Via Crucis in tempo di Covid

Proponiamo ai nostri lettori in 4 puntate una Via Crucis che ci invita a riflettere sulla passione di Gesù e sulla nostra, legando insieme la sua vita con la nostra attualità. Oggi le prime 4 stazioni.

I Stazione: Gesù condannato a morte

Pilato condanna a morte Gesù, ma nessuno può togliere la vita all’autore della vita. È il Padre che, amando tanto il mondo, dona il Figlio perché il mondo abbia la vita (Gv 3, 16). Ed è Gesù che, in obbedienza al Padre, si dona liberamente per amore: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10, 17-18). Non è una scelta indolore. Gesù la compie tra forti grida e lacrime (Eb 5, 7), in una lotta che lo fa sudare sangue (Lc 22, 44). Quante condanne a morte ha già sentenziato il coronavirus! Chissà chi mi annuncerà la mia condanna a morte: forse il medico, un familiare, il dolore lancinante di un infarto… Vorrei che nessuna circostanza mi privasse della vita. Vorrei donarla liberamente, come Gesù. Dio che m’ha dato la vita me la richiede ed io gliela dono. Vorrei fosse l’ultimo sì all’ultima definitiva chiamata del Padre: un sì pieno, convinto, col quale mi consegno. Neppure per me sarà indolore: è una porta stretta, ma introduce nella vita, all’incontro a tu per tu con il Signore, per restare per sempre con lui (1 Tess 4, 17).

II Stazione: Gesù è caricato della croce

Isacco fu caricato della legna per il sacrificio. Isacco fu risparmiato, Gesù no, fu inchiodato su quel legno, vittima innocente per i nostri peccati (1 Pt 2, 14). Non gli caricarono addosso la croce, «si sottopose lui stesso alla croce» (Eb 12, 2). Le andò incontro e l’abbracciò, strumento del suo amore per noi. Che croce pesante è stata caricata sulla nostra società: tutto si è fermato, tutto meno il contagio. Discepoli, non possiamo essere da meno del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Vogliamo seguirti Gesù, dove altro potremmo andare? E se tu ti avvii al luogo del martirio con la tua croce, anche noi accoglieremo la nostra, quella che giunge giorno per giorno, fatta di privazioni, dolori piccoli o grandi, delusioni, fallimenti, incomprensioni. Non la scegliamo noi. Noi possiamo e vogliamo scegliere di abbracciarla assieme a te, perché l’hai già presa sulle tue spalle prima di noi: la nostra croce è la tua croce.

III Stazione: Gesù cade la prima volta

La terra è humus. Per umiliare qualcuno lo si fa strisciare per terra, gli si fa mangiare la polvere della terra… Eccolo Gesù a terra, umiliato. L’hanno umiliato con la flagellazione, la coronazione di spine, l’hanno sfinito, spossato. Ma è lui che l’ha scelto, per amore di noi: «Pur essendo di natura divina… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6-8). La foto dell’infermiera che crolla dopo una nottata di assistenza ai contagiati e s’addormenta pesantemente sul tavolo è l’icona della caduta di Gesù mentre sale al Calvario. Quanto orgoglio, quanta superbia nel crederci superiori agli altri, sicuri di noi, addirittura emancipati da Dio, di cui facciamo tranquillamente a meno anche quando crediamo in lui. Sappiamo che c’è, ma la nostra vita non ne ha bisogno, siamo autosufficienti. La caduta di Gesù è un invito ad abbassarci, a metterci accanto alle persone calpestate, ignorate, umiliate, come lui ha fatto con noi.

IV Stazione: Gesù incontra sua madre

Cosa avrà pensato Maria quando si vide davanti il figlio flagellato e sanguinante, con la croce sulle spalle? Alla profezia del vecchio Simeone «Una spada ti trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35)? Quando lo presentò al Signore nel tempio lo riscattò immediatamente e lo riportò a casa. A dodici anni, quando si era allontanato da solo, lo rimproverò e tornarono a casa insieme. Ora è pronta a perderlo, lo dona interamente al Padre, a tutti noi diventati suoi figli. Quante madri preoccupati per la salute dei figli, impotenti davanti al contagio. Quante sgomente davanti alla loro morte lenta, senza neppure poterli assistere, se non da lontano, come lontano se ne dovette stare Maria. «Beata tu che hai creduto» (Lc 1, 45) proclamò Elisabetta. Aiuta anche noi a credere, Maria, anche quando sembra che Dio ci abbandoni nelle mani del male, anche quando non capiamo perché le persone che amiamo debbano soffrire, morire. Stai accanto a noi, tu che ci sei madre, e ripetici quello che ti disse l’angelo: «Non temere… nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 30.37). Insegnaci a metterci a servizio del suo disegno d’amore, anche quando non ci sembra tale, e a dire dal profondo del cuore: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai pensato» (Lc 1, 38).

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