Taglio parlamentari, referendum 29 marzo

Definita in tempi brevi la data per il referendum costituzionale dove non è richiesta, per la sua validità, il raggiungimento del quorum
Commissione parlamentare Roberto Monaldo /LaPresse

Il prossimo 29 marzo saremo chiamati ad approvare o meno per referendum la riforma costituzionale che riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori eletti. Tale referendum è stato, infatti, richiesto da 71 senatori, superiori al quinto che la Costituzione prevede perché le leggi di revisione costituzionale approvate a maggioranza assoluta da entrambe le camere siano confermate dalla maggioranza degli elettori.

Proprio perché confermativo, il referendum sarà comunque valido, a prescindere dal numero dei votanti.

Indipendentemente dall’opinione che ciascuno può avere sul tema, la campagna referendaria sarà senz’altro un’occasione utile perché gli elettori possano informarsi, riflettere e decidere su una riforma costituzionale che, presentata all’insegna della riduzione dei costi della politica e della maggiore efficienza parlamentare, rischia di contro di avere effetti tutt’altro che marginali sulla democrazia rappresentativa parlamentare.

Premesso che i vantati risparmi di spesa sarebbero veramente risibili (poco più di 3 euro all’anno per elettore), la riduzione di pressoché un terzo del numero dei parlamentari avrà in prospettiva conseguenze forse non subito percepibili ma che certamente andranno ben al di là del profilo meramente numerico. Ciò per il fondamentale motivo che il numero degli eletti non è affatto una variabile indipendente né per la resa del sistema elettorale, né per la rappresentanza politica degli eletti, né infine per il funzionamento delle camere

Sul piano elettorale è di aritmetica evidenza che meno sono i parlamentari, più voti (e più soldi nelle campagne elettorali) occorreranno per eleggerne uno. Di fatto, quindi, la soglia di sbarramento sarà ben più elevata rispetto a quella oggi espressamente prevista del 3%, finendo per penalizzare fortemente le forze politiche di minoranza che potrebbero non entrare in Parlamento.

Sul piano della rappresentanza politica, a livello europeo il nostro Paese sarà quello con il più alto numero medio di abitanti per parlamentare eletto: da 96 a 151 mila alla Camera; da 188 a 302 mila al Senato. Basti pensare che alcune regioni vedrebbero sensibilmente diminuito il numero dei senatori da eleggere (Liguria e Marche da 8 a 5; Friuli Venezia Giulia e Abruzzo da 7 a 4; Umbria e Basilicata da 7 a 3), per tacere degli appena 8 deputati e 4 senatori che dovrebbero rappresentare i milioni di italiani all’estero.

La rappresentanza politica dei territori ne uscirebbe quindi indebolita, così come, in generale, i singoli parlamentari dovrebbero rappresentare un numero maggiori eletti, aumentando il distacco tra rappresentati e rappresentanti. Né si può ignorare il rischio che i parlamentari, essendo in pochi (specie in commissione), potrebbero sfruttare la decisività del proprio voto per condizionare scelte politiche in base ad interessi magari non trasparenti.

Infine, sul piano parlamentare, la riduzione del numero degli eletti avrà effetti tali sull’organizzazione e sul funzionamento delle camere da compromettere, anziché – come auspicato – aumentare, la loro efficienza e produttività. Non è sempre vero, infatti, e comunque rimane tutto da dimostrare, che in meno si lavori meglio.

Se è vero, infatti, che la Camera potrebbe organizzarsi e funzionare anche con 400 deputati, dato che il Senato si è sinora organizzato ed ha funzionato con 315 membri, è tutto da verificare come possa il Senato continuare a svolgere le sue attuali funzioni, eguali a quella della Camera, con appena 200 senatori. Non si tratterà infatti solo di ridurre in proporzione i quorum oggi previsti per attivare una procedura o per presentare un atto parlamentare, ma anche di ripensare tutta l’organizzazione strutturale delle camere.

Si pensi, ad esempio, alle regole per la formazione dei gruppi politici oppure alle attuali 14 commissioni in cui si suddivide il lavoro di ciascuna camera, le quali al Senato potrebbero essere composte da un numero così ridotto (appena 13-14 senatori) che per approvare una legge basterebbe il voto favorevole di appena quattro senatori (13:2=7 numero legale, 7:2=4 maggioranza). Peraltro, i pochi parlamentari della minoranza che sono membri di più commissioni, nel caso non infrequente di riunioni concomitanti dovrebbero inevitabilmente scegliere in quale essere presenti, subendo così una grave menomazione della loro fondamentale funzione legislativa, ispettiva e di controllo, specie se appartenenti all’opposizione.

Chi scrive è perfettamente consapevole che gli argomenti sopra indicati sono destinati ad avere poca presa nei confronti di un’opinione pubblica delusa, e con una certa ragione, da gran parte della classe politica. Se però, come sempre accade in questi casi, la risposta dipende da come viene formulata la domanda, dovrà essere chiaro che dietro quella “volete ridurre il numero dei parlamentari?”, se ne cela un’altra, ben più insidiosa e profonda: “volete che il vostro voto conti meno?”.

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