Voglia di potere

Su Netflix la serie Borgen – Il potere, una indagine a tutto tondo sui meccanismi della politica di grande attualità.

C’è una serie televisiva danese che vale la pena vedere o rivedere, visto che è del 2013 e che attualmente viene ripresentata, mentre  la quarta stagione andrà in onda nel 2022.

L’argomento è stringente. Birgitte Nyborg  (Sidse Babett Knudsen) è una donna politica carismatica che inaspettatamente diventa primo ministro in Danimarca. Sposata con Philipp, due figli, si divide tra casa e ministero, cosa tutt’altro che facile, in mezzo ai continui tranelli dell’opposizione politica, alle inchieste giornalistiche invadenti e ai media ossessivi. In definitiva la vita di un personaggio pubblico che si trova a dover lottare per essere sé stessa, salvare l’unità della famiglia e della coppia e i doveri verso la comunità.

Birgitte non è l’unico personaggio della fiction. Il mondo dei media d’assalto – radio televisione giornali – viene presentato nella sua dinamica fatta di frustrazioni, scoop, gelosie e rapporti amorosi che vanno e vengono, come succede alla giovane intraprendente giornalista Hanne. La società danese viene offerta nella sua dimensione laica, molto individualista e con toni critici verso l’Italia politica, vista come “alleato debole” dell’Unione europea. Un aspetto questo che ci fa bene sottolineare, perché la serie lanciata sulla rete nazionale danese, esprime un sentire diffuso sui costumi nazionali ma anche sull’opinione che gli “altri” hanno verso il Belpaese.

Ce la farà Birgitte a salvare sé stessa e la famiglia? L’impegno c’è, ma l’esercizio di esso obbliga ad un impegno totalizzante, di fronte ai quali la coppia – il marito che è l’anello debole – scoppia, tra il dolore forte dei figli che si devono adattare col tempo ad altre figure materne o paterne. Hanne, poi, con la sua emotività accesa e i rapporti sentimentali instabili, ha il successo, ma il prezzo da pagare è molto alto, a livello personale.

È il mondo di oggi, o meglio una parte della società occidentale che la fiction, interpretata al meglio e diretta con scrupolo e slancio, dimostra. Un mondo di instabilità emotiva ed insieme di voglia di autoaffermazione ad ogni costo. Di qui l’indagine sul lavoro “sporco” in politica e nei media e la sensazione di una società che tende a chiudersi in sé stessa e a faticare nell’accettare sia il diverso  – l’immigrazione – sia il dolore. Birgitte deve fare i conti con tutto questo, anche con una imprevista sofferenza personale da cui comunque esce vincitrice. Ma per quanto durerà?

Fa bene scrutare il mondo danese così vicino anche al nostro sotto diversi aspetti e fa pensare quanto sia difficile per chi ha un progetto – politico o lavorativo o familiare – restarvi coerenti, se non c’è un forte supporto morale o affettivo. Il potere, sotto qualsiasi forma, è una corsa ad ostacoli. Birgitte la compie, perché è animata, pur pagando un prezzo alto a livello personale, a compiere il bene della sua nazione.

 

 

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