«Siamo pacifici. Venite come turisti. Senza paura»

Marocco

«Noi siamo il Paese dei contrasti». Così di sé stessi dicono i marocchini. Dalla bruciante arsura del deserto, «il nostro giardino nascosto», come amano definirlo, alle oasi verdi e lussureggianti. Dalla più incontenibile e totale confusione dei suq al silenzio assordante delle dune. Dall’affastellarsi, come su una tavolozza, dei colori dei manufatti realizzati dai suoi artigiani, al monocromatico ocra della sabbia. Dagli odori nauseabondi delle strette viuzze delle medine, al profumo rassicurante delle rose, con le quali realizzano i più svariati prodotti per la cura della persona e della casa.

 

Ex-colonia, lo si rimane a lungo. «Il nostro è un Paese “di politicanti, come i vostri in Italia”», dicono ridendo i locali. Il sistema, soprattutto quello economico, sembrava decollare. Sembrava, perché «di turisti, qui, se ne vedono sempre meno. Hanno paura. Pensano che qui ci sia l’Isis. Ma noi siamo Musulmani tranquilli», assicurano. Il turismo, infatti, negli ultimi anni, ha aperto all’Europa e all’economia globalizzata. Poi, è arrivata la crisi economica.

 

«Qui non viaggia più nessuno», dicono rattristati. A dare il colpo di grazia, ecco i fatti della vicina Tunisia e le nuove paure connesse al terrorismo e agli attentati. «Vedi quanta polizia c’è per strada? Siamo una delle porte d’Europa per l’Isis. Dobbiamo stare attenti anche per voi». Tutto questo ha fatto crollare il mercato del turismo. Ma non solo. Ha instillato paura tra la gente e ha fatto naufragare la speranza; in particolare quella di una reale emancipazione dal passato coloniale. Una sorta di spirale negativa, quindi, che si è innescata con la crisi europea e che oggi viene alimentata dalla paura dell’Isis, sia da parte dei turisti, che per i loro viaggi scelgono altre mete, sia per gli stessi marocchini che in questa terra ci vivono.

 

Girando per le strade appare chiaro, soprattutto a chi non vede questi luoghi per la prima volta, come stiano tornando indietro. «Almeno di 20 anni», ci dice una manager alberghiera italiana che ha vissuto per anni in Nord Africa. «Sporcizia e povertà stanno tornando ad essere i padroni delle città. L’economia è ai minimi storici. Moltissimi gli alberghi completamente vuoti», continua mogia. E così se prima questo settore attirava, oggi, soprattutto i più giovani, hanno ripreso a vivere “dell’arte di arrangiarsi”. Creano ad esempio oggetti per la casa, tipo quadri e sedie, dai copertoni usati o rotti delle automobili, e li vendono come pezzi di artigianato nei suq.

 

Di tutto questo, però, non se ne parla molto. La paura la fa da padrone, con tutto ciò che ne consegue. Ma, contemporaneamente, resta fortissima e salda la fede. E una idea: «Noi non siamo fanatici». Tra l’altro, inizia proprio in questi giorni il ramadan. La fede tiene la testa sulle spalle e la schiena dritta a tutti. Non importa l’età. Fieri e dignitosi nel loro modo di comportarsi. Pochissimi chiedono l’elemosina. In molti un lavoro non lo hanno. Non fa nulla. Se lo inventano. Nel deserto, dove non c’è pressoché nulla, se non le palme, vendono i datteri e dalle foglie che tagliano creano degli origami, a forma di cammello, per i turisti.

 

Vedi le donne per strada far la spesa. E non capisci come facciano ad avere tutta quella pazienza a trattare per comprare ogni singola cosa. Ma non puoi non provarci: tratti con loro anche tu, e non ne sei capace. Capisci così che la nostra economia e il nostro modo di vedere il mondo è tutt’altro. E non puoi esimerti dal chiedere: «Ma come fate a vivere così e trattare per tutto?». E la risposta: «È un modo per incontrare l’altro. Hai un modo migliore, tu, per conoscere chi ti sta di fronte, che non parlarci per un po’?».

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