Tre donne davanti al martirio

Perpetua, Felicita, Asia Bibi…, tre donne, le cui storie lontane nel tempo ma simili dicono l’eroismo di chi non intende abiurare dalla propria fede.

Vedi caso, mi è capitato di leggere quasi in contemporanea la Passione di Perpetua e Felicita nell’edizione Bur del 2008 e Finalmente libera!, la vicenda di Asia Bibi recentemente pubblicata dalle Edizioni di Terra Santa. Costatando con sorpresa non poche affinità tra le due giovani martiri nordafricane del III secolo d. C. e la cristiana pakistana dei nostri tempi accusata di blasfemia. Sono, le loro, storie lontane nel tempo ma in qualche modo simili per la determinazione e il coraggio delle protagoniste nel non voler abiurare dalla propria fede.

La prima storia ci trasporta nel III secolo d. C. a Thuburbo Minus, una cittadina dell’Africa proconsolare che corrisponde all’attuale Tebourba, a una trentina di chilometri a occidente di Tunisi. Fu qui che durante la persecuzione anticristiana di Settimio Severo (193-211) vennero arrestate Perpetua e Felicita assieme ai loro compagni, tutti poi trasferiti in una prigione militare e quindi esposti alle belve nell’anfiteatro di Cartagine. Vibia Perpetua era una matrona di circa ventidue anni, colta e madre di un bambino ancora lattante, che il padre, un pagano, fece di tutto per dissuadere. Felicita era invece una schiava all’ottavo mese di gravidanza. Compagni delle due donne, e come esse catecumeni, erano Revocato, Saturnino e Secondolo, ai quali si era aggiunto il catechista Saturo, assente al momento del loro arresto: una scelta eroica, perché in tal modo poté battezzarli.

Tutti e sei condannati per aver rifiutato di sacrificare al genio dell’imperatore, la loro esemplare testimonianza di fede ci è stata tramandata dalla Passio Perpetuae et Felicitatis, un documento di somma importanza anche perché riporta la prima prosa in latino di una donna romana e per di più cristiana, che narra il suo intimo travaglio e le visioni ricevute in carcere, quasi anticipando le Confessioni di sant’Agostino.

Il testo si compone di quattro parti: dopo l’introduzione, opera di un redattore autore anche della conclusione, seguono i diari di prigionia scritti dalla stessa Perpetua, un breve racconto di Saturo e infine la descrizione del martirio. Della giovane matrona veniamo a conoscere la grande afflizione per il genitore, al quale ha cercato invano di far capire che rinnegare Cristo significava negare la sua stessa identità: «Non posso chiamarmi in altro modo da quello che sono: cristiana». Celebre è la sua visione della scala di bronzo eretta fino al cielo e così stretta che chi la sale deve stare attento a non ferirsi con le armi taglienti ai lati. Ai piedi di essa un drago, simbolo di Satana, insidia chiunque cerchi di salire. Perpetua si serve della testa del drago come di un gradino; giunta in cima, le si scopre un immenso giardino popolato da migliaia di anime vestite di bianco, dove un uomo in abito da pastore l’accoglie benevolmente.

Quanto alla schiava Felicita, afflitta all’idea che il suo martirio possa essere ritardato (la legge romana proibiva infatti di giustiziare una donna incinta), tre giorni prima della esecuzione, subito dopo aver pregato con i compagni sente arrivare le doglie. Al carceriere che la schernisce chiedendole come farà a sopportare le bestie feroci, risponde: «Ora, chi soffre quello che soffro sono io. Allora invece sarà un Altro che soffrirà in me e per me, poiché anch’io soffrirò per lui». Nasce una bambina che sarà allevata da una fedele della comunità «come figlia propria».

La fortezza e la dignità dimostrate nei giorni di prigionia dai morituri (Secundolo viene giustiziato prima del cimento ultimo) è tale che da convertire Pudente, il soldato preposto alla sorveglianza; con lui crederanno molti di coloro che hanno avuto modo di ascoltarli. Il loro sacrificio si consuma il 7 marzo del 203, giorno del compleanno di Geta, figlio dell’imperatore regnante, nell’anfiteatro di Cartagine. Oggi al centro dell’arena spicca una colonna di epoca bizantina, eretta nel 1887 dai Padri Bianchi per onorare la memoria dei martiri.

Grazie alla lettura della Passio nelle assemblee dei credenti, il culto di Felicita e Perpetua ebbe un’immediata diffusione in tutta la cristianità e il loro dies natalis fu inserito nella Depositio martyrum, il calendario della Chiesa di Roma risalente al 336. Le due sante fanno inoltre parte delle sette antiche martiri invocate nel Canone romano, preghiera eucaristica in uso fin dai primissimi secoli, a conferma dell’ammirazione nutrita da sempre verso queste figure così diverse per ceto sociale ma divenute sorelle di fede, oggi patrone delle madri e donne in gravidanza.

Storia di un’altra cristiana perseguitata, Finalmente libera! ci trasporta invece nel XXI secolo, in un villaggio del distretto di Nankana Sahib, regione del Punjab (Pakistan). Il 14 giugno 2009 Asia Bibi, una contadina sposata e madre di due bambine, è intenta alla raccolta di bacche insieme ad altre lavoratrici. Scoppia un diverbio con alcune donne di religione musulmana, che l’accusano di aver contaminato il recipiente per attingere acqua al pozzo: un gesto vietato a lei che, in quanto cristiana cattolica, è considerata haram, impura. Pochi giorni dopo le stesse donne denunciano Asia alle autorità, sostenendo che avrebbe offeso il profeta Maometto. Senza alcuna prova, la poveretta viene internata nel carcere di Sheikhupura. È l’inizio della sua odissea, che susciterà in tutto il mondo un’eco e una mobilitazione straordinarie.

Condannata a morte nel 2010 per blasfemia e per aver rifiutato di convertirsi all’Islam, in seguito alle pressioni internazionali la sentenza viene sospesa, ma Asia dovrà comunque passare altri nove anni in prigione, tra sofferenze, privazioni e scherni. Unico sostegno la sua fede, la speranza di poter riabbracciare il marito Ashiq e le figlie Isha e Isham (le vedrà solo tre volte in nove anni), come pure gli attestati di solidarietà da tutto il mondo, primi fra tutti quelli dei papi Benedetto XVI e poi Francesco. E sarà proprio l’attuale pontefice a definirla “martire”, cioè testimone.

Definitivamente assolta dalla Corte suprema del suo Paese nel gennaio 2019, Asia oggi vive con la famiglia in un luogo segreto del Canada, sempre però sotto la spada di Damocle di essere raggiunta dalla vendetta degli estremisti religiosi. «Avete conosciuto la mia storia attraverso i media – racconta –. Avete immaginato il calvario che ho dovuto sopportare, forse avete cercato di mettervi nei miei panni per comprendere la mia sofferenza… Eppure siate lontani dall’immaginare cos’è stata la mia vita, ed ecco perché, in questo libro, vi racconto tutto… Con la mia testimonianza vorrei poter aiutare altre persone che si trovano nella mia stessa situazione in Pakistan».

Perpetua, Felicita e compagni hanno avuto bisogno di un redattore, rimasto anonimo, che ne raccogliesse le testimonianze per renderle pubbliche. Nel caso di questa contadina analfabeta, è stata la giornalista Anne-Isabelle Tollet, già corrispondente permanente in Pakistan, a scrivere la sua storia, lei che per salvare Asia ha mosso mari e monti in tutto il mondo.

 

 

 

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