Un giorno di sciopero per Amazon

Iniziativa a livello europeo dei sindacati per il rispetto di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori nella filiera della grande società di commercio on line che si espande in Italia
Amazon, strike foto Ap

Amazon, lavoratori in sciopero. Con il 75% delle adesioni, secondo le fonti sindacali, ha avuto successo l’iniziativa di frenare in Italia e a livello europeo, il 22 marzo 2021, l’attività della grande multinazionale statunitense del commercio elettronico.

Bezos, foto AP

Come è noto il colosso economico fondato, da Jeff Bezos nel 1995 a Seattle, nello stato di Washington, ha problemi con le organizzazioni sindacali tanto che Amnesty international ha lanciato una petizione on line per chiedere il rispetto, soprattutto negli Usa, di questo basilare diritto di associazione e rappresentanza collettiva.

Opposta è, ovviamente, la versione diramata dai comunicati ufficiali di Amazon, dalla sede centrale alla fitta rete delle sue società presenti nel mondo. Bezos è tra le persone più ricche del pianeta, un grande filantropo ed esprime una visione liberal, invisa all’ex presidente Trump. Costruisce gli enormi magazzini rispettando l’impatto ambientale creando centinaia di migliaia di posti di lavoro. Anche e soprattutto durante la pandemia che ha visto un impennata della vendita on line.

Secondo Wikipedia parliamo di 800 mila dipendenti nel mondo ma, con una stima che conteggia anche le società coinvolte nella filiera, si arriva a un milione e 400 mila persone. In Italia risulterebbero 9.500 dipendenti diretti e 15 mila addetti ai trasporti. Un record per una società presente dal 2010 nel nostro Paese, dove ha investito finora quasi 6 miliardi di euro per realizzare 40 sedi a servizio di una rete logistica in grado di consegnare “2 milioni di prodotti” entro un solo giorno. Amazon è in continua espansione con la creazione di centri di smistamento che chiedono l’occupazione di grandi spazi per contenere anche migliaia di addetti su vaste linee di produzione.

Amazon, foto AP

Una vera e propria rivoluzione dei nostri stili di vita e di consumo. L’accesso elementare ai servizi per il cliente è molto apprezzato, soprattutto dai giovanissimi che sanno tutto delle promozioni che conducono il fattorino fin sotto casa per consegnare velocemente una miriade di pacchi contrassegnati dal logo a forma di sorriso.

Un sistema così apparentemente perfetto non può nascondere costi occulti come l’usura delle persone esposte a tempi e metodi insostenibili di produzione. La prima astensione collettiva dal lavoro si è registrata nella grande sede Amazon di Piacenza sotto la pressione del “Black Friday” del novembre 2017. Il “venerdì nero” (“Black Friday”) è una strategia commerciale che induce, in un certo giorno, all’acquisto in massa di merce a prezzi scontati. Nonostante le censure e timori, abbondano le testimonianze di lavoratrici e lavoratori che non reggono, anche in periodi “normali”, il ritmo richiesto dalla ricerca, confezionamento e spedizione del prodotto. E questo nonostante tutti i possibili metodi ergonomici e organizzativi e il ricorso alla robotica.

La vertenza promossa dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil) è stata innovativa perché ha cercato di coinvolgere tutti coloro che sono coinvolti nella filiera coinvolgendo circa 40 mila lavoratori: dal magazziniere fino al fattorino che copre l’ultimo tratto di strada, pure se collegati a differenti contratti collettivi (logistica e commercio) o anche appartenenti a società che non dipendono formalmente da Amazon.

Amazon strike, foto Ap

L’intenzione non può  essere realisticamente quella di cambiare il modello di azienda ma, come ha detto il neo segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, di «ristabilire il diritto alla contrattazione aziendale, per salari adeguati e ritmi di lavoro più umani, rispettosi delle normative sui tempi di riposo per consentire il recupero psicofisico, contro il cottimo, per costruire un’organizzazione del lavoro negoziata e superare forme inaccettabili di arbitrio dell’azienda su precariato selvaggio e turnover di personale».

Il “turnover” vuol dire che, secondo i sindacati, le persone resistono poco tempo in servizio, pur se formalmente assunte a tempo indeterminato, mentre i precari finiscono per accettare qualsiasi sacrificio pur di arrivare a ricevere il badge di diverso colore che segna la loro assunzione. Il grande ricambio di personale rende possibile l’introduzione di figure intermittenti, assunte a tempo secondo i picchi di produttività.

Il successo della mobilitazione nazionale del 22 marzo 2021, la capacità di incidere sulle condizioni di lavoro, dipenderà anche dall’effettivo comportamento della massa indistinta dei consumatori che sono stati invitati, per un giorno, a non compiere ordini verso Amazon.

In via generale, comunque, si registra un più esteso movimento auto organizzato dei lavoratori della logistica e dei grandi magazzini, esterno alle sigle sindacali confederali, che in tempo di pandemia non si sono mai fermati e non hanno smesso di chiedere il rispetto delle regole della sicurezza anti Covid oltre alla questione dei diritti e dei tempi di lavoro. Si tratta di vertenze molto conflittuali che hanno portato al processo contro 29 lavoratori del Si Cobas per aver organizzato, a febbraio, un blocco notturno davanti alla sede della Tnt –Fedex dello strategico polo logistico di Piacenza.

Ad ogni modo, è il modello Amazon che pone domande sulla nuova organizzazione dell’economia. Una certa spinta nazionalistica, di difesa dei piccoli produttori, spinge a boicottare questo tipo di commercio on line. Tesi contestata da chi, come Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente alla Sda della Bocconi, mette in evidenza la convenienza per le piccole e medie imprese che possono raggiungere, grazie ad Amazon, un gran numero di clienti, snocciolando i dati del 2019 che parlano di 14 mila aziende italiane di medio piccole dimensioni che hanno venduto all’estero prodotti per oltre 500 milioni di euro. Maffè cita fonti Amazon circa la creazione di 25 mila posti di lavoro da parte di queste imprese italiane.

Un’analisi molto più complessa, e aperta ad ulteriori approfondimenti, è quella proposta dal Centro di ricerca Einaudi di Torino, di orientamento liberale, che mette in evidenza la dinamica originale di Amazon che tende a crescere senza preoccuparsi inizialmente di realizzare grandi profitti, in base ad una strategia di progressiva esclusione dei concorrenti della vendita on line, fino alla loro acquisizione.

Amazon, sciopero 22 marzo 2021, foto Ap

Il controllo della rete di distribuzione permette poi di dettare e imporre di fatto le regole del gioco, realizzando grandi profitti da una posizione di sostanziale monopolio. Praticamente è “un’azienda che diventa il mercato”, in grado di conoscere le richieste dei consumatori fino ad intercettarli con prodotti targati Amazon. Dalla vendita on line dei film è passato, ad esempio, direttamente alla produzione cinematografica grazie a piattaforme a pagamento facilmente accessibili alle tasche dei consumatori.

Siamo di fronte ad un fenomeno cresciuto in fretta, senza il rispetto di regole a difesa della concorrenza, necessarie, secondo il Centro Einaudi, per l’esistenza di un libero mercato che diventa altrimenti “un paradiso dei consumatori ma un inferno dei produttori”.

Lo sciopero del 22 marzo rappresenta, perciò, solo una frazione di quella che è la direzione dell’economia del XXI° secolo e pone seri problemi di democrazia reale per le nostre società.

 

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