Sud Italia quel valore aggiunto

Mare
Ho trascorso alcuni giorni di vacanza in Sicilia. Tornando verso casa ho chiesto informazioni su come raggiungere a piedi l’aeroporto ad un signore il quale, invece di rispondermi, ha preso la sua auto e mi ha portato all’aeroporto (che distava 15 chilometri!). Ormai poco abituato a questi gesti, vivendo da diversi anni tra Roma e Milano, ho accettato tra lo stupito e il grato, riflettendo, tra me e me, sull’altruismo e la reciprocità. Quando ha capito che non ero di Trapani, ha deviato per il centro, con il solo scopo di mostrarmi i tesori della sua città: chiese, monumenti, l’organo più antico d’Europa, e ne parlava come fossero il patrimonio di famiglia. Perché quel signore avrà speso mezz’ora del suo tempo per portarmi all’aeroporto e mostrarmi il centro storico? Ci potrebbero essere molte spiegazioni, ma quella che ad oggi mi sembra più vera sono i suoi cromosomi: quell’uomo porta iscritto nel suo Dna una cultura di accoglienza, di ospitalità, che lo ha spinto a vedere in me un individuo simile al mercante cartaginese o al marinaio arabo che i suoi avi hanno accolto, e magari ospitato nello loro casa. Questo si chiama cultura. Sono convinto che il futuro prossimo, anche economico, dell’Italia del Sud, e dell’area mediterranea, passerà da un punto nodale: trasformare quel patrimonio culturale in risorsa anche per lo sviluppo. Si parla tanto oggi di turismo relazionale, poiché il mercato si è accorto che la gente, quando riesce a trascorrere qualche giorno di vacanza o quando viaggia in cerca di arte e cultura, non chiede solo bei posti e ricchi musei; vuole anche costruire rapporti veri con la gente che incontra nel fare turismo. Non vuole, cioè, avere solo fredde prestazioni commerciali, ma vuole anche beni relazionali. Il problema, però, arriva quando ci si accorge che i rapporti veri sono come il coraggio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare. Nei corsi di formazione al turismo relazionale si può insegnare ad essere educati, gentili, attenti, a mettere la persona al primo posto; ma quel tocco umano genuino dell’albergatore o del titolare dell’agriturismo, fatto di simpatia e di spontaneità (frutto di millenni di cultura), non puoi impararlo in nessun corso della provincia o del comune. È su questo fronte culturale che la globalizzazione incontra (per fortuna) il suo limite: puoi globalizzare le tecniche, ma non l’essere nato e cresciuto sulle isole Egadi. Sono ripartito felice, perché finché c’è qualcuno che spende il suo tempo per parlare dei suoi monumenti ad un forestiero, c’è ancora speranza per il Bel Paese.

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