Star a Santa Cecilia in Roma

Non solo il grande pianista russo Evgeny Kissin, tra i geniali protagonisti della stagione sinfonica dell' Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Evgeny Kissin è alto, una chioma corvina, un volto da ragazzo. Martha Argerich è alta, forte, una vasta chioma bianca ondeggiante sulle spalle.

Alla tastiera i due ex enfant prodige con una carriera internazionale di anni o di decenni alle spalle sono due fenomeni. E non è retorica. Entrambi affrontano Franz Liszt. Kissin con il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra, anno 1849 ma rivisto più volte. Virtuosismo alla Paganini, ma col piano è altra cosa. Esibizionismo puro? Anche, ma a Liszt premeva rifondare la musica per lo strumento che diventa orchestra a sé.

Il secondo concerto inizia con un Adagio, ma poi si snoda per ben sei movimenti senza fermarsi mai. Più un poema sinfonico per strumento e orchestra che il classico brano in tre- quattro movimenti distinti. Per Kissin va benissimo. Fraseggia rapido come tintinnii, ma pure molle, dondola e furoreggia, con slanci e misura. Punta all’anima di Liszt. Non è facile da prendere, si sottrae tra i funambolismi e le sonorità così dense da sembrare fini a sé stesse: puro colore e puro suono, come certa musica di Berio. Ma Liszt tende alla vastità. E Kissin, a cui tutto sembra facile, la coglie.  Così può passare all’Allegro deciso fra le trombe, dal marziale al follettistico.

Insomma, siamo nel romanticismo più estremo, ed Evgeny, innamorato del suo strumento, ci sta bene. Pappano collabora con l’orchestra per dar luce al pianoforte. Kissin-Liszt si svela in pieno, offre pura una sua composizione.

martha

Martha Argerich non è da meno. Anzi si direbbe che è per lei così naturale il Concerto n. 1 (1839-1849) sempre di Liszt e così affettuoso i l rapporto con Pappano e l’orchestra, che tutto sembra un gioco. Ma pericoloso, perché Liszt è diabolico. Nessuno stacco fra i  tempi, quattro sezioni ininterrotte che partono dal breve tema iniziale un po’ oscuro che poi si ritroverà nell’intero brani come morto e risorto. Il piano vola, si stanca, si diverte anche con il triangolo a far scintille, senza che Martha abbia mai un momento di stanca – Liszt vuole tutto -, anzi la scioltezza è limpida, come pure la capacità di “entrare” nel pianismo di Franz così libero da schemi e tendente all’infinito. Certo, la distanza con Chopin appare siderale.  Martha lo sa, perciò il suo Liszt è aggressivo, focoso, corale.

Se poi Pappano regala brani molto belli come la sinfonia dall’Euryanthe di Weber, quella dal Benvenuto Cellini di Berlioz e ancora Schumann nella Seconda Sinfonia si può dire che l’anello romantico chiude alla perfezione.

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