Vaccini: l’America Latina avanza a rilento

Per alcuni Paesi le campagne di vaccinazione non sono ancora una corsa, ma una lenta marcia di avvicinamento. In Honduras non è arrivata nemmeno una dose, in Paraguay appena 4 mila vaccinati. Nella regione lo stock disponibile copre il 3% della popolazione
(AP Photo/Eduardo Verdugo)

Alla fine i vaccini sono apparsi e anche abbastanza prima di quanto vaticinato dagli esperti. Anche in America Latina si è alle prese con una seconda e forse terza ondata e con l’impennata di casi positivi. La questione, dunque, è fare presto con le campagne di vaccinazione per potersi difendere dal virus e ridurre il numero dei ricoveri che sta facendo collassare gli ospedali, oltre alle strategie preventive di tracciabilità dei contagi. Ed è qui che entrano in gioco la tenuta delle istituzioni, la qualità della gestione dei governi, la tenuta della rete sanitaria. Tutti ambiti che mostrano falle storiche.

Che poi il mondo sia ammalato di disuguaglianze prima ancora che di coronavirus, lo dimostra la disparità nella distribuzione del vaccino, dove i Paesi più poveri appaiono, con minime eccezioni, come fanalino di coda. Basti tra tutti l’esempio del Paraguay dove finora sono state inoculate appena 4mila dosi del vaccino. Prima che possano essere consegnate dosi per una massiccia vaccinazione, occorrerà aspettare fino a maggio.

Sebbene ormai l’America Latina si stia trasformato in un focus della pandemia, il quadro che sta offrendo in merito alla somministrazione dei vaccini è preoccupante. Per i 630 milioni di abitanti della regione, sono arrivate appena 37 milioni di dosi. Tenendo conto che c’è bisogno di due inoculazioni, lo stock attuale copre meno del 3% della popolazione. Ma questo è il dato generale, nel dettaglio quasi il 90% delle dosi disponibili è in mano a quattro Paesi: Brasile, Cile, Argentina e Messico. In Honduras non ne è arrivata nemmeno una. Tanto è vero che le due donazioni disposte dal governo cileno a Ecuador e Paraguay, di 20.000 dosi ciascuna, quantità quasi simboliche in realtà, diventano significative di fronte ai ritardi.

Diego Tipping, presidente della Croce rossa argentina, rileva l’irrazionalità di queste disparità quando fa notare in un articolo pubblicato dal quotidiano spagnolo El País che «l’accesso al vaccino non è solo una questione umanitaria, ma ha a che fare con una strategia di successo contro la pandemia. Non serve a niente che alcuni Paesi riescano a vaccinare tutta la loro popolazione se altri non hanno potuto nemmeno iniziare, perché il virus continuerà a circolare». L’osservazione è quanto meno fondamentale in una economia globalizzata come quella attuale: con chi si continuerà a commerciare se al di fuori delle proprie frontiere il virus sarà più attivo che mai, visto che i partner commerciali non sono stati scelti in base al loro livello di immunità?

(AP Photo/Ginnette Riquelme)

La gran parte dei Paesi latinoamericani fa parte di Covax, il programma internazionale promosso dall’Oms insieme a Gavi (Iniziativa mondiale per i vaccini e l’immunizzazione) che sta ripartendo in modo equo 281 milioni di dosi. Alcuni dei laboratori che fanno parte del programma avevano però impegni precedenti con l’Europa e gli Stati Uniti, pertanto le consegne stanno andando a rilento. Ne hanno approfittato Russia e Cina per introdurre i loro vaccini. I paesi che hanno negoziato con loro fin dall’inizio, hanno ottenuto i vaccini in tempi più brevi. E ciò spiega perché, con meno di 19 milioni di abitanti, il Cile ne ha vaccinati dalla fine di dicembre più di 4 milioni e ha dosi in stock per altri 4 milioni, su un totale di 37 milioni di dosi contrattate.

Ma il caso più inquietante è quello del Brasile, che è arrivato tardi e disorganizzato avendo ottenuto finora 15 milioni di dosi per i suoi 210 milioni di abitanti. A dicembre il presidente Jair Bolsonaro si faceva beffe del vaccino cinese, a gennaio affermava senza arrossire che la questione della vaccinazione per lui non era prioritaria, a tutt’oggi continua a mostrare una confusione che sta gettando il Paese nel pessimismo. Nel frattempo, in Brasile, i contagi giornalieri sono attorno ai 70.000 e i decessi più di 265.000 dall’inizio (oltre 1.500 al giorno ultimamente), mentre ha fatto la sua apparizione la variante brasiliana, ancora più letale. Pensare di coordinare gli sforzi perseguendo politiche senza alcun fondamento scientifico è quanto meno difficile.

Ma appaiono insufficienti anche alcune sporadiche azioni concordate, come ad esempio quelle tra Argentina e Messico. Questo virus che ha contagiato l’intero pianeta non potrà essere sradicato dalla logica miope del «si salvi chi può». Perché magari proprio chi non può salvarsi continuerà a diffonderlo. Abbiamo bisogno di strategie comuni e condivise.

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