Un altro Godot

Aspettando Godot
Un altro Godot

 

Più che legittimo, da parte dei registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti di Egumteatro, voler scardinare la teca museale che ha immobilizzato un capolavoro del teatro del Novecento, quale è Aspettando Godot di Beckett, vincolato dai suoi eredi per mantenerne l’integrità fin nell’osservanza delle didascalie. Ma non condivido l’affermazione, come essi scrivono, che il testo abbia perso la sua forza dirompente.

I temi della solitudine, dell’incomunicabilità e della perdita di Dio che getta l’uomo in uno stato di rassegnazione e impotenza, sono sempre vivi. Il problema semmai è come renderli scenicamente nuovi. L’attesa di Vladimiro ed Estragone, di qualcuno che non viene – il misterioso signor Godot –, segna il tempo dilatato, le pause, la dialettica fra i personaggi spinta all’estremo, con quel finale aperto che suggerisce una tormentosa ripetitività.

In qualsiasi nuovo allestimento, credo non si possa prescindere soprattutto dal mantenere il luogo indefinito dove si ritrovano i protagonisti in attesa: una scena desolata e vuota che ci faccia sentire la minaccia immanente del nulla. La messinscena di Bianco/Liberti li colloca, invece, in uno spazio chiuso, ristretto, davanti a due porte con tende trasparenti che danno su un ambiente nero ma delimitato, e una sorta di gru meccanica al centro, al posto dell’albero rinsecchito (simbolo, però, mai vetusto). Non solo. Nella seconda parte convocano il pubblico a sedere ai lati, circoscrivendo ulteriormente il quadrato. Il tentativo di mettere a fuoco la quotidianità, semplice e indecifrabile a un tempo, sembra riprendere la disposizione scenica di Antonio Latella di qualche anno fa. Egli, considerando gli spettatori «complici del rito», li dispose sulla scena a tu per tu con i personaggi. Questi però avevano alle spalle, e noi di fronte, il buio e il vuoto misterioso della platea. Qui sono comunque bravissimi nei loro scarti quotidiani, imbizzarriti e nervosi, tutti gli attori, fra stupore, comicità e ironia, che danno ritmo e vigore al testo.

 

Al teatro India di Roma per “Le vie dei festival”.

 

 

Danza/ Sonate Bach

 

Con Sonate Bach – di fronte al dolore degli altri, creazione del 2008, Virgilio Sieni rivisita la tragedia contemporanea. E trova un’ispirata scrittura coreografica. Il sottotitolo fa riferimento ad alcuni drammi di guerra: da Sarajevo a Jenin, da Beslan a Kabul, Srebrenica, fino a Kigali. Undici luoghi emblematici affidati alla memoria e accompagnati dalla musica di Bach.

Sieni traduce in pura danza gli stati d’animo della sofferenza e della paura catturando lo sconquasso dell’anima. Visioni catturate dallo studio di alcune immagini emblematiche che hanno documentato l’orrore e il dolore dei deboli e degli innocenti. Il coreografo attinge alle deposizioni e alle pietà della pittura rinascimentale in un rimando visivo trasformato in movimenti, dove le linee di una danza tesa e nervosa si scompongono per ricomporsi in altre incursioni. I quattro danzatori tra staticità e slanci si sciolgono in gesti protettivi e di soccorso. Formano cerchi, duetti, fino all’assolo di un corpo deforme, che rimanda alla pittura di Bacon. È l’urlo muto della celebre foto Madonna algerina, che la coreografia sublima in una visione spiritualizzata del dolore.

 

Al festival Torinodanza

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