Viaggio a Cipro, custodire la bellezza delle diversità

Nel secondo giorno della visita pastorale a Cipro, papa Francesco chiede alle autorità civili di alimentare la speranza e preparare la pace mettendo al primo posto le esigenze della popolazione, vuole che guariscano le ferite della divisione tra le Chiese, sostiene i migranti in questa cultura dell'indifferenza
AP Photo/Alessandra Tarantino

L’isola di Cipro è «una perla di grande valore nel cuore del Mediterraneo». Così l’ha definita papa Francesco incontrando le autorità e il corpo diplomatico proprio all’inizio del suo viaggio apostolico. È un luogo di incontro fra tanti popoli, brilla di una luce che ha tante sfaccettature, un poliedro che, però, deve sapere custodire la sua bellezza. Tutto ciò richiede tempo e pazienza, «domanda uno sguardo ampio che abbracci la varietà delle culture e si protenda al futuro con lungimiranza». Perciò è importante «tutelare e promuovere ogni componente della società, in modo speciale quelle statisticamente minoritarie», sostiene il papa chiedendo alle autorità civili di alimentare la speranza e preparare la pace mettendo al primo posto le esigenze della popolazione, coinvolgendo sempre più la Comunità internazionale, impegnandosi nella salvaguardia del patrimonio religioso e culturale.

Un mosaico di volti e storie che papa Francesco vuole incontrare nel segno della fraternità e dell’accoglienza, della ricerca dell’unità e del bene comune, di gesti e parole che guariscano le ferite della divisione: «Quante volte nella storia tra cristiani ci siamo preoccupati di opporci agli altri anziché di accogliere docilmente la via di Dio, che tende a ricomporre le divisioni nella carità! Quante volte abbiamo ingigantito e diffuso pregiudizi sugli altri…», dice nel corso dell’incontro con il Santo Sinodo auspicando «che aumentino le possibilità di frequentarci, di conoscerci meglio, di abbattere tanti preconcetti e di porci in docile ascolto delle rispettive esperienze di fede». Per crescere nella comunione e nella missione, infatti, è necessario avere il coraggio di spogliarsi di ciò che è terreno per «favorire la pienezza dell’unità», lasciare ciò che può compromettere «la pienezza della comunione, il primato della carità e la necessità dell’unità».

Anche nell’omelia della S. Messa nel GSP Stadium di Nicosia Francesco rinnova l’invito a camminare insieme come fratelli, figli dell’unico Padre. Per questo bisogna andare da Gesù per guarire, portare insieme le ferite per potere, poi, annunciare il Vangelo con gioia. Dinanzi «alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società – afferma il papa –, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità. La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo». In questo modo i cristiani saranno illuminati e luminosi, portatori della luce della Parola, seminatori di «germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità».

Una quotidianità spesso difficile, come quella dei giovani migranti che papa Francesco incontra durante la Preghiera Ecumenica. Le sue parole risuonano forti e dure, richiamano a un cammino esigente, a un drastico cambiamento di rotta. «Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte, in questa cultura dell’indifferenza». Dopo essersi rivolto ai migranti dei quali ha ascoltato le storie, addita la crudeltà dei fili spinati che esprimono l’odio verso il fratello, dei lager così vicini a noi anche oggi, dove finiscono i migranti respinti, luoghi di tortura e di schiavitù: «è la sofferenza di fratelli e sorelle che noi non possiamo tacere», dice il papa mentre invita a intraprendere un percorso quotidiano nel quale passare «dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore, dalla fuga all’incontro», per riconoscere nell’altro il volto di un fratello, per entrare insieme nella terra che il Signore ha preparato. «Questa è la profezia della Chiesa – dice Francesco –: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. (…) Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. Dio vuole questo, Dio sogna questo».

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