Una parola di speranza

Proseguono i lavori del Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente. Intervista al giornalista Daniele Rocchi del Sir (Servizio informazione religiosa).
sinodo dei vescovi san pietro

Medio Oriente, una regione della terra a cui il mondo guarda con il fiato sospeso. Culla delle grandi civiltà, terra Santa per ebrei, cristiani e musulmani. In questi ultimi decenni, sempre più spesso sulle prime pagine dei giornali per una serie di attentati che non preserva nessuno. Sono tutti a rischio: anche le donne e i bambini.

Al Medio Oriente è dedicato il Sinodo dei vescovi che si è aperto a Roma il 10 ottobre scorso. A riempire per 14 giorni l’aula vaticana sono 185 padri sinodali. Ci sono Patriarchi, Cardinali, Arcivescovi. Sono arrivati qui, in Europa, nel cuore della cristianità, per dare voce ai 5.707.000 di cattolici, che rappresentano appena l’l,6 per cento della popolazione dei 18 Paesi del Medio Oriente. Arrivano anche da Arabia Saudita, Emirati arabi, Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Territori Palestinesi. Per la prima volta in Vaticano sono riecheggiate le lingue dei popoli che abitano quelle terre. Arabo, farsi, turco, ebraico. Sono il segno di una ricchezza straordinaria di cultura, storia, tradizioni di cui è intrisa questa Regione. Segno che il Medio Oriente attende una parola di speranza e di riscatto. Segno che questa parte del mondo ha voglia di farsi conoscere perché è custode delle origini della grande storia dell’epoca moderna.

 

Il Papa lo ha sottolineato fin dall’inizio. Il Sinodo per il Medio Oriente non può non diventare un’occasione propizia per proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei e con l’Islam. A questo scopo sono stati chiamati a partecipare il rabbino David Rosen, direttore del dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee; Muhammad al-Sammak, consigliere politico del Gran Mufti del Libano, per l’Islam sunnita, e l’ayatollah iraniano Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, per l’Islam sciita.

Ne parliamo con un grande conoscitore del Medio Oriente, spesso in viaggio in quei Paesi, impegnato in questi giorni nelle aule vaticane a seguire il Sinodo. È Daniele Rocchi, giornalista dell’agenzia stampa Sir.

 

Lei conosce personalmente molti dei vescovi presenti al Sinodo. Quale messaggio, a suo avviso, vorrebbero far uscire da questo Sinodo?

«Questa Assemblea speciale, la prima del genere per il Medio Oriente, pur non potendo trascurare il quadro sociale e politico della regione, ha soprattutto una finalità, come conferma lo stesso tema, scelto da Benedetto XVI, che insiste sulla comunione e sulla testimonianza sia all’interno della Chiesa Cattolica sia nei suoi rapporti con altre Chiese cristiane, con l’Islam e l’Ebraismo, e con le rispettive società particolari. Il messaggio che i padri sinodali intendono dare è mostrare una ravvivata comunione tra le Chiese Orientali Cattoliche ed offrire un’autentica testimonianza di vita cristiana in una realtà che vede i cristiani in minoranza nella terra dove sono nati. Tutto questo senza cadere in atteggiamenti ghettizzanti e in vittimismo».

 

Check point, crescita dell’integralismo islamico, discriminazioni, esodo dei cristiani… C’è spazio per un ruolo costruttivo da parte dei leader religiosi?

«I cristiani nel Medio Oriente, come ribadito più volte dal Segretario generale del Sinodo, mons. Nikola Eterović, sono spesso artigiani della pace e fautori del perdono e della riconciliazione, necessari nella regione. Essi desiderano vivere in pace con i loro vicini ebrei e musulmani nel rispetto dei mutui diritti, incluso quello fondamentale della libertà di religione e di coscienza. Lo ha detto Gregorios III Laham, patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti e arcivescovo di Damasco, nel suo intervento al Sinodo, il 12 ottobre. L’emigrazione dei cristiani farà della società araba una società di un solo colore e se questo accadesse e l’Oriente dovesse svuotarsi dei suoi cristiani, ciò vorrebbe dire che ogni occasione sarebbe propizia per un nuovo scontro delle culture, delle civiltà e anche delle religioni, uno scontro distruttivo fra l’Oriente arabo musulmano e l’Occidente cristiano. Credo che il ruolo dei leader religiosi sia cruciale, è quello di di creare dalla base un clima di fiducia per un nuovo Medio Oriente senza guerra».

 

Oltre 50 i giornalisti accreditati al Sinodo. Come si spiega questo interesse della stampa?

«Temo che l’interesse della stampa sia rivolto più ai risvolti politici del Sinodo che non alla reale vita delle comunità cristiane. Mai prima d’ora, infatti, tanti vescovi mediorientali si erano ritrovati a parlare tutti insieme della vita delle loro Chiese e dei loro fedeli. Credo che questo meriti il nostro interesse senza cadere nella tentazione di scoop e facili stereotipi».

 

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