Sarebbe un amore concreto verso le loro capacità e la loro persona, foriero magari di nuove utopie positive. Sì, i giovani meritano tutta la nostra fiducia e passione!
Società

Se l’educatrice odia i bambini

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Come è possibile che ci sia tanta violenza, disprezzo e odio da parte di insegnanti dell’asilo verso questi piccoli? Anna


Ormai le cronache sono impietose nel comunicarci l’ennesimo trattamento violento nei confronti dei bambini da parte di insegnanti ed educatrici delle scuole dell’infanzia, e perfino degli asili nido. Il pensiero va subito all’enorme sofferenza in gioco:
  • Sofferenza da parte dei bambini, che invece di essere protetti e accuditi vengono minacciati e picchiati;
  • Sofferenza da parte dei genitori, che si sentono impotenti e traditi da quelle istituzioni che avrebbero dovuto crescere in modo armonico i loro piccoli;
  • Sofferenza da parte delle stesse istituzioni, che ancora una volta vacillano di fronte al male perpetuato ai cittadini più innocenti;
  • Sofferenza da parte delle insegnanti che hanno procurato simili ingiustizie, per il loro fallimento educativo e per la probabile depressione conseguente;
  • Sofferenza e rabbia da parte di tutti noi, che giustamente non possiamo accettare simili episodi.
Di fronte a tutto questo, occorre una riflessione umile, intelligente e pronta. Innanzitutto occorre evitare di considerare le insegnanti come dei mostri, anche se ciò che hanno commesso è tremendo. D’altra parte, non è più possibile assistere ad episodi di tale gravità nei confronti dei nostri figli più vulnerabili. E quindi occorre rimuovere tali insegnanti dal loro incarico, con un giusto risarcimento dei danni. La riflessione però ci porta su binari pedagogici che occorre possibilmente mettere subito in campo: Prevenzione È necessario prevenire simili episodi mediante interventi precisi:
  • L’età di servizio delle insegnanti non deve essere troppo elevata. Dopo venti anni di lavoro con bambini così piccoli è importante che le insegnanti possano passare ad altre mansioni, magari diventando formatrici di altre insegnanti, per evitare il burn out che con un lavoro così faticoso è spesso dietro l’angolo.
  • Momenti di verifica e supervisione almeno ogni 15 giorni, per sostenere e supportare il lavoro prezioso e faticoso delle insegnanti.
  Formazione La formazione umana e professionale deve essere maggiormente curata, come pure la selezione delle educatrici, le quali devono avere una buona capacità relazionale ed empatica, indispensabile per il loro lavoro. Retribuzione Occorre poi prevedere una maggiore retribuzione per un lavoro importante e fondamentale per la crescita di ogni nazione. Vorrei concludere tenendo conto di un aspetto: il lavoro delle insegnanti è un lavoro delicato e faticosissimo, in quanto la logica del bambino piccolo è differente da quella dell’adulto. Ciò comporta fatica nella comprensione e nella gestione. Naturalmente tutta la nostra solidarietà va ai bambini e ai genitori coinvolti in simili episodi. E contemporaneamente sottolineiamo che la fatica di educare necessita la fatica di essere preparati. Questo è l’augurio che facciamo a tutti.
Psicologia

Bambini ed emozioni

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Nella scuola di mio figlio è partito il progetto “Educare alle emozioni”. Perché è così importante? Francesca di Rimini


Educare il corpo mediante una alimentazione adeguata, interventi psicomotori e sportivi corretti, ed educare la mente attraverso percorsi cognitivi sempre più attenti alla realtà del bambino è sicuramente affascinante. Come opportuno è educare i bambini alla dimensione spirituale mediante l’ascolto del cuore, ove risiede la voce dello Spirito d’amore del Padre. Tutto questo, se fatto con cura, rivela una attenzione educativa meravigliosa, che finalmente mette al centro il bambino e offre a lui occasioni esperienziali per crescere. Poi però arrivano le emozioni, queste forti e grandi e meravigliose “disturbatrici” che sconvolgono, stravolgono, rallentano i percorsi pensati e studiati a tavolino dagli illustri professoroni… È ormai arrivato il tempo di smettere di credere che il bambino (in realtà tutto l’essere umano) si possa scomporre nelle sue parti e, per farlo crescere bene, si debba dare spazio a ciascuna in modo analitico. Ciò che serve ai giorni nostri è mettere insieme le parti che ci compongono: il corpo, la mente, il cuore (emozioni, sentimenti, relazioni), l’anima (lo spirito, l’anelito al Trascendente). Un’unità che fa la differenza. Come a ciascun essere umano (bambino e adulto) diamo cibo ogni giorno per nutrire il suo corpo, come gli facciamo respirare aria pulita e bere acqua non inquinata, come gli diamo occasione di movimento e riposo, come a ciascun essere umano (bambino e adulto) offriamo possibilità di apprendere le parole dette, scritte, lette sui libri, di contare e conoscere le scienze, di apprendere lingue di altre Nazioni e di suonare strumenti musicali… così anche alle emozioni si deve dare tempo e spazio educativo. Perché anche il mondo emotivo necessita di essere appreso. Dobbiamo essere maggiormente consapevoli circa le emozioni provate dai nostri figli e, ancora prima, dobbiamo esserlo circa le nostre stesse emozioni. Tutto ciò che noi osserviamo, sperimentiamo e viviamo è prezioso per la nostra esistenza e quella degli altri. Così è anche per i bambini che si apprestano a osservare e a vivere per la prima volta sensazioni, istinti, emozioni e sentimenti che li orientano verso le persone e le cose. Una buona educazione è quella che sa carpire il segreto della vita, il senso di quello che si sperimenta e aiuta gli altri (in questo caso i bambini) a cogliere la luce e l’amore presenti. Tutto quello che succede, se ben gestito, può essere una occasione per migliorare, per costruire ponti fra le persone, insomma per promuovere un mondo di pace. Così è per le emozioni! Esse possono essere una straordinaria opportunità per la vita se si conoscono e se si comprende come trasformarle in esperienze positive. Viceversa, possono determinare conflitti, litigi, scoraggiamenti, fino alle esperienze più devastanti. Pertanto, ben venga l’educazione alle emozioni sin nella scuola dell’infanzia, che deve coinvolgere non solo le insegnanti e i bambini, ma anche la famiglia e gli altri educatori.  
Educazione

L’insegnante è un modello

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La scuola è spesso in crisi: insegnanti e studenti faticano a trovare una intesa, e soprattutto la disciplina e l’attenzione sono merce sempre più rara. Quale deve essere secondo lei il corretto rapporto insegnanti-studenti? Ludovica di Foligno


Carissima Ludovica, la tua domanda pone al centro il rapporto fra docenti e studenti. È necessario allora porre l’attenzione sul valore educativo della scuola. Oggi, per fare l’insegnante, non basta più conoscere la propria materia, ma è necessaria una preparazione relazionale che l’università non sempre fornisce. Infatti, mentre un tempo il paradigma che muoveva i rapporti nella società era caratterizzato dalla norma e dalle regole, spesso vissute e imposte in modo rigido e autoritario, oggi tutto è cambiato. Il filosofo Galimberti, nella sua analisi sulla società contemporanea, dice che in questi ultimi quarant’anni, con l’esplosione dei mass media e l’invasione delle emozioni, sono avvenuti molti più cambiamenti che non nei 1970 anni di prima. Una volta il professore veniva rispettato e spesso era temuto. Oggi ci si muove all’interno di mille emozioni e gli aspetti relazionali affettivi sono sempre più importanti nel processo formativo. Ogni professore deve sapere che è un educatore. Un tempo l’insegnante era distaccato e il rapporto non era obbligatorio. In pochi anni, invece, si è passati da un rapporto troppo distaccato e distante, caratterizzato spesso da un autoritarismo esagerato, a un’interazione dove quasi non c’è più distinzione tra docente e studenti. L’esplosione delle emozioni ha travolto anche il confine etico-morale che deve caratterizzare la convivenza in classe. Il rapporto quindi deve essere al centro del processo formativo. Un rapporto di stima e dialogo, concentrato su autorevolezza e rispetto. Essere insegnanti oggi comporta una serie di abilità e sensibilità che non sempre vengono prese in considerazione dagli organi competenti e dai dirigenti. Purtroppo le ristrettezze economiche e politiche non sempre favorevoli alla scuola determinano una poca considerazione di questa agenzia educativa che, insieme alla famiglia, è il vero tessuto connettivo della società italiana. Avere educatori preparati professionalmente e umanamente comporta investire risorse non solo per la preparazione scientifica, ma anche per la preparazione umana ed emotiva, che favorisca la maturità di chi si appresta a un compito bellissimo e delicato come quello dell’insegnamento. L’insegnante deve avere quell’autorevolezza che permette agli studenti non solo di imparare, ma anche di stimare il modello di persona che ha di fronte. L’autorevolezza si conquista con ingredienti particolari: 1) la professionalità. Il docente ha il dovere morale di trasmettere il proprio sapere. 2) il rispetto e la serietà dell’impegno. L’insegnante deve essere un modello da imitare per i propri allievi. 3) lo stile fraterno. Il professore deve avere la pazienza del pedagogo, consapevole di avere a che fare con giovani in crescita. Quindi occorre cominciare dalla consapevolezza che in classe l’aspetto relazionale è centrale. Per essere bravi insegnanti non basta più conoscere la materia, ma si deve instaurare un rapporto pedagogicamente corretto con gli studenti, dove chi sa di più si abbassa come un piano inclinato verso chi conosce meno e lo aiuta, mediante una relazione positiva e chiara, a conoscere le cose, il mondo e la vita.
Psicologia

Mi sento sola

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A volte mi sento sola… vorrei qualcuno vicino, vorrei appartenere a qualcuno, insomma perché mi sento così? Carmen


La persona umana cresce e si sviluppa grazie alla compensazione di tre bisogni fondamentali: l’appartenenza, la stima e l’identificazione. Mediante il soddisfacimento di questi tre bisogni, la persona si sente sicura, amata e può portare il proprio contributo al vivere sociale. Il bisogno di appartenenza accompagna l’essere umano per tutta la vita. Sin dalla tenera età il bambino, dopo il processo di interiorizzazione materna del primo anno di vita, sente di “appartenere alla madre”. È infatti grazie a questa esperienza che il bambino può distaccarsi dalla madre ed esplorare il mondo circostante. Nella scuola dell’infanzia poi, vive la stessa esperienza nei confronti dell’insegnante, quando senza accorgersi la chiama “mamma”, e si sente sicuro di seguire quanto gli viene chiesto. Anche nella scuola elementare il vissuto relazionale di appartenenza alla classe, al gruppo, mediante una buona relazione con l’insegnante, è fondamentale per la crescita. Infatti la scuola inglese, la Tavistock di Londra, ha dimostrato che un bambino apprende e impara perché ha un buon rapporto con i genitori e le insegnanti. L’appartenenza poi è fondamentale nella vita di coppia, ove l’esperienza più importante, al di la delle varie tensioni e fatiche, è quella del sentire, da parte di entrambi i partner, che ciascuno appartiene all’altro. Perfino nell’esperienza religiosa e nella fede, l’appartenenza è fondamentale. Infatti, chi crede in Dio, in Gesù, se gli venisse chiesto “perché credi?”, risponderebbe: credo perché, nonostante gli sbagli, Gesù mi vuole bene, sento di appartenere a Lui. Anche le continue tensioni, fenomeni come il bullismo o le varie manifestazione di disagio da parte di molti ragazzi, rappresentano una richiesta disperata di appartenenza. Per cui è importante, mediante gesti, parole e azioni, “far sentire” questa appartenenza. La gentilezza, la cortesia, il sostegno, il sorriso, sono espressioni che mettono a proprio agio chi ci sta di fronte, perché esprimono il fatto che è bello vivere, è bello essere nati su questa terra. Anche se la vita è faticosa, e a volte i momenti di solitudine possono procurare tristezza e malinconia, sappiamo che nel nostro cuore alberga un'appartenenza viscerale: apparteniamo a Dio. È una appartenenza che non ci lascerà mai, tanto che Gesù, l’uomo Dio, è sceso fino a noi per dirci quanto siamo a Lui cari. Sembra assurdo, ma Dio ha bisogno di noi, di appartenere a Noi. Più Dio di così non si può!
Pediatria

Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

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Mio figlio Luca, di 20 mesi, non parla molto e quando vuole qualcosa fa qualche gesto o mi chiama con qualche semplice parolina. Ho visto altri bambini della sua età che già si esprimono con diversi vocaboli. È tutto normale? Mi devo preoccupare? Margherita


Uno dei principali studiosi dello sviluppo del linguaggio è stato il grande psicologo sovietico Lev Semenovic Vygotskij (1896-1934), che considerava lo sviluppo della psiche guidato e influenzato dal contesto sociale e dalla cultura, che provoca continue stimolazioni nel bambino. Grazie a strumenti come il linguaggio e altri stimoli, il bambino conosce sempre più il mondo e le cose che lo circondano. Generalmente le tappe principali dello sviluppo linguistico si collocano tra 8 e 36 mesi di età. Vi sono bambini però che iniziano a parlare più tardi. Occorre tener conto che nella maggior parte dei casi il fenomeno è normale, purché siano presenti i prodromi del linguaggio, come la comprensione, l’elaborazione e la produzione. In seguito la competenza linguistica di base si espande e si perfeziona, soprattutto per quanto concerne l’ampliamento del vocabolario, l’uso delle regole morfologiche e sintattiche e la riorganizzazione grammaticale, indispensabile per passare dal livello della semplice frase a quello del discorso e della riflessione. Le tappe più importanti però sono le prime due: l’inizio della comprensione delle parole e l’inizio della produzione delle parole. Queste tappe di solito si raggiungono nei primi 18 mesi e sono indispensabili per verificare le capacità del bambino che, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi è del tutto normale. L’inizio della comprensione di parole è collocabile fra gli 8 e gli 11 mesi e questa tappa è fortemente influenzata dal contesto. Il bambino, di solito, è in grado di rispondere in modo appropriato soltanto a semplici ordini come “batti le mani, fai ciao”: se questi stimoli sono ripetuti e il bambino risponde sempre correttamente, significa che la comprensione elementare delle parole è acquisita. Già nel secondo anno di vita la comprensione aumenta sensibilmente: generalmente il bambino passa da una comprensione di 60 parole a 10 mesi a circa 200 parole a 16 mesi. Nello stesso periodo il bambino comincia a produrre le parole, dapprima come ripetizione durante il contesto, poi anche senza il contesto. Questa produzione di parole è diversa da bambino a bambino: vi sono bambini che arrivano a produrre entro i venti mesi almeno 50 parole, e altri più precoci che arrivano a produrre anche 500 /600 parole. L’ultima tappa di base importante per il linguaggio è la combinazione di parole, che caratterizza la struttura minima nucleare della frase. Naturalmente, oltre alle capacità del bambino, sono molte le variabili che entrano in gioco durante lo sviluppo del linguaggio e tutte hanno la loro importanza nel facilitare la padronanza, da parte del bambino, delle parole e delle varie combinazioni. I genitori possono favorire questo parlando al bambino in modo affettuoso, carico di emotività, o leggendo al bambino i giocattoli (sì, un giocattolo si può leggere e può essere la fonte di racconti e storie fantastiche che sviluppano nel bambino la fantasia, il desiderio del racconto e la creatività). Il bambino allora comprenderà sempre più che la parola è frutto di attenzione, di amore, di cura. In fondo il vero significato del linguaggio dovrebbe essere di facilitare sempre più i rapporti, il dialogo fra le persone, la gioia di stare insieme. Ecco perché penso che Dio abbia dato all’uomo il linguaggio: per esprimere, ad una sola voce, la molteplicità delle bellezze racchiuse nelle diverse parole.  
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