Statuto dei lavoratori, attualità e prospettive

A 50 anni dall’approvazione della legge 300 del 1970, un invito ad andare alle radici di una storia di democrazia economica fondata sulla centralità della persona
Fabio Cimaglia / LaPresse Manifestazione di precari davanti il ministero del Lavoro

Alla vigilia dei 50 anni dall’approvazione della legge 20 maggio 1970, che ha introdotto lo Statuto dei lavoratori, è arrivata la notizia di un fatto di cronaca gravissimo accaduto nelle campagne pontine, a Terracina, vicino Roma. Un bracciante agricolo è stato licenziato in tronco e picchiato duramente solo perché ha avuto la pretesa di chiedere i mezzi di protezione dal contagio dal virus.

La piaga del lavoro servile è tornata a riaprirsi da tempo nel nostro Paese e non si può non ricordare che quella legge del 1970 trova le sue origini nel progetto lanciato nel 1952 da un altro bracciante agricolo, il pugliese Giuseppe Di Vittorio, allora segretario generale della Cgil, che fu costretto a lavorare nei campi, “sotto padrone”, fin dall’età di 8 anni.

A 12 anni, nel 1904, visse con orrore l’uccisione del suo amico e coetaneo Ambrogio, falcidiato dalle forze dell’ordine mandate a reprimere uno sciopero generale indetto dalla lega bracciantile.

Pochi anni dopo, nel 1911, mentre l’Italia cominciava la guerra coloniale in Libia, Di Vittorio assunse la carica di segretario della Camera del lavoro di Minervino Murge, dopo che l’organizzazione di quei lavoratori, definiti dal fatto di possedere solo le loro braccia, aveva raggiunto il rispetto, da parte della proprietà agraria, di alcuni diritti di base come l’orario di nove ore e la tariffa fissa giornaliera oltre la fornitura del vitto che costituiva l’unico modo di nutrirsi da parte di un’umanità insidiata perennemente dalla fame.

Pezzi di storia viva, da riscoprire, che rendono comprensibile il senso di quella legge del 1970 intitolata «norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

Come disse il ministro del Lavoro del tempo, il democristiano Carlo Donat Cattin, che proveniva dalla Cisl, si trattò di “far entrare la Costituzione nei luoghi di lavoro”, nel pieno di un trentennio contrassegnato, dopo un devastante conflitto mondiale, da un forte impulso di democrazia reale in grado di cambiare il verso della storia e del mondo.

I tempi sono, poi, mutati progressivamente, assieme all’organizzazione della produzione e dell’economia, tanto da dividere chi lavora in aree ancora garantite, per alcuni critici anche troppo, e fasce crescenti di persone escluse anche dai diritti essenziali.

Non esistono in questo campo delle posizioni acquisite per sempre. Non si tratta solo del caso eclatante della massa dei lavoratori agricoli ammassati in veri e propri ghetti in alcune zone del Paese. Lo sfruttamento estremo si annida in tante filiere essenziali per il nostro vivere quotidiano, come emerge dai recentissimi fatti di Lodi, in Lombardia, dove si è scoperto che i camionisti di una ditta erano costretti a fare turni di 18 ore e a pagare l’affitto per dormire nei mezzi usati per il traporto delle merci. Pratiche disumane che diventano pericolose per la sicurezza di tutti.

La lezione dello Statuto dei lavoratori resta quella della centralità della persona, come ha scritto il giuslavorista Michele Tiraboschi sull’Avvenire, assieme al «metodo della partecipazione e del confronto, anche dialettico e conflittuale se serve».

Il presupposto dello Statuto resta,comunque, il riconoscimento della oggettiva sproporzione di potere che esiste nel rapporto di lavoro fino a minacciare la possibilità stessa del confronto e a rendere inconcepibile ogni tipo di partecipazione se non subalterna.

Accanto alla legge 300 del 1970 si sono affiancate altre normative che hanno introdotto una progressiva instabilità e precarietà di chi presta la propria attività, di fatto, alle dipendenze di un altro soggetto.

Una flessibilità strutturale, senza protezione, che non può non incidere sull’esistenza intera della persona, dei suoi progetti di vita come mettere al mondo dei figli e immaginare un futuro possibile. Tanti discorsi sul calo demografico, considerato anche come fattore di debolezza della nostra economia, potrebbero cominciare da qui. Da generazioni che ancora godono delle conquiste dei loro nonni e padri ma non sanno esercitarle e metterle in pratica.

La differenza verso quei contadini o operai illetterati che conquistarono il diritto alla dignità resta nella leva della possibile “unione”, che è infatti il nome dei sindacati nel mondo anglosassone. O di quella solidarietà che non può esercitarsi solo tra categorie distinte del lavoro o dei confini nazionali.

Nell’epoca della globalizzazione, pur messa in crisi dalla pandemia, la vera fragilità dei lavoratori, ciò che impedisce l’esercizio dei diritti costituzionali, resta quella di trovarsi, come invita a riconoscere Gianni Alioti, esperto di relazioni sindacali internazionali della Fim Cisl, «nel passaggio dall’egemonia industriale a quella finanziaria».

Esiste un dominio del capitalismo finanziario senza volto che «ha perso il vincolo con le comunità locali e ha guadagnato in potenziale transnazionale». I tanti casi di chiusure di fabbriche, che tenevano in piedi l’economia di interi territori, continuano ad avvenire in base a decisioni di delocalizzazioni di multinazionali che restano sottratte ad ogni controllo dei singoli stati. Con il sindacato ridotto a trattare su incentivi all’esodo e cassa integrazione.

La polemica sull’accesso al prestito agevolato di oltre 6 miliardi di euro chiesto dalla Fca trova origine nel fatto che ormai l’ex Fiat ha il cervello e la sede all’estero, grazie a scelte strategiche tipiche delle società transnazionali, sostenute, tra l’altro, da larga parte della classe dirigente italiana. Quei soldi verranno finalizzati a pagare fornitori e dipendenti in questo momento di crisi nerissima per il settore dell’auto.

Nulla può fare il singolo soggetto nazionale verso scelte che avvengono secondo le regole della finanza mondiale e nel rispetto formale della legalità, anche quando si spostano sedi centrali in Paesi che sono, di fatto, dei paradisi fiscali.

L’unica prospettiva che sembra aprirsi ai rappresentanti dei lavoratori, resta, quidi, quella di allearsi oltre i confini nazionali per non dover competere tra loro, ma poter esercitare, a tale livello, quella democrazia economica che resta il capitolo aperto e da attuare dello Statuto del secolo scorso.

Nel caso della Fca ciò vuol dire far riferimento alla  imminente fusione con la francese Psa che  prevede forme  di partecipazione dei lavoratori nelle scelte strategiche della società, a partire dagli investimenti sul tipo di produzione necessitata dal cambiamento climatico e su tutte le filiere della componentistica.

Un dirittp che si spiega con la presenza del capitale pubblico nel grande gruppo automobilistico di Parigi. E che pone domande sul ruolo che può avere anche il nostro Paese oltre a fare da garante di prestiti per le società che lo richiedono in base al decreto liquidità.

La vera sfida aperta dello Statuto dei lavoratori è, dunque, quella di saper declinare quel percorso di libertà costituzionali dentro i nuovi contesti economici, non per arretrare e salvare il possibile, ma per andare avanti.

 

 

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