Vivere la città

Città Padova
Adesso sono rientrati davvero tutti in città. La ripresa dell’anno scolastico e il ritorno degli ultimi vacanzieri settembrini hanno segnato in modo compiuto l’inizio del nuovo anno sociale. Che eredita i ben noti problemi del precedente, mentre nel dibattito politico un rilievo particolare spetta al federalismo fiscale e alle norme per le elezioni europee. In fatto di federalismo fiscale, c’è il rischio (oltre che di sperequazioni tra Nord e Sud) che per i Comuni, dopo aver perso l’Ici, scompaia l’autonomia impositiva e si trovino ad essere dipendenti dai trasferimenti di risorse che Stato e Regione vorranno loro accordare. Per le elezioni europee, si sta discutendo della soglia di sbarramento mentre purtroppo è certa l’assenza del voto di preferenza, l’unico strumento a disposizione degli elettori. Rischiamo di abituarci, ma tali questioni, delicate e centrali, accentuano la crisi della democrazia rappresentativa e la disaffezione dei cittadini alla partecipazione. A livello locale c’è invece vitalità, con la riscoperta del territorio e della propria città. La reazione alla globalizzazione omologante ha significato il recupero del patrimonio locale e soprattutto l’emergere di un’identità collettiva legata alla storia e alla cultura locali, talora accompagnata da difese intransigenti. In questi ultimi mesi, tuttavia, la crisi economica, politica e di senso sta producendo effetti particolari sui ceti popolari e sul ceto medio impoverito: indifferenza, delega totale agli altri, disinteresse verso l’informazione. Una sorta di resa quasi totale. Chi può dare loro voce e proposta? Chi, se non la cosiddetta società civile? Sino ad ora, la politica ha considerato le componenti della società – nella migliore delle ipotesi – come il suo interlocutore, il suo tu. Adesso, si può aprire una fase inedita: la società, con le sue articolazioni più vive, è chiamata ad essere l’io della politica, il soggetto capace di offrire all’azione delle istituzioni nuovi contenuti, metodi e fini. La città può diventare allora un laboratorio di innovazioni. Pensiamo allo sfilacciamento del tessuto urbano, alla chiusura tra quartieri, ai problemi della sicurezza. Derive ritenute inarrestabili. Eppure, sociologi e centri di ricerca costatano che, dove sono presenti gruppi, anche piccoli, caratterizzati da relazioni pregnanti, la vita urbana vede crescere il proprio capitale sociale che può contrastare i fenomeni degenerativi. Dar vita a relazioni solidali è quindi una risposta attesa dagli abitanti, da cui sono disposti a lasciarsi contagiare. È un compito che associazioni e gruppi – piccoli mondi vitali, li definiva il sociologo Achille Ardigò, appena scomparso – sperimentano come un proprio specifico, adesso da potenziare e mettere in circolo, sviluppando una maggiore responsabilità civica comunitaria. Le associazioni sono scuole di autogoverno e di promozione della passione civile, sottolineava lo scienziato sociale inglese Paul Hirst. Vivere, allora, la città. Non subirla nei giorni lavorativi, né fuggirla nei fine settimana. Prendersene invece cura a partire dagli ultimi, conoscere risorse e ferite, percorrerla nelle sue vicende storiche sino a scoprirne la sua ragion d’essere, la sua vocazione e concorrere a realizzarla, interpellando le istituzioni. Il programma della città, in buona sostanza, devono darlo i cittadini. Perché vivere la città – tanto più nella logica della fraternità universale – significa amarla e farla amare, far rinascere la passione nei gruppi delusi e nei singoli rassegnati, mobilitare energie e competenze, intrecciare locale e globale, porre domande e offrire proposte, come Benedetto XVI ha auspicato a Cagliari. Laddove buone pratiche sono in atto, si costata l’incontro virtuoso tra realtà istituzionale e dinamismo vitale delle componenti sociali. Cresce qualitativamente la città, effetto di una democrazia più partecipata. È anche l’impegno di Città nuova, la rivista di questa gente che fa gruppo, guarda al mondo unito e anima lo spazio di partecipazione più adatto alle proprie capacità, piccole o grandi che siano.

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