Smartworking, come cambia il lavoro

Le nuove prescrizioni anti-Covid suggeriscono un maggior ricorso allo smartworking inteso come lavoro intelligente. Quali effetti, positivi e negativi, sull’organizzazione sociale? Alcuni spunti a partire da un saggio di Marco Bentivogli
Smartwoking Foto di Junjira Konsang da Pixabay

L’invito a ricorrere a nuove forme di smartworking fa parte delle nuove direttive emanate per contrastare la diffusione del Coronavirus.

Appena incamminati verso un’incerta normalità, si tratta ora, con un occhio all’immediato futuro, di fare qualche bilancio sull’esperienza di smartworking che durante la fase del lockdown ha coinvolto in diversi settori, dalla scuola all’industria, oltre 6 milioni di italiani. Esperienze diversificate senza contare le polemiche relative ai dipendenti del settore pubblico.

Fra diverse analisi e contributi, una base di riflessione arriva dall’ultimo lavoro di Marco Bentivogli, fresco ex segretario dei metalmeccanici della Cisl. Nel suo libro Indipendenti: guida allo smartworking il “lavoro agile” viene collocato nella più ampia transizione digitale, che include temi come l’intelligenza artificiale, la robotica, internet delle cose e la realtà aumentata.

Bentivogli aiuta a chiarire il concetto stesso di smartworking, una forma mentis che chiede di ripensare approcci, tempi, spazi e strumenti. Fra l’altro racconta casi di successo precedenti al lockdown, come quelli di imprese coinvolte dal terremoto in Umbria e dalle conseguenze del crollo del Ponte Morandi di Genova. Racconta anche di fabbriche dove lavori fisici pericolosi sono fatti da robot pilotati da casa.

La transizione digitale porta ad utilizzare il prefisso smart (intelligente) a molte realtà della nostra vita: lavoro, città, politica e lo stesso sindacato. È quindi un’occasione straordinaria per mettere in campo quello sforzo di pensiero creativo, come papa Francesco stesso ha auspicato recentemente scrivendo al Forum Ambrosetti, per risanare le patologie dell’attuale sistema economico.

Le tecnologie abilitanti (bytes) – computer, rete, dispositivi mobili − consentono di realizzare un nuovo eco-sistema che può ridisegnare gli spazi (bricks), e i comportamenti delle persone (behaviours).

Parlando di spazi, durante il lockdown abbiamo assistito allo svuotamento delle città, dei loro uffici, delle scuole, di bar e ristoranti. Se lo smartworking continuasse, che effetti avrebbe? Certamente ridurrebbe la presenza di pendolari nelle città e con essa migliorerebbe, come è successo, la qualità dell’ambiente e si ridurrebbe l’impronta ecologica dei lavoratori. Durante i mesi di chiusura, nella sola Milano, le polveri sottili si sono ridotte di un terzo.

Quindi riprogettare il modo di lavorare significa ridefinire gli spazi privati o pubblici e la mobilità fra questi. Ci sarebbero, come abbiamo visto, effetti economici – sicuramente nel breve termine – di vario segno, positivi per alcuni, negativi per altri. Ecco perché diventa fondamentale creare tavoli di condivisione fra le strategie imprenditoriali sullo smartworking – quante persone lavorano, dove, in quali tempi – e il governo dei territori, per poter così modulare i servizi e dare informazioni sulle prospettive di frequentazione nonché tarare le attività economiche correlate.

Va considerato anche il fatto che lo smartworking non annulla il bisogno di relazioni fisiche, anzi porta a ripensare l’uso degli uffici e degli altri spazi cittadini per poterle sperimentare. Bentivogli ci racconta di smarthub, luoghi multi-funzionali dove ci si può ritrovare con altri lavoratori fuori dalle mura domestiche, sia per ragioni di necessità personale- non tutti hanno spazi adeguati per lavorare in casa – e di coordinamento organizzativo – riunioni aziendali -, sia per il naturale bisogno di socializzare.

C’è poi il tema tecnologie per il quale il lockdown ha mostrato i divari esistenti nel nostro Paese: divari di infrastrutture come la larga banda, di dotazioni individuali e di competenze (il cd digital divide).

Bentivogli dimostra, dati alla mano, che non solo la mano pubblica debba investire su questi aspetti, ma anche il settore privato italiano, che veleggia lontano dai migliori in Europa.

Infine i comportamenti: già da sindacalista Bentivogli ha partecipato a definire la legislazione e i progetti legati ad “Industria 4.0”, osservando sul campo entusiasmi e fatiche dei nuovi modi di lavorare, insieme alle paure che ogni innovazione porta naturalmente con sé, compresa quella della “fine del lavoro”.

Come tanti di noi hanno potuto sperimentare, l’acquisizione di strumenti e tecnologie può essere molto veloce – basti pensare alla formidabile reazione del mondo della scuola durante il lockdown! –, ma i cambiamenti culturali richiedono tempi più lunghi e necessitano di processi di preparazione e accompagnamento.

Bentivogli conclude con una prospettiva intrigante: «Nel dilemma tra liberarsi dal lavoro e liberarsi nel lavoro, lo smartworking è una strada, vincente, per la seconda opzione. Il lavoro non finirà, sta cambiando radicalmente. Ricostruirne le architetture portanti è una sfida formidabile a cui siamo tutti chiamati».

È una proposta che invita a porsi in una prospettiva progettuale, sintonica e coerente con la richiesta di progetti per utilizzare i fondi del Recovery fund europeo. La transizione digitale, e in particolare lo smartworking, va dosata con attenzione, tenendo presente le diverse tipologie di lavoro, le competenze necessarie e gli impatti sulla vita di imprese e lavoratori.  Accanto ai benefici potrebbero manifestarsi rischiosi effetti collaterali che, per le conoscenze attuali, andranno gestiti.

 

 

 

 

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