Spyware Pegasus, quando lo spionaggio si scontra con i media

La polemica contro il famoso troyan Pegasus non è una novità. Di nuovo ci sono gli obiettivi emersi da un’indagine che ha individuato tra le utenze telefoniche “infettate” anche quelle di 600 politici (compresi capi di Stato e primi ministri), 189 giornalisti, 85 attivisti per i diritti umani e 65 dirigenti aziendali. Non solo criminali e terroristi come sostiene Nso Group, produttore di Pegasus.
Proteste in India per l'utilizzo dello spyware Pegasus da parte del governo Modi, foto Ap

Si chiama Pegasus e non è soltanto uno spyware. Secondo molte legislazioni Pegasus è un’arma, uno strumento di attacco cyber. In pratica è un software che costringe uno smartphone a fare cose per le quali non è programmato, contro il suo proprietario. Infetta senza troppa difficoltà lo smartphone della persona designata, ne estrae informazioni e le invia allo “spione”. Può sbirciare dentro email, chat, foto, video (anche del passato) e perfino attivare fotocamera e microfono della vittima, a sua insaputa.

Pegasus è stato progettato e commercializzato dal 2016 da Nso group, che ha sede a Herzliya, vicino a Tel Aviv, in Israele. La società è stata fondata nel 2010: oggi con 750 dipendenti e un fatturato di 240 milioni di dollari è probabilmente una delle prime agenzie al mondo di intelligence tecnica.

Da sempre guardata con diffidenza da molte persone (e con simpatia da alcuni governi), la Nso è balzata nuovamente all’attenzione (dopo lo scandalo ai danni di Whatsapp di 4 anni fa) nelle scorse settimane per i risultati di un’indagine coordinata da Forbidden Stories, un organismo senza scopo di lucro con sede a Parigi e costituito da 80 giornalisti di 17 organi di stampa di 10 paesi, con l’assistenza tecnica di Amnesty International. Pegasus Project (questo il nome dell’indagine) ha riguardato circa 50 mila utenze telefoniche oggetto di potenziale sorveglianza perché appartenenti a capi di stato, politici, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani.

Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato la scorsa settimana che Il Pegasus Project rivela come lo spyware della Nso Group sia un’arma a disposizione di governi repressivi che vogliono ridurre al silenzio i giornalisti, attaccare gli attivisti e stroncare il dissenso, mettendo a rischio innumerevoli vite umane. Per altri dettagli si può leggere il documento pubblicato il 19 luglio anche sul sito di Amnesty Italia. Comunque in questi giorni le testate giornalistiche che hanno aderito al Pegasus Project stanno pubblicando una serie di articoli su leader mondiali, esponenti politici, attivisti per i diritti umani e giornalisti individuati come potenziali vittime dello spyware a “beneficio” di alcuni governi e istituzioni che avrebbero acquistato il software dalla Nso Group. Tra i media coinvolti ci sono: Financial Times, Wall Street Journal, Cnn, the New York Times, Al Jazeera, Ha’aretz, France 24, Radio Free Europe, El Pais, Associated Press, Le Monde, Bloomberg, France-Presse, Economist, Reuters, the Guardian e Washington Post. In pratica una nutrita schiera delle maggiori testate del mondo.

Secondo Pegasus Project gli acquirenti dello spyware israeliano sarebbero di circa 40 paesi e fra essi figurano certamente diversi paesi mediorientali come Arabia Saudita, Marocco, Emirati Arabi e Bahrein. Ma anche India, Messico, Azerbaijan, Kazakistan, Togo, Ruanda e, in Europa, l’Ungheria.

Indignate le proteste di Nso Group, che sostiene di fornire soltanto a stati e istituzioni pubbliche uno strumento utile a contrastare criminali e terroristi. Con l’autorizzazione del Governo israeliano.

Pur scegliendo di non fare polemiche e neppure nomi, i termini “criminale” e “terrorista” hanno ormai, purtroppo, estensioni inaccettabili in mano a regimi che giustificano in questo modo le peggiori persecuzioni ai danni di chi ha l’unica colpa di pensarla in un altro modo e di non essere al potere.

Come tutti i venditori di armi, anche per chi produce e vende cyberwar l’argomento principe è sempre quello che il prodotto in sè non ha un rapporto etico con l’uso che ne fa chi lo acquista. Ma al di là di questa retorica piuttosto scontata, Agnés Callamard di Amnesty International pone una questione importante, alla luce degli indizi emersi dal Pegasus Project, all’opinione pubblica mondiale: “Queste rivelazioni devono generare un cambiamento. All’industria della sorveglianza non può più essere concesso un approccio indulgente proprio da parte di quei governi che hanno interesse a usare le nuove tecnologie per violare i diritti umani”.

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