Una tassa sulla plastica

Dibattito aperto sulla tassa, contestata dai produttori italiani, che dovrebbe portare meno di 3 miliardi di euro nelle casse dello Stato a partire dal 2020. Una panoramica internazionale
ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO

La legge di Bilancio approda finalmente in Senato con due settimane di ritardo. L’ok è arrivato dalla Ragioneria dello Stato e grazie alla firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questa legge ci sono importanti novità nel rispetto dell’ambiente.

Bottiglie di plastica, contenitori dei detersivi, buste che contengono alimenti (come quelle dell’insalata), vaschette in polietilene monouso ma anche il tetrapak del latte: sono alcuni degli esempi dei prodotti che potrebbero subire una “tassa sulla plastica” in questa manovra 2020. Nel nostro Paese ogni anno vengono immesse nel mercato circa 2,3 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica.

Un chiaro indirizzo del governo italiano nel dare una svolta green agli usi quotidiani di cittadini e aziende e nello stesso momento un modo per fare cassa contro l’aumento dell’Iva. La proposta riguarda l’introduzione di una imposta sugli imballaggi di plastica con decorrenza dal 1° giugno 2020 (aliquota 1 euro per kg).

Una notizia recepita in maniera positiva dalle associazioni ambientaliste mentre desta dubbi e malumori dagli industriali.

Secondo il presidente di Confindustria Emilia, Valter Caiumi è “una tassa che va a colpire in modo particolare il territorio emiliano-romagnolo, culla della Packaging Valley, che ospita il maggior numero di aziende del comparto in Italia, (230) con oltre 17.000 occupati e un fatturato annuo di 5 miliardi di euro, pari al 63% del giro di affari nazionale. Con questa tassa, tra cinque anni in Italia non avremo migliorato nessun processo produttivo e avremo ridotto occupazione e imprese attive”.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa qualche giorno fa, intervenendo ad un convegno sull’economia circolare ha ricordato che “ci sono plastiche compostabili, che sono una realtà importante per l’Italia e che vanno nel compost. Quindi tassare tutto ciò che non è riciclabile ha un senso mentre ciò che è riciclabile non va assolutamente tassato”.

Quindi bisogna distinguere la plastica riciclabile da quella non riciclabile e tassare solo quest’ultima.

D’accordo con il ministro dell’ambiente è il titolare del Ministero dell’economia e finanze Roberto Gualtieri, che nello stesso convegno ha ribadito che la plastic tax sarà “applicata esclusivamente sui manufatti plastici destinati a essere usati una sola volta”. Quindi – ha aggiunto – bisogna distinguere “il bicchiere di plastica usa e getta e non il bicchiere di plastica riutilizzabile, la bottiglietta di plastica e non le borracce in plastica”.

Cosa succede negli altri Paesi?

Dal 1997 in Finlandia esiste una tassa sugli imballaggi di bevande non alcoliche (esclusi i cartoni), inoltre i produttori e gli importatori di merce imballata pagano 51 centesimi al litro sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili, a meno che non applichino il principio del vuoto a rendere.

In Norvegia invece il 96% delle bottiglie di plastica viene riconsegnato ai negozi e riciclato mentre il sugli imballaggi non riciclabili si paga un’imposta. Inoltre produttori e importatori pagano una tassa ambientale sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili di tutti i tipi di bevande tranne il latte.

In Germania è molto diffuso il vuoto a rendere e sono stati fatti investimenti nel settore per 10 miliardi di euro annui. Inoltre la limitazione all’uso di plastica è garantita dalla legge sugli imballaggi “VerpackG”, che obbliga il produttore a maggiore trasparenza, con requisiti severi per il riciclo e riutilizzo degli imballaggi.

In Gran Bretagna invece dal 2022 entrerà in vigore una tassa sulla plastica monouso e sulle plastiche ottenute da materia che non sia riciclata almeno al 30 per cento. Dallo scorso anno inoltre il governo ha stanziato una spesa di 20 milioni di sterline (poco più di 23 milioni di euro) per incrementare il riciclo e ridurre la plastica.

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