Specialisti in cure palliative, finalmente

Anche in Italia sta per aprire la Scuola di specializzazione. Le sfide da affrontare e qualche proposta per non deludere i sogni e le aspettative dei futuri studenti, che aspirano a un rapporto diverso con i malati e con la sofferenza
(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Un altro passo significativo si aggiunge al lungo cammino delle cure palliative in Italia: finalmente è stata istituita la Scuola di Specializzazione in Medicina e Cure Palliative.

Dall’anno accademico 2021/2022 sarà dunque possibile, in alcune sedi italiane, accedere al nuovo corso di specializzazione che dovrà formare le nuove generazioni di palliativisti.

Non è un caso che questo passaggio sia collegato a quanto previsto dal Decreto Rilancio: l’emergenza sanitaria del Covid-19 ha dimostrato più che mai quanto siano necessarie reti diffuse di cure palliative.

In tutte le fasi e i luoghi dell’emergenza il contributo dei palliativisti è stato significativo link, ma molto di più si sarebbe potuto fare se fossero esistiti maggiori servizi e se le cure palliative fossero state più conosciute. Bisogna dare atto ai promotori della norma istitutiva di aver saputo cogliere con grande tempestività e opportunità un’occasione probabilmente irripetibile.

Un’occasione da non perdere, appunto: ma quali dovranno essere i capisaldi della nuova specialità? Naturalmente a oggi sappiamo molto poco o nulla di concreto, ma possiamo almeno pensare a qualche proposta:

– la medicina palliativa ha storia e valori costitutivi e attualissimi link: la radice culturale della “nuova” specialità dovrebbe per questo essere parte integrante del programma formativo.

le moderne cure palliative sono “integrate”: elasticità, trasversalità e reciprocità richiedono un percorso formativo ampio, aperto alle diverse specialità e alla collaborazione con le altre figure professionali. L’emergenza Covid-19 lo ha dimostrato in modo incontrovertibile. I nuovi specialisti dovranno avere una solida competenza “allargata”, per non essere solo “quelli delle ultime ore”. E dovranno essere specialisti del lavoro in équipe, capaci di trattare con strumenti adeguati i bisogni fisici, psicologici, sociali e spirituali dei pazienti e dei loro familiari

– molto delicato sarà il tema della formazione ai temi etici e legislativi: stiamo vivendo un periodo di grande confusione e sarà più necessario che mai affermare che le cure palliative non hanno nulla a che vedere con eutanasia e suicidio assistito. Immagino che questo sarà uno dei temi più controversi.

– Un aspetto delicato sarà anche quello dei formatori. Si potrà formare al rapporto umano, all’empatia, alla comunicazione delle notizie infauste e alla condivisione delle scelte solo attraverso metodiche tradizionali di didattica? Basterà un titolo accademico (magari maturato in contesti del tutto diversi) per insegnare tutto questo? Quali saranno i luoghi idonei per la frequenza dei tirocini? Il mondo universitario avrà la capacità di interagire “alla pari” con le strutture del Terzo settore, che per prime hanno sviluppato le cure palliative in Italia? E il Terzo settore avrà la capacità di mettere in discussione quanto di “autocelebrativo” c’è in alcune esperienze, per diventare agente formativo all’altezza di un percorso universitario?

– E poi, i più importanti, gli specializzandi: chi saranno? Qualcuno già preconizza che la specialità in cure palliative sarà per qualcuno (o per molti) “un ripiego”. È possibile, ma chi potrà davvero lavorare quotidianamente a contatto con la sofferenza e la morte solo “per ripiego”? Posso immaginare che ci sarà una sorta di selezione naturale del problema…

Invece penso che per confrontarsi con più fiducia rispetto agli interrogativi precedenti, si dovrà guardare proprio a chi avrà il coraggio di accettare la sfida di diventare “specialista in cure palliative”. In questi anni ho conosciuto molti studenti di medicina che si sono avvicinati alle cure palliative con desiderio autentico di un rapporto diverso con i malati e con la sofferenza. Alcuni di loro si stanno laureando proprio in questi mesi, a volte dopo percorsi universitari che hanno in parte deluso i loro sogni.

La speranza è che siano proprio tanti di loro i primi “apripista” della nuova generazione di palliativisti. E i loro docenti, se oltre a trasmettere il bagaglio delle conoscenze saranno capaci di ascoltarne le esigenze autentiche, avranno a loro volta molto da imparare.

Come diceva Cicely Saunders, fondatrice del primo hospice moderno, «quando nasce qualcosa di nuovo, è la seconda generazione quella che conta». Anche in questo le cure palliative potrebbero essere segno profetico di un nuovo approccio di cura che va al di là del mondo della medicina e che abbraccia l’intera società, proprio a partire dai giovani.

 

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