Uscire dalla crisi con una politica della cura

Si afferma sempre di più, a partire dalle città, la necessitò di una società inclusiva, capace di redistribuire ricchezza, sapere, potere per realizzare insieme una conversione ecologica ed una seria uguaglianza di genere
Politica della cura Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Si è esaurita la grande spinta populista che ha portato alla vittoria di Trump, al governo giallo- verde del 2018 e alla Brexit. La pandemia ha messo in evidenza i limiti dei populisti al potere, la loro incapacità di mantenere le promesse elettorali. Ora, in una situazione molto critica anche a livello geopolitico internazionale, le democrazie liberali si trovano di fronte ad una alternativa: fare riforme strutturali per ridurre le gravi disuguaglianze, per dissolvere rabbia e risentimento e costruire una società più giusta ed inclusiva oppure assistere alla vittoria di forze illiberali, tramontate le illusioni del populismo.

Lo scontro è evidente in Francia nelle prossime legislative, dopo le Presidenziali, e soprattutto nella guerra tra autocrazie/dittature e democrazie liberali in Ucraina.  La via è tracciata: uscire dalla logica del popolo contro élite, abbandonare sola protesta per essere cittadini protagonisti.

Possiamo salvare le nostre democrazie attraverso la cittadinanza consapevole dopo la stagione della rabbia e del risentimento. I problemi sollevati dal sovranismo, a seguito della crisi finanziaria del 2008, devono essere risolti con soluzioni eque ed efficaci basate su un nuovo patto sociale.

Purtroppo il ” popolo” non si è riavvicinato alla politica negli ultimi anni. Squilibri profondi hanno corroso le nostre società e, quindi, la politica.  Serve una proposta forte, chiara, in grado di competere con il populismo non ancora del tutto sconfitto. Il movimento ambientalista e quello contro i monopoli high tech ci dicono che è possibile soddisfare la domanda di politiche coraggiose. La crisi climatica ci ha svegliato dal sonno. Il conflitto tra generazioni in prospettiva temporale ha preso il posto della rabbia. Non esiste poi un popolo uniforme. Greta Turnberg, i Friday for future ed i nuovi partiti ecologisti hanno una visione alternativa a quella populista, che concepisce solo il presente. «Voi ci state tradendo, ma i giovani hanno iniziato a capire il vostro tradimento. Gli occhi delle generazioni future sono su di voi. E se scegliete di tradirci, io vi dico: non vi perdoneranno mai». (Greta Turnberg, in Stefano Feltri, Tornare cittadini, Einaudi 2021, p. 138).

Una proposta forte e coraggiosa viene lanciata da Elly Schlein, vice Presidente della Regione Emilia Romagna, in La nostra parte. Per la giustizia sociale e ambientale, insieme, Mondadori, 2022. Appare come una sfida. L’incertezza del futuro, le enormi disuguaglianze, i rischi di collasso della Terra per le immissioni di CO2 nell’atmosfera, la crisi dell’ordine politico internazionale con la guerra in Ucraina, richiedono una proposta politica alternativa. Si tratta di unire lotte per la giustizia sociale ed ambientale. Disuguaglianze ed emergenza climatica sono connesse. Non si può determinare una vera svolta ecologica senza coinvolgere tutta la società, a partire dalle fasce deboli. Le energie della società vanno canalizzate verso una proposta di cambiamento e non più verso la ricerca di capri espiatori.

È l’idea di una società inclusiva redistribuendo ricchezze, sapere, potere mentre si realizza insieme una conversione ecologica ed una seria uguaglianza di genere. Se la politica recupera una visione può intercettare le giovani generazioni. Servono ormai proposte concrete, di respiro nazionale, europeo e globale. Per un futuro più giusto e per salvare il Pianeta occorre cittadinanza attiva in mobilitazioni collettive, capaci di determinare un cambiamento epocale.

In Italia, dopo l’elezione del presidente della Repubblica Mattarella, appare evidente la necessità di ricostruire i partiti con la partecipazione dei cittadini.  Ci troviamo di fronte a leader senza partiti e partiti senza leader. L’ inadeguatezza delle leadership attuali è un problema non solo italiano ma l’elezione del Capo dello Stato, a gennaio 2022, ha mostrato in modo drammatico l’incapacità di azione dei segretari di partito.

Prima ancora il ricorso all’ex capo della Banca Centrale Europea ha evidenziato la difficoltà del sistema politico nel trovare maggioranze coese, stabili, con leader riconosciuti da un’ampia maggioranza, senza ricorrere per l’ennesima volta alla figura di un tecnico come con Dini, Ciampi, Monti, Draghi. Il governo del Presidente si conferma una anomalia italiana. I leader di partito guidano davvero poco i processi decisionali. In effetti abbiamo assistito ad una pazza corsa al Quirinale con presunti kingmaker e nomi bruciati a ripetizione nel giro di poche ore. L’ accordo si è trovato infine solo nella implorazione a Mattarella di restare.

Cosa manca ai capi in generale? Il collegamento tra leader e partito. Quasi nessuno di loro è espressione di una comunità politica preesistente e di una leadership collegiale diffusa. Sembrano leader solitari e mediatici, non espressione di una vera squadra radicata nei territori, senza connessione tra leadership, partito e premiership del Paese, come nel caso di Scholz, Macron. In assenza di questi nodi della politica, i leader sono fragilissimi dentro e fuori i partiti. La crisi si manifesta da decenni con segretari-meteora di soggetti politici incapaci di guidare gli enormi mutamenti sul piano economico, sociale e culturale. Parliamo di leader e partiti che non svolgono più le loro funzioni, previste dall’ art. 49 della Costituzione, di ” concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Pertanto non sono in grado di risolvere la crisi di sistema, di cui anche loro sono una manifestazione. Sta allora ai cittadini rivitalizzare i partiti con una partecipazione nuova che esiga congressi veri con leader riconosciuti dalla base e da un’ampia maggioranza. In ascolto delle drammatiche domande che provengono dal Paese, si deve cercare con le opportune riforme elettorali ed istituzionali, di uscire dalla crisi della politica, acuita dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina. Il cittadino deve diventare ” arbitro” della decisione politica, come sosteneva molti anni fa Roberto Ruffilli.

Cittadini e sindaci possono essere la ” cura“.  La crisi innescata dalla pandemia ha rimesso, in un certo senso, la politica al centro. Sempre più importante è infatti il ruolo degli amministratori locali nel far fronte alle emergenze e nell’ offrire risposte di prossimità ai bisogni. La politica si va “ri-cittadinizzando”, afferma Walter Veltroni. Nella dinamica locale/ globale, cresce il bisogno di un progetto urbano ed umano con una vasta rete di prossimità.

Persona, comunità, prossimità: questa la via per ridurre le disuguaglianze. Tutto ciò significa salute, servizi sociali, scuola, verde, ambiente, lavoro, qualità abitativa, welfare generativo. I sindaci ed i cittadini attivi portano freschezza, concretezza e nuova energia nella politica, dal basso, con la partecipazione. ” Come curare la democrazia? “, si chiedeva David Sassoli. Questa è una possibile via, già a partire dalle elezioni amministrative del 12 giugno e poi, tra nove mesi, alle politiche chiamate ad assicurare finalmente governabilità e rappresentatività.

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