Stranieri dentro la stessa casa

Il regista Gianluca Merolli mette in scena il testo del drammaturgo Antonio Tarantino. Tratta il tema attuale della mistificazione dell’altro, senza alcuna retorica, usando come metafora quella della famiglia. Al Piccolo Eliseo di Roma.
Foto Manuela Giusto

È un resoconto esistenziale di sopraffazioni, di vite smarrite e mai pacificate, di parole non dette, di sguardi non dati, di amore non espresso. È una storia di ordinaria follia. Una danza di morti. Di fantasmi della mente dentro un acquario di pesci senza luce. Stranieri, di Antonio Tarantino, è un viaggio allucinatorio nella mente di un anziano prossimo alla morte, colto in un vaniloquio i cui pensieri, causati da uno stato psichico febbrile, generano una sordida litania di ossessioni, di meschinità, di rancori.

Originario di un sud geografico, e dell’anima, l’uomo vive solo, asserragliato nel suo appartamento “nell’alta Italia”, un luogo dove ha tutto ciò che gli serve, un armadio pieno di giacche firmate Ermenegildo Zegna, persino un’enciclopedia scientifica in trenta volumi dove sta tutta la sua conoscenza, e, unico interlocutore, un pesciolino rosso dentro un piccolo vaso di vetro.

Improvvisamente l’uomo deve vedersela con qualcuno che insistentemente bussa alla sua porta. Non possono che essere degli “stranieri”, dei ladri, dei venditori, o dei profittatori mandati magari dalla badante, forse degli esattori di bollette già pagate, sicuramente degli immigrati, degli extracomunitari. Inizia così un’invettiva contro questi individui, presenze minacciose, certamente pericolose, che vogliono entrare a tutti i costi, forse per rapinarlo, o per portargli via la casa. Impreca contro di loro ripetendo la sua volontà a non lasciare quel luogo di cui, ripete, paga regolarmente le rette condominiali.

Nel confuso dissertare sul passato e sul presente della propria vita egoista fatta di sopraffazioni, di ricerca della ricchezza come unico valore; nel rituale di piccole azioni che generano ricordi; nel resistere alla conquistata solitudine tra un ripetuto bussare, un cedere a uscire o chiamare la polizia; nello snocciolare una litania di beceri luoghi comuni, il flusso di parole che egli vomita intossica come un veleno ingerito.

Sono anche le parole del qualunquismo, della superficialità elevata al parossismo, delle paure inventate, della politica populista e reazionaria, quella che sentiamo ogni giorno sempre di più. Agli stacchi che seguono i suoi racconti sconnessi, subentrano quelli un uomo e di una donna che vediamo fuori dal suo rifugio. Sono gli stranieri temuti, ovvero i suoi famigliari estinti dei quali è stato il carnefice psicologico della loro infelice vita: quella moglie morta da anni e che forse lui stesso ha ucciso, e quel figlio goffo e stralunato filosofo, uscito presto dalla sua vita e che ha subìto chissà quale oscura sorte. Sono tornati dall’aldilà forse per perdonarlo, forse salvarlo, o solo per rivestirlo ritualmente e accompagnarlo nell’ultimo viaggio.

Sono spettri della sua mente, morti che accorrono a seppellire un altro morto, per il bisogno di chiudere i conti con un passato di abbandoni, di trascuratezze, di fallimenti relazionali, d’incomunicabilità. È un ritratto impietoso della paura dell’altro come malattia intima e sociale quello che ci racconta Antonio Tarantino, talento anomalo della drammaturgia italiana, dalla scrittura graffiata e graffiante, postbarocca, arrivato al teatro solo a 50 anni ma in maniera esplosiva, viscerale, fortemente etica.

Con questo testo fintamente realistico, sembra dirci che i muri più alti e invalicabili, che ci rendono estranei gli uni gli altri, sono quelli che, spesso, crescono, invisibili, anzitutto all’interno delle famiglie; e che invece di guardarsi in casa, di scrutare all’origine della propria violenza, si getta la colpa sul diverso di turno. Di questo testo pieno di doppi fondi e di scomparti segreti, dove sono compresenti due dimensioni, quella dei vivi e dei morti, il visibile e l’invisibile, dove l’alternanza tra i monologhi dell’uomo e i dialoghi dei defunti scorre parallela e simmetrica in modo implacabile, la regia di Gianluca Merolli, con acutezza e scavo, coglie i segnali disseminati nella scrittura di Tarantino, conferendo ai personaggi dei bagliori d’ironia e di struggente malinconia, facendo emergere alcune parole emblematiche traducendole in immagini e in azioni consequenziali, in dettagli e in elementi materici.

Come l’acqua che gronda incessantemente sulla scena: pioggia purificatrice, o acquitrino, o liquido amniotico, che cade dall’alto delle americane, fino a invadere il palcoscenico diventato piscina dove risuonano i passi e le parole; o come l’amplificare il gesto e il suono del bussare screziando su un microfono appeso alla porta della stanza. Questa è raffigurata da una parete di stagnola dorata tenuta da un’intelaiatura di ferro disposta a cubo, che circoscrive il misero habitat dell’uomo. Quando il telo sarà strappato unificando il dentro e il fuori e i tre si saranno così riuniti, l’uomo, in un ultimo sussulto delirante, truccandosi indosserà un abito femminile impersonando la propria moglie.

Con lei, infine, muoverà uno struggente ballo sulle note di Strangers in the night cantata dal figlio (bravo anche come cantante Merolli) che li osserva malinconico, forse sereno e rappacificato. Possente l’interpretazione di Francesco Biscione, aggrappato alla vita, che alterna, nel linguaggio sincopato e logorroico di Tarantino, un’inflessione nordica a una dialettale, da “terrone”, cui fa riscontro la presenza lucida e sfumata di Paola Sambo e dello stesso Merolli, di un’intensità smarrita. Nel gioco del dentro e fuori scandito dalle luci di Marco Macrini, con loro due in attesa nel buio del pianerottolo immaginario, il dialogo discreto e risoluto, sussurrato o rancoroso che li vede ricordare ed evocare il passato, gli snodi enigmatici e gli stati d’animo della loro infelice esistenza, semina via via tracce d’inquietudine, di struggimento, di fascinazione ai costrutti rarefatti e letterali del loro eloquio.

 

“Stranieri”, di Antonio Tarantino, regia Gianluca Merolli; con Francesco Biscione, Paola Sambo e Gianluca Merolli; scene Paola Castrignanò; luci Marco Macrini, costumi Domitilla Giuliano; musiche Luca Longobardi. Pprodotto da Andrea Schiavo/H501, con l’ospitalità in residenza di Settimo Cielo / Teatro di Arsoli
A Roma, Teatro Piccolo Eliseo, dall’1 al 3 novembre 2019. A Napoli, Piccolo Bellini, dal 10 al 15 marzo 2020.

 

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons