L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, è nella redazione del giornalino Big Bambini in giro. ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Psicologia

La morte del fratellino

Di fronte alla morte prematura del mio secondo figlio (aveva solo tre giorni), l’altro figlio Carlo di 5 anni mi ha chiesto: «Quando si muore?». Franca

I bambini necessitano di una spiegazione chiara e determinata di fronte alla morte, in modo che con le nostre parole possiamo dare loro il senso della vita. Ai bambini bisogna rispondere che «si muore quando si ha finito di vivere». Questo può sembrare drammatico ai loro occhi, ma non è così.

Questa verità profonda rassicura tutti quei bambini che stanno attraversando il momento dell’ansia della morte. E al piccolo Carlo si può dire che il fratellino se n’è andato in fretta, prima di vivere e di invecchiare. Noi che lo aspettavamo abbiamo sofferto… ma lui che ha finito di vivere così in fretta ora aiuterà la nostra famiglia.

Le parole dette a un bambino hanno un valore simbolico importante, sia perché i genitori per i piccoli rappresentano dio in terra, l’assoluto, sia perché le parole per loro hanno lo stesso significato della vita e fungono da simbolo per la realtà

In questo modo il fratellino che se n’è andato farà sempre parte della famiglia, non nella tristezza, ma nella vita simbolica. Nella testa del piccolo Carlo, con le nostre parole, noi permettiamo al fratellino di vivere per sempre, perché è stato amato nei mesi della gestazione e sino alla nascita.

La cosa importante non è la vita fisica, ma che un essere umano, il quale aveva preso corpo da due persone che si amano e sono legate dal desiderio, ha potuto nascere ed è andato via presto. Ha finito di vivere prima che gli altri se ne accorgessero.

La rappresentazione simbolica è ciò che accompagna la vita e va al di là del tempo. A volte raccontiamo ai bambini storie strane sulla morte, oppure neghiamo loro la verità temendo chissà quali conseguenze.

Tutta la nostra vita, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, dimostra che c’è una Realtà più grande del nostro corpo, una Realtà che magari non possiamo conoscere fino in fondo, ma che in qualche modo possiamo avvicinare. Intuiamo che questa Realtà è fuori dal tempo e dallo spazio.

Ci avviciniamo ad essa con l’arte, con la musica, con la pittura, con la bellezza oppure, come nel caso del nostro piccolo Carlo, con la morte del fratellino. Naturalmente, se siamo credenti, possiamo dare un nome a questa Realtà e dire che il fratellino ora è con Gesù, per cui lo possiamo pregare e gli possiamo sempre chiedere di darci una mano. Ma la morte è una realtà che sta li a dimostrare a tutti che il corpo è solo il simbolo di qualcosa di più grande.

Sta a noi far partecipi i nostri figli, aprendo loro l’incontro con questa Realtà che è il mistero della vita. Vale la pena viverla bene, per avvicinarci nel modo migliore alla nostra morte.

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società

Clarisse e carmelitane in azione

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Una settimana fa circa clarisse e carmelitano hanno inviato al presidente della Repubblica Mattarella e al premier Conte una lettera aperta per «dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie». Pensate sia opportuno che delle religiose prendano posizione su questo tema? Antonio - Salerno


È stupefacente constatare come donne che hanno scelto di vivere appartate dal mondo, in solitudine, comunione e preghiera, siano così avanti nel progresso sociale e umano. Mi riferisco alla lettera inviata l’11 luglio al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, circa l’accoglienza degli immigrati e la loro disponibilità a mettere al servizio tempi e spazi. La bellezza sta poi nel constatare come decine di adesioni alla proposta siano arrivate subito. Quanto le clarisse e le carmelitane hanno operato con questa loro iniziativa ha il sapore della primavera, della nuova umanità anticipata. Saremmo troppo superficiali nel considerarla una semplice iniziatica caritatevole e generosa. No! È un modo di intendere il futuro che mette alla base l’altro come co-essenziale, come parte di noi. Ancora una volta queste donne aprono il loro grembo d’amore e il loro cuore e la mente agli altri, testimoniando sin da quaggiù il vero vivere. In questo modo, con questo loro gesto si abbattono le categorie di stranieri, immigranti, diversi, per introdurre un’unica categoria che è la più aperta possibile: il prossimo. In questo modo il prossimo non è chi mi sta accanto, anche, non è chi mi è parente, anche, ma colui che io faccio esistere con il mio interessamento. Il prossimo apre le mie difese psicologiche, mi co-stringe a vincere la paura e mi aiuta a trarre energie psichiche per la nuova terra del futuro. Quante volte le paure, le depressioni, le disarmonie psicologiche sono determinate dalla carenza di amore che, per vari motivi, ci è capitata, e spesso la cura consiste nell’aiutarci a comprendere che nonostante tutto ciascuno è amato perché è stato fatto nascere, e che, se facciamo nascere gli altri con il nostro amore, ritroviamo non solo la nostra dignità e serenità psicologica, ma anche la gioia di essere parte dell’umanità.
Società

L’intelligenza della tolleranza

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A un semaforo due auto si strusciano lievemente. Una delle due donne alla guida scende e comincia ad inveire con violenza e parolacce. L’altra, impaurita, si chiude dentro la macchina insieme ai suoi due bambini. Perché siamo diventati come bestie? E quei bambini che avranno pensato? Gianni


È stato il grande filosofo Blaise Pascal a dire che «l’uomo a volte è una bestia, altre un angelo». Intendendo con ciò la fragilità presente in ciascuno, insieme con la tendenza al male, che è sempre in agguato. Tutta l’evoluzione dell’umanità è avvenuta, tra l’altro, grazie al controllo dell’aggressività e delle emozioni. Ma questo processo è ancora in corso ed è lungo. Guerre e devastazioni si sono succedute durante tutta la storia umana, a dimostrazione che aggressività, rabbia e odio sono sempre in agguato. L’aggressività è come un lupo, che se ne sta accovacciato e pronto a colpire quando le nostre difese sono abbassate. “Difese” significa addomesticare l’aggressività, e prevenire, affinché le esperienze che scatenano la rabbia possano essere gestite in modo diverso. Ma in un mondo pieno di stimoli e di complessità, è facile cadere nelle reazioni emotive ed immediate. Allora, cosa possiamo fare? Due sono le azioni necessarie:
  • Educare ed educarci ad un linguaggio corretto, ad un comportamento corretto. Occorre bandire le parolacce, il linguaggio scurrile, evitare di mostrare ai nostri figli quei politici, presentatori e personaggi che si esprimono in modo volgare. Al posto di questo linguaggio, è invece importante utilizzare l’intelligenza e la moderazione, trasformando così istinto e rabbia in determinazione alla positività e all’altruismo.
  • Sviluppare la cultura della tolleranza, nei confronti delle fragilità e degli sbagli, propri e degli altri. Quanto è importante chiedere scusa a se stessi, agli altri e a Dio! Siamo come piante: se cresciamo in una terra inquinata di violenza, diventiamo anche noi violenti. Occorrerebbe una reazione di orgoglio, per rispondere pacificamente e in massa, con una disobbedienza, ogni qualvolta gli altri vogliono imporci la violenza e il proprio parere.
  Altro che muri, aggressività e violenza. Occorre aprire i cuori e usare l’intelligenza della tolleranza.
Società

Indifferenza dilagante

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Studio scienza dell’educazione e sono affascinato dall’enorme valore di ciascuno. Al contempo rimango disgustato dalla indifferenza dilagante… mi chiedo, ma chi veramente siamo noi ?


Un grande poeta e mistico spagnolo, Fernando Rielo (Madrid 1923-New York 2004), nel suo monumentale studio sull’antropologia della persona, afferma : «l’essere umano è una persona finita, aperta all’infinito». L’esperienza ci conferma continuamente la bontà e verità di questa affermazione in quanto sperimentiamo la nostra fragilità e debolezza insieme al desiderio incessante di infinito. Questa mescolanza fra debolezza fisica naturale e pensiero che è in grado di oltrepassare il concreto e il tangibile per viaggiare nelle sfere più alte dell’immaginario e dello Spirito, fanno parte dell’unicità di ciascuno. In realtà non esiste una divisione netta fra la nostra debolezza e il desiderio di trascendenza, fra la finitudine e il bisogno di infinito. Anche la persona più debole , come ad esempio un portatore di handicap, nella sua fisicità mutilata esprime un valore immenso e trascendente che ci porta alla profondità dell’essere. Ma chiediamoci: come è possibile tutto questo? Il pizzico di fango unito alla scintilla vitale è diventato una creatura corporale nuova, in gradi di divenire, al termine della sua esistenza, un seme per un futuro corpo spirituale. Questa percorso dell’esistenza che va dalla materia fangosa alla luce corporale è un’esperienza e possibilità di dono offerta a ciascuno di noi. Una esperienza di dono che però non possiamo vivere da soli, ma che si dispiega e si realizza insieme agli altri. La persona allora è creatura nata dall’amore che si sviluppa e si realizza solo nell’amore. Questo “amore fra persone“ è la radice della Nuova umanità pensata da Dio sin dall’origine. Ancora adesso la creazione continua, e Dio, mediante la nostra collaborazione, genera la nuova umanità. Nuova umanità da sempre desiderata da Dio e che Cristo ha fondato, rinnovandola e rendendola viva con la sua resurrezione.
Pediatria

Francesca ha paura

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Nostra figlia Francesca, di quasi sette anni, da un po’ di tempo ha troppa paura. Non basta rassicurarla e nemmeno più accompagnarla. Ha paura, soprattutto in casa se rimane sola in una stanza, e del buio… ma anche se gioca a nascondino, dopo aver contato non si allontana per andare a cercare gli altri. Grazia di Napoli


Numerosi sono gli studi sulle cause delle paure infantili. Si possono raggruppare in due categorie:
  • le caratteristiche interne o psicologiche del bambino: in questo caso le paure sono una espressione simbolica dei conflitti evolutivi.
  • l’apprendimento: il bambino impara ad avere paura come conseguenza degli avvertimenti o dei condizionamenti educativi (per esempio quando i genitori sottolineano indebitamente i pericoli dell’oscurità), o da esperienze traumatiche (quando ad esempio un bambino viene morso da un cane è facile che acquisisca una “fobia dei cani”)
Inoltre sono anche presenti fattori determinati dalla costituzione o dal temperamento del bambino. Francesca ha paura. Avere paura non è una colpa, anzi è una condizione che determina ansia, insicurezza, pensieri depressivi, disturbi somatici (mal di pancia). Tutti i bambini manifestano una varietà di paure durante l’infanzia. Le paure poi di solito diminuiscono man mano che i l bambino progredisce verso l’età adolescenziale e, normalmente, non solo non interferiscono con lo sviluppo psicosociale, ma sono funzionali allo sviluppo stesso in quanto permettono al bambino di prendere coscienza ed evitare determinati pericoli che possono realmente mettere a repentaglio la sua salute. Inoltre servono per rafforzare nel soggetto la distinzione fra l’Io e la realtà esterna. Le paure infantili poi, variano secondo l’età del bambino. Generalmente nei primi cinque anni, le paure e le fobie del bambino riguardano gli estranei, le streghe ed altri personaggi delle favole. Oltre soprattutto l’oscurità, l’essere lasciato solo al buio e certi animali. Successivamente, dai sei agli undici anni, fa paura la possibilità di perdere i genitori, la scuola, i castighi ( specialmente quelli minacciati da forze superiori , magiche o soprannaturali ), l’oscurità, alcuni fenomeni della natura (tuoni, lampi), i ladri, la violenza fisica. E allora, cosa fare? Tenendo conto che con la crescita le paure dovrebbero scomparire, tuttavia alcuni suggerimenti possono aiutare… Francesca, se da un punto di vista cognitivo è già una bambina preparata, forse emotivamente è ancora piccola e necessita di essere sostenuta. Potrebbe essere utile:
  1. evitare ammonimenti, proibizioni costrizioni o punizioni, perché alla lunga non fanno che aggravare la situazione
  2. evitare di dare la massima attenzione alla bambina in quanto capisce che in questo modo i genitori sono tutti per lei, e così può strumentalizzarli e condizionarli mantenendo il permanere della situazione di paura.
  3. non parlare continuamente a tavola delle paure o dei sogni del bambino, per non aumentare l’attenzione sulla paura.
Naturalmente, fino a quando Francesca va a scuola , ed è inserita nel contesto sociale, non ci sono grossi problemi. Diversamente se la paura tende ad ampliarsi, impedendole l’inserimento nella scuola o la vita con gli altri amichetti, allora forse sarebbe utile una osservazione da parte di uno specialista.  
Psicologia

Bambini e senso di Dio

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I bambini possiedono già il senso religioso? Non sarebbe bene educarli alla fede quando sono grandi ed in grado di comprendere? Angela (Parma)


Sin dall’antichità l’uomo possedeva un senso del sacro e del religioso molto forte, che si manifestava mediante i simboli, che diventavano cosi veicoli, segni, di questa profonda realtà, quasi testimoni destinati a perdurare nel tempo. Ma allora la religiosità è connaturale all’uomo? E se sì, come trovarne le tracce? A quale età possiamo identificare in modo chiaro queste orme della religiosità? Maria Montessori propende decisamente per una religiosità connaturata nell’uomo, quindi innata. Nel suo progetto educativo, infatti, molto spazio è dato alla formazione religiosa a partire dai 3 anni. Possiamo, quindi, parlare di religiosità infantile? Alcuni studiosi come Rizzuto e Aletti, si pongono in un’ottica dinamica e confermano la connaturalità religiosa del bambino. Aletti, infatti, afferma: «Il bambino si pone dei problemi di carattere essenziale, sproporzionati al suo momento di sviluppo: le risposte religiose sono inizialmente correlate in modo evidente a questi problemi. Sono, cioè, meccanismi di superamento e di adattamento di alcuni modi essenziali dell’esperienza infantile; proprio per questo contengono già un’intenzionalità trascendente, che si specifica a livello simbolico come una tendenza al superamento incessante di una visione meramente egocentrica dell’Io, verso la scoperta, l’accettazione e la relazione con l’altro». Certamente nel bambino non è ancora evidente una pura intenzionalità di rapporto col trascendente, essa è probabilmente ambivalente, perché condizionata in egual misura sia dai problemi di adattamento della prima infanzia, sia da fattori di apprendimento manipolati dall’esterno. Leggendo alcune testimonianze di ricercatori sulla religiosità del bambino, colpisce vedere come fanciulli che non hanno ricevuto nessuna educazione religiosa manifestino comunque un senso di Dio. Il bambino, infatti, vive dapprima in modo discontinuo alcune esperienze, emozioni, intuizioni trascendentali ricche di significato, già presenti in lui, che solo gradualmente e attraverso l’aiuto dell’ambiente diventeranno col tempo habitus costante. Ha ragione A. Fossard quando, parlando del bambino, dice che si muove a suo agio nel mondo del trascendente e gode sereno al contatto con Dio. Nell’aiutare la vita religiosa del bambino, dunque, non si impone qualcosa che gli estraneo, ma si risponde a una richiesta silenziosa: «Aiutami ad avvicinarmi a Dio». Anche se l’esperienza del trascendente è già presente nel bambino, è necessario comunque che venga accompagnata da relazioni umane significative che gli facciano comprendere la bellezza della vita e la grandezza del dono dell’amore. Sono molteplici gli studiosi che hanno approfondito i primi rapporti fra la madre e il bambino come prototipi dei futuri rapporti tra il bambino e il trascendente. Aiutare il bambino a conoscere la sua religiosità significa aiutarlo a crescere e a sviluppare tutto quello che la fede contiene: l’amore gratuito, la speranza nella vita e la gioia di donarsi agli altri.
Psicologia

Castrazione chimica e stupidità del male

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Dopo gli ultimi episodi di stupri, si parla di castrazione chimica. Che ne pensa?


Sarebbe bene, talvolta, turarci le orecchie. Se non altro per evitare di offuscare la trasmissione alle nuove generazioni del senso della vita e delle cose a venire. Quando l’ennesimo ministro di turno (guarda caso maschio), di fronte alle aberrazioni e ai soprusi sessuali nei confronti delle donne, propone come soluzione la castrazione chimica significa che abbiamo toccato il fondo della barbarie. Significa tornare alla legge del taglione, occhio per occhio, vendetta per vendetta. Questo modo stolto, cieco e rozzo di affrontare il problema è figlio di una mentalità che rappresenta l’ennesima tentazione del potere nelle mani dell’uomo: combattere il male con altro male. Tutto questo getta nefandezza sui colpevoli che vengono così considerati non degni di recupero, di pentimento, di stima, ma condannati in eterno, maledetti per sempre. Significa considerare l’uomo come un lupo, pronto a sbranare chiunque. Certo, mi si dirà, e la vittima? La vittima va curata, sostenuta, accolta con tutto l’impegno possibile. La vittima va amata, protetta, consolata e risarcita giustamente. E al persecutore occorre impedire che faccia altro male, ma senza infliggere altro male, bensì con l’idea del recupero, della riabilitazione, della possibilità di riscatto. Il male va sempre condannato (c’è qualche lettore che qualche volta non abbia commesso il male?), mentre la persona va sempre riabilitata. Cosa possono pensare i nostri ragazzi adolescenti se di fronte al male e alla sofferenza la risposta è un altro male? C’è il rischio di condannare tutto e tutti, di spegnere la speranza nella capacità dell’uomo di recupero e redenzione. Forse come generazione di adulti dovremmo vergognarci e chiedere scusa ai nostri figli per il cattivo esempio che diamo quando utilizziamo la vendetta e l’emozione negativa per infliggere ulteriore sofferenza. Indigniamoci, vergogniamoci, chiediamo scusa a quei giovani che a causa del nostro cattivo esempio non credono più al riscatto dell’uomo. Contemporaneamente però, impegniamoci in proposte che riscattino il male col bene, il negativo col positivo. Del resto, non è vero che basta una piccola luce per rischiarare anche il buio più profondo? Allora forza, accendiamo luci, accendiamole sempre!
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