Tra “folklore” e affari

Il leader libico torna a casa. Uno sguardo ai commenti della stampa, improntate alla condanna degli eccessi.
Il campo libico di Misratah
Amazzoni, cavalli berberi, tenda beduina, centinaia di belle hostess italiane indottrinate sull’Islam. Non è un circo libico in tourneé a Roma, ma la quarta visita di Stato ufficiale del colonnello Gheddafi in pochi anni. Feroce, anche se puntuale, il commento dell’Indipendent, quotidiano inglese: «Forse Gheddafi medita di andare in pensione in Italia, lui e Berlusconi, così diversi in tante cose, si sono dimostrati rivoluzionari nel loro uso delle pagliacciate come armi di distrazione di massa».

 

Non è, del resto, la prima assoluta di queste esibizioni e lezioni ufficiali sul Corano, anche all’estero. Già all’Onu lo scorso 23 settembre deliziò i rappresentanti degli Stati con un discorso interminabile sui principi islamici. «Lui sa bene – dichiara ad Avvenire Samir Khalil Samir, islamologo, – che, a differenza dei leader degli altri Paesi islamici che non lo degnano di grande considerazione e lo trattano alla stregua di un giullare, i popoli musulmani lo adorano perché predica il Corano a tutto il mondo». Dello stesso tono l’editoriale di Marco Tarquinio, direttore del quotidiano della Cei, che pur evidenziando i lati positivi della visita del leader libico per celebrare l’anniversario del secondo anno del Trattato di amicizia e di cooperazione tra i due Stati , si chiede come «Gheddafi abbia potuto fare deliberato spettacolo di proselitismo (anche grazie ad un tg pubblico incredibilmente servizievole)» e, conclude «probabilmente è stato un boomerang».

 

Quasi del tutto assenti i temi dei diritti umani, le centinaia di immigrati clandestini rinchiusi nei campi di detenzione libici e la corruzione della polizia locale, un ossequio al fatto che gli affari sono affari e «l’ospite (anche fosse un dittatore al potere da 41 anni) è sacro».

E gli affari sono effettivamente notevoli nel mercato dell’energia, nei colossi del credito, nelle infrastrutture da costruire, fino alla fornitura di sistemi satellitari per il controllo delle frontiere terrestri libiche. Si parla di un giro di affari da 40 miliardi di euro.

 

Ma «in questi tempi di vacche magre – scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera – fare business con chi se lo può permettere e portare in Italia i relativi benefici (sperando che tali davvero siano) è cosa che vale ampiamente qualche distrazione protocollare». E «crediamo – aggiunge – che l’Italia di Berlusconi abbia sbagliato nel superare, o nel lasciare che venissero superati, limiti che dovrebbero essere considerati invalicabili perché collegati al buon nome del Paese e alla sua credibilità sulla scena internazionale».

 

Gheddafi, infatti, ha alzato la posta ed è arrivato a chiedere all’Unione europea cinque miliardi di euro per fermare l’immigrazione clandestina, altrimenti l’Europa si ritroverà nera come l’Africa. E nella contabilità degli affari, nel saldo tra dare e avere tra i due Stati sfuggono alle statistiche le migliaia di immigrati dispersi per sempre nel mare di sabbia o di sale che attraversavano cercando di raggiungere il Belpaese. Non sono un valore aggiunto.

 

E il sito Fortress Europe (da leggere lo speciale sulla Libia) ricorda che sono più di 4 mila le vittime negli ultimi dieci anni che il mare di Sicilia si è ingoiato e di come, già dal 2005, il Parlamento europeo «è profondamente preoccupato sul destino di centinaia di richiedenti asilo respinti in Libia, dal momento che questo Paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, non ha un sistema d’asilo, non offre garanzie effettive per i diritti di rifugiati, e pratica arresti arbitrari detenzioni e espulsioni».

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