Uscire “insieme” dalla precarietà

Le ragioni e le prospettive della manifestazione nazionale del 9 aprile "Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta"
Sciopero lavoratori

Ormai è scaduto il tempo per fare ricorso. Secondo il collegato lavoro (la legge entrata in vigore nel novembre 2010) entro il 23 gennaio 2011 si aveva tempo per contestate l’irregolarità relativa a tutti i contratti di lavoro cessati prima della nuova normativa che ha introdotto il termine breve: 60 giorni al posto dei 5 anni per impugnare un licenziamento o comunque il termine di un contratto di prestazione lavorativa ritenuta anomala o fasulla. L’intenzione evidente è quella di offrire certezza nei rapporti di lavoro, anche se è facile immaginare il dilemma di una persona che, dopo due mesi dal termine di contratto, spera ancora di essere richiamato e non vuole, con un contenzioso, tagliarsi i ponti dietro le spalle. Magari assumendo la nomea del piantagrane, bruciandosi ogni futura possibilità di lavoro.

Non hanno avuto dubbi invece quei docenti precari che, facendo riferimento ad una direttiva europea del 1999 sul lavoro a termine, hanno ottenuto da un tribunale di Genova un risarcimento record dal ministero della Pubblica Istruzione.

Ma il tempo passa veloce per tutti e anche i più giovani, che di solito hanno difficoltà a immaginarsi il destino da qui a dieci anni, hanno cominciato a prestare attenzione alle cronache finanziarie come quelle relative all’Inps. Basta una simulazione su un foglio elettronico, in cui molto sono esperti, per comprendere che una vita da contratti temporanei porterà ad una pensione insufficiente per una vecchiaia dignitosa. In questi giorni alcune organizzazioni dei lavoratori precari hanno occupato l’ingresso delle sedi degli istituti previdenziali fornendo consulenza gratuita sulle simulazioni delle pensioni. D’altra parte migliaia di interinali e collaboratori lavorano da anni proprio all’interno dell’Inps e di altri enti statali e temono, ora, il mancato rinnovo del contratto per i vari tagli annunciati alla spesa pubblica.

Non è il destino di tutti, ovviamente. La fondazione "Italia Futura" ha dimostrato come esista la possibilità di ascesa sociale solo per il 6 per cento della popolazione giovanile: i figli dei benestanti rimangono tali, così come quelli dei meno abbienti. Il rischio semmai è quella di una discesa sociale. Una presa d’atto significativa di chi, come Cordero di Montezemolo, è da sempre al centro del sistema di potere imprenditoriale e finanziario italiano. Lo stesso governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, usa il termine "macelleria sociale" nelle relazioni ufficiali, arrivando ad affermare che «senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità». Un danno economico collettivo che ha visto tuttavia un notevole profitto per alcuni soggetti in questi anni.

Di fronte ad una situazione intollerabile, finora ha giocato un ruolo decisivo l’ideologia pervasiva dell’individualismo competitivo. Quello che induce a «salvarsi da soli», distinguendo tra categorie e casistiche le più diverse. Appare perciò come una novità l’iniziativa nazionale «Il nostro tempo è adesso», promossa per il 9 aprile da una serie di movimenti che vede assieme giornalisti «free lance», operai portuali interinali, avvocati a partita iva e operatori di call center. L’appello è quello a ridare centralità alla dignità del lavoro perché «è venuto il tempo di passare all’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale». «Senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, la precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita». E proprio su quest’ultima contraddizione esiste un contributo significativo di studiose di demografia dal sito Neodemos che dimostra come l’accoglienza di un figlio praticamente consegni la donna alla cosiddetta «trappola della precarietà», caratterizzata da «una sequenza di piccoli contratti a termine senza prospettive e scarse possibilità di avere delle soddisfazioni sul piano professionale».

Si affacciano perciò proposte che rimettono in gioco temi già dibattuti come il reddito di cittadinanza e il diritto universale di maternità. In genere la tendenza è quella di cercare di abbattere il muro di apartheid che esiste tra i lavoratori garantiti e quelli meno tutelati, innalzando, più o meno con gradualità, i diritti di quest’ultimi. Un’impostazione decisamente diversa da quella che, contrapponendo i garantiti dai non tutelati, indica la soluzione nell’eliminazione delle rigidità contrattuali del lavoro dipendente. Converrà creare spazi di dialogo approfondito sul merito delle proposte prima che il disagio esploda con altre modalità.

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