Tutti in attesa della fine del mondo… tranne i maya

Il 20 dicembre (o il 21 o il 23, a seconda delle interpretazioni...) è ormai celebre come data dell'apocalisse secondo i Maya: eppure sono proprio loro a dirci che abbiamo capito male...
Tikal

Tutti ai ripari: nelle città siberiane sono in vendita i “kit dell'apocalisse”, con tutto il necessario per sopravvivere in un bunker dove ci si sarà preventivamente rifugiati (a caro prezzo, ovviamente) per scampare alle catastrofi naturali; in Cina la gente sta facendo scorta di cibo, acqua e generi di prima necessità; a Bugarch, nel Sud della Francia – considerato, insieme all'italiana Angrogna, unica località ad essere risparmiata – sarebbero circa 10 mila coloro che stanno tentando di comprare casa, spingendo il mercato immobiliare a prezzi – quelli sì – apocalittici (tanto da rendere la vita impossibile ai residenti). Insomma la fine del mondo, predetta dai maya per il 20 (o 21, o 23 dicembre, a seconda delle interpretazioni), è ormai alle porte: si salvi chi può. Eppure il malcapitato turista che arrivasse in Centroamerica proprio adesso, sperando in un posto in prima fila per lo spettacolo dell'Armageddon, rimarrebbe deluso: i maya attuali stanno dormendo sonni del tutto tranquilli.

Ma andiamo con ordine, per capire da dove arriva questa profezia. Il complicatissimo sistema di calcolo del tempo secondo i maya si basa su una serie di cicli, “incastrati” l'uno nell'altro: 18 uinal (20 giorni) formano un tun, 20 tun formano un katun (circa 20 anni), 20 katun un baktun (circa 394 anni), e 13 baktun (5125 anni) un grande ciclo. Al termine di ciascun ciclo, come lascia intuire la parola stessa, si ricomincia daccapo; e il primo grande ciclo dovrebbe finire appunto in uno di questi giorni, presumibilmente in quello del solstizio d'inverno, essendo iniziato nel 3114 a.C. Che cosa dunque fa pensare che questo primo grande ciclo sia anche l'ultimo, nonché l'unico?

In realtà proprio nulla, se non il fatto che non è stata trovata alcuna iscrizione che, nel calcolare il tempo, vada oltre il tredicesimo baktun. Certo la fine di ciascun ciclo porta con sé un significato di cambiamento, di rinascita, di nuova vita; ma ciò non implica che il tutto debba avvenire tramite una catastrofe, come alcuni l'abbiano profetizzato. L'atmosfera che si respira tra i “veri” maya è piuttosto di attesa fiduciosa: chi vi scrive ha avuto modo di partecipare, in Guatemala, ad una cerimonia di rendimento di grazie per il bene ricevuto in questo baktun, e di preghiera e offerte per il prossimo. Insomma, ne sono già finiti altri 12, tutto regolare. Peraltro, ha fatto notare un sacerdote, questo baktun – iniziato nel 1618 – non è stato troppo propizio per il suo popolo: dalla dominazione spagnola, alle guerre civili, alle dittature, le sofferenze per la repressione non sono certo mancate. Chissà, quindi, che il prossimo porti qualcosa di meglio.

Di sicuro qualcosa di buono lo sta già portando agli operatori turistici. I prezzi delle camere negli alberghi attorno alle antiche città maya si alzano man mano che si avvicina la fatidica data, e sono già in programma numerose cerimonie: la più imponente è attesa sulla grande piazza di Tikal, il più esteso sito archeologico guatemalteco. Sta a vedere che, in realtà, era tutta una trovata di marketing degli antichi maya.

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