Viaggio di un Griot

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CANTO RITUALE DEL GRIOT * Oh sole, soffio del bufalo sulle savane! Ecco che tu sorgi, alla fine della tua notte di nozze con la luna nuova. E quale sospiro di freschezza sui nostri villaggi O Dio dispensatore di saggezza! Fa’ che le mie parole siano nuove come i suoi raggi. Che il mio sguardo carpisca il suo segreto e regni come lui, maestro del cielo. Vorrei poter modellare con le mie stesse mani i desideri dei miei simili. Purtroppo non sono come Samba! Lui può conversare con la luna. Lui comprende il mormorio delle foglie, quando la terra è appesantita dal sonno degli umani. Non sono come Kor Yande, per lui il linguaggio delle conchiglie non ha segreto. Io sono il quotidiano senza eccezione del villaggio. Da lontano sento il canto dei bravi nei campi. LETTERA Oggi ti scrivo una lettera. Scusami Sama Yaye, Madre! Quest’alba vedrai aperta la porta della mia cameretta, il materasso per terra, vuoto ma ben ordinato. Per la prima volta non mi rifarai il letto, saprai che qualcosa sarà cambiato. Scusami, Sama Yaye! Ho sospeso il saluto sulla tenda lacerata, sui rami del baobab, il sogno del cuore impiccato, il cuore che ti abbraccia ogni volta che passi la soglia. Questa soglia l’ho passata in punta di piedi, velando il segreto sul mio viso. Scusami Sama Yaye, Madre! So che avresti voluto stampare negli occhi il mio sguardo di speranza sulla partenza, avresti voluto versare acqua piovana sui miei passi come il rituale, il rituale degli antenati per i viaggiatori. Scusami Sama Yaye, Madre, dovevo partire, sama yoon dafa taxaw. Una barca ci aspettava su questa spiaggia di sabbia bianca, la prua alta sfidando l’orizzonte, calma e silenziosa. Le dita dei piedi si stringono, si aggrappano alla terra. Guardandoti sulla luna, tra le nuvole vestita di rosso mi desti un sorriso dandomi il coraggio per salire a bordo. Scusami Sama Yaye, Madre! Quel giorno fu il più lungo della mia vita, malgrado la freschezza del mattino mi mancava già l’ombra maestosa del tamarindo, la notte le onde del mare ci facevano compagnia, attenuando il freddo sulla pelle che si ribella. Questo mi ricorda le notti invernali intorno al fuoco sulla piazza del villaggio, le nostre ombre ballavano sul lato ovest della moschea al ritmo della voce del nonno che ci raccontava l’intelligenza della lepre, l’ingenuità della iena. Un attimo mi fermai a pensare se valesse la pena allontanarmi dal mio cielo, la terra dei miei antenati. Da un anno e un giorno sono qui nel paese dei bianchi che hanno vestito di nero il diavolo, mentre noi lo vestiamo di bianco… Qui è sempre lo stesso. SUONA LA SVEGLIA L’alba, il richiamo delle ultime ombre notturne Sguardo esitante, mancanza di voglia. La borsa, il mio unico amico di questi giorni, aspettava preoccupata la destinazione ancora sconosciuta. Prima nulla, poi niente, cosa sentiremo oggi? Scusami se mi lamento ancora oggi Ho promesso di sistemare le cose sbagliate Seguire la strada giusta, le parole di mia madre. Il suo sorriso di miele ogni mattina fa rinascere, dentro di me, la volontà, il coraggio di sfidare freddo, nebbia, temporale, neve. Privilegiando le azioni alle parole brevi Questi giovani raggi di sole crescendo sveglieranno la fiamma che dorme dentro di me. VORREI Sentire la dolcezza delle tue palme sul mio viso Sentire la tua saggezza scorrere nelle mie vene Quando mi carezzavi la testa con una mano sulla tua pancia Vorrei sentire il timbro magico della tua voce Quando tornavi dal pozzo con una brocca piena d’acqua sulla testa Gli uccelli saltando da un albero all’altro Seguivano i tuoi passi sicuri A ritmo di questa melodia di primavera Oh, vorrei Averti accanto a me di persona poter essere punito Per una cosa sbagliata fatta Per una cosa sbagliata detta Per tutte le mie cose sbagliate Vorrei Tra le stoffe che hai tessuto per me Sentire le cose che non mi hai mai detto Tra i giocattoli di legno che hai scolpito per me Recitare le lezioni che non mi hai mai insegnato Tra i quadri che hai dipinto per me Trovare le risposte alle domande che non ho mai fatto Oh, vorrei Spettatore non avvertito che sono Poter decifrare le parole delle tue opere d’arte Senza cambiare nemmeno una virgola Per capire lo spirito della tua anima Che non mi hai spiegato Vorrei Oh, vorrei * I griot sono i poeti cantanti della grande tradizione africana. Alle loro narrazioni musicate è affidata la conservazione della memoria storica, nonché la trasmissione dei modelli culturali e sociali di ogni gruppo etnico. Ndiawar Diagne è nato nel 1971 a Thiaroye nella periferia della grande Dakar, in Senegal, e vive da alcuni anni a Firenze, dove lavora come operaio e fa parte del Centro Studenti G. La Pira. Ndiawar, giovane griot, ha riscritto la storia del viaggio di speranza di uno dei tanti ragazzi che partono dall’Africa e sbarcano sulle nostre coste.

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