Vertice Africa-Francia senza capi di stato

All’incontro di venerdì 8 ottobre a Montpellier non sono mancate alcune importanti sorprese e innovazioni. Erano presenti 3 mila invitati, tra i quali 700 giovani rappresentanti della società civile africana. Molto vivace il dialogo di alcuni giovani con il presidente Macron.
(AP Photo/Daniel Cole, Pool)

Per la prima volta dalla ideazione nel 1973 dell’incontro che riunisce i leader africani e l’ex potenza coloniale, nessun capo di stato del continente è stato invitato a questo vertice, che si svolge in un momento delicato. L’influenza della Francia nel suo ex ambito coloniale è sempre più contestata, in particolare dalla Russia, e Parigi è in aperta crisi con due delle sue ex colonie, il Mali e l’Algeria.

L’intellettuale camerunese Achille Mbembe, uno dei maggiori pensatori del postcolonialismo, noto da 30 anni per le sue posizioni radicali, è stato incaricato dal presidente francese di preparare questo vertice. Mbembe ha promosso più di 60 “dialoghi” tra marzo 2021 e lo scorso luglio in dodici paesi africani, su temi come salute, clima, colonialismo, uguaglianza, democrazia.

All’Arena di Montpellier, nel sud della Francia, c’erano 3 mila invitati, tra cui circa 700 giovani rappresentanti della società civile africana. Questi giovani africani, selezionati con cura, hanno partecipato a questo vertice, pomposamente chiamato Africa-Francia (e non più Francia-Africa) riuniti attorno al presidente francese Emmanuel Macron. Venerdì hanno espresso le loro aspettative e frustrazioni sulla democrazia e il rapporto con la Francia.

Lo scambio tra il presidente francese e dodici giovani dell’Africa e della diaspora sarà una pietra miliare per lungo tempo per la sua natura inedita. «La rottura è stata voluta dagli africani, non dobbiamo credere che sia stata decisa a Montpellier», nel sud della Francia, ha esclamato l’attivista maliano Adam Dicko. «L’Africa non è un continente di miseria o disoccupazione, ma un continente giovane, ottimista, entusiasta», ha aggiunto.

Adelle Onyango, giovane cittadina del Kenya, ha invitato il presidente ad impegnarsi a «porre fine alla Françafrique» e alle sue pratiche opache, e ha sottolineato le contraddizioni di una Francia «arrogante, impantanata in questioni di razzismo» e impegnata a «dare lezioni di democrazia» agli africani.

Eldaa Koama, imprenditrice burkinabé, ha messo in dubbio la nozione di aiuto allo sviluppo: «Questo tipo di aiuto ti rende schiavo. L’aiuto allo sviluppo c’è in Africa da quasi un secolo, ma non funziona. Parole come salvare l’Africa sono finite, signor Presidente».

Arthur Banga ha invece scelto di essere lungimirante quando si è rivolto al presidente francese. Immagina un futuro pacifico ed “equilibrato” tra Africa e Francia dal 2030. «Non parleremo più di aiuti o sviluppo, ma di partenariato e co-costruzione. Il franco CFA è finito, l’Africa avrà la sua moneta. Le basi militari saranno chiuse e lasceranno il posto ad eserciti indipendenti. Il 2030 è una previsione a breve termine. La strada è disseminata di insidie, ma la percorreremo insieme».

Pur riconoscendo «l’immensa responsabilità della Francia nel commercio triangolare e nella colonizzazione», il capo dello stato francese ha rifiutato ancora una volta di chiedere perdono, privilegiando «un percorso di verità» e non di «vergogna di sè e di pentimento».

Rispondendo alle accuse di sostegno alle tirannie e alle critiche  per gli interventi militari, Emmanuel Macron è rimasto sulla sua linea: «La Francia è lì militarmente su richiesta» dei paesi africani. Ed ha richiamato questi ultimi alle loro responsabilità: «Non sono io che andrò a scuola, non sono io che sarò la polizia… Mai un intervento militare può sostituire il lavoro di uno Stato», ha detto Macron.

«Non possiamo avere un piano per il futuro della Francia se essa non assume la sua parte di africanità – ha affermato il presidente francese –. Abbiamo un debito con l’Africa… un continente che affascina il mondo intero, che a volte spaventa altri, ma il nostro paese è stato costruito su questo rapporto con l’Africa», ha insistito Emmanuel Macron.

Alla fine del vertice, però, secondo molti partecipanti, il panel di giovani africani non ha convinto. Le opinioni erano contrastanti. Alcuni hanno notato la mancanza di profondità e rigore nell’analisi di alcuni argomenti. Altri hanno trovato l’esercizio un po’ artificiale, da cartoon, con un focus sull’Africa francofona sempre pronto a chiedere conto alla Francia.

Il presidente francese ha fatto diversi annunci. In particolare, la creazione di un fondo per l’innovazione della democrazia in Africa, per una “governance indipendente”, una delle principali proposte di Achille Mbembe. A quest’ultimo è stata anche affidata la missione di creare una «Casa dei mondi e delle diaspore africane».

Per molti osservatori del continente africano queste proposte non sono realizzabili in Africa. Un attivista ha ribattuto: «Questo significa che gli attivisti dovranno ancora passare attraverso la Francia per organizzare, finanziare, esistere e combattere regimi di cui la Francia è ufficialmente partner?».

 

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