Trieste Film Festival guarda ad est

Conclusa la 24° edizione: una rassegna onesta, senza star, muse e soloni del cinema, ma con tanta vita
Trieste film festival 2013

Trieste Film Festival, diretto da Annamaria Percavassi e Fabrizio Grosoli, è ormai un appuntamento irrinunciabile per giornalisti, critici e soprattutto pubblico, quest’anno- a dispetto della crisi – più presente e partecipe che mai.

Perché questo festival in una città di confine piace così tanto? Perché è una rassegna onesta. Parola grossa, ma vera. Qui non ci sono le star, le muse, i soloni del cinema. Qui il cinema si vede, si discute, si apprezza o meno, si sperimenta e si programma. Insomma, c’è la vita.

E, bisogna pur dirlo, che i film che vengono dall’Est europeo e che i distributori ci snocciolano ogni tanto nell’Ovest – bontà loro –, danno del filo da torcere alle produzioni occidentali, sia come tecnica o mestiere che come intensità e qualità artistica.

Raccontano un mondo vero e non fasullo, reale e non superficiale, sentito e non frutto di elucubrazioni astratte o di fantasie di sperimentatori che fanno per due ore lo stesso film senza dire molto di più che un solo concetto, che tutto va male. Beninteso, neanche ad est va tutto bene. Basti vedere un film in concorso come Klip, dalla Serbia, storia di una adolescente che scatta immagini del suo mondo sofferto, per rendersi conto che di dolore ce n’è parecchio. Ma l’occhio con cui lo si guarda non è disincantato, bensì partecipe, attento, “umano”.

Una commedia tragica della vita, a volte, esistenze spezzate dalla droga, dalla sfiducia, alienazioni estreme come in Student dal Kazahkistan, dove il giovane studente non parla, uccide e si autopunisce come  in Delitto e castigo di Dostoevskji. Un film premiato a Cannes per la sua verità così appassionante e nello stesso tempo misurato.

Questo cinema infatti possiede una “misura” che all’Ovest spesso sfugge. Non dice tutto, non dice troppo. Accenna, molto spesso. E arriva a sfiorare il capolavoro in Anime nella nebbia (V Tumane), coproduzione tedesco-russa-lettone-olandese e bielorussa: un fatto di guerra, nazisti, partigiani, il tema della verità e della sincerità, con un recitazione superba. Del resto, a Cannes ha vinto il premio Fipresci ed è augurabile esca anche in Italia.

Non solo lungometraggi a Trieste, ma corti, documentari, eventi speciali (come lo splendido ungherese Solo il vento sui rom e l’originale Il viaggio della signorina Vila, di Elisabetta Sgarbi, che ha aperto il festival, o il caustico rumeno Di lumache e uomini sulla chiusura di una fabbrica da parte dei francesi in Romania e la rivolta originale degli operai), appuntamenti con produttori, e così via.

Trieste diventa in quei giorni una città del cinema. Ma non è Cinecittà, perché i triestini hanno un carattere diverso, e poi qui si sente di essere più che in Italia, dentro l’Europa: quella a due polmoni, anche se il cuore batte più verso Est. Come è giusto che sia, per ritrovare l’equilibrio.

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