Sangue infetto, storie di malasanità

Gli emoderivati contaminati messi in commercio da aziende farmaceutiche internazionali hanno provocato seri danni alla salute tra gli anni Settanta e Novanta in Italia. I difficili percorsi per chiedere giustizia. Una lunga e difficile battaglia legale che mette in evidenza le responsabilità dello Stato 
emoderivati

Giacomo, del Centro Italia, ed Enrico, di un piccolo centro del Sud (nomi di fantasia perché vogliono restare nell'anonimato ndr), sono solo due dei migliaia di emofiliaci italiani che tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta sono stati contagiati da emoderivati infetti. Da ragazzini hanno dovuto affrontare epatite B, C e Hiv. Ora aspettano che il loro debitore paghi almeno in denaro quello che gli ha tolto per sempre: una vita normale.

 

«Scoprirono che avevo l'epatite B nel 1985. La causa? Emoderivati infetti – racconta Giacomo –. Nel '94 a 13 anni diagnosticarono anche quella C. Solo a 17 anni, con le prime fidanzatine, i miei genitori mi dissero tutto. Non uscii più, non frequentai gli amici e venni bocciato anche se ero sempre stato bravo». Oggi Giacomo lavora, ha una famiglia e due bimbi, il virus dell'epatite C si è negativizzato, ma il fegato è danneggiato al 30 per cento.

 

«Grazie ad altri emofiliaci che con me frequentavano un'associazione seppi che potevo chiedere una pensione grazie alla Legge 210 del '92 – racconta Giacomo –. La domanda fu fatta oltre i termini, quindi niente pensione, ma la commissione medica riconobbe il nesso di causalità tra epatite ed emoderivati infetti. Nel 2005 la causa per risarcimento. A oggi nonostante la Pec ministeriale che mi riconosce questo diritto (circa 400 mila euro) lo Stato non paga e non so niente». «Ora sto bene, lavoro, ma il virus silente potrebbe riesplodere. Ai danni fisici dell'emofilia, si sono aggiunti quelli al fegato e quelli psicologici subiti da bambino e poi da adulto con l'incognita del domani», conclude.

 

Enrico, emofiliaco, affetto da epatite C e Hiv, dovrebbe invece ricevere 100 mila euro dallo Stato. «Seppi dell'epatite C e dell'Hiv causati da emoderivati infetti a 18 anni, nel centro per emofiliaci dove ero seguito – racconta Enrico –.  Prima sconforto, poi paura, ansia, infine la decisione di lasciare la scuola». «La mia famiglia mi è vicino, ma non è invadente – spiega Enrico –. Ancora oggi continuo a temere di poter contagiare». Una vita distrutta: relazioni sociali, intime e amorose quasi azzerate e nessun progetto per il futuro. «Non posso fare previsioni nel lungo periodo, non so come potrò stare: una emorragia, febbre, la corsa in ospedale». Enrico oggi è costretto ad accettare i 100 mila euro previsti dal decreto "Salva esclusi" del ministro della Salute Lorenzin, perché non ha fatto causa in tempo. «Con quei soldi creerò un fondo di aiuto personale. Nelle mie condizioni non è una cifra enorme».

 

Esami specialistici, l'emofilia che inizia ad attaccare le articolazioni delle gambe e l'impossibilità di lavorare. Per entrambi la paura che si sappiano le loro malattie e siano considerati “appestati”. «L'epatite e l'Hiv non me le sono cercate – conclude Enrico –, sono colpa dello Stato. Lo stesso che dà solo ai malati gravi l'ultima cura contro l'epatite C. Che senso ha condannare di nuovo chi non sta morendo?».

 

«I miei due assistiti – spiega Mario Melillo, legale dello studio romano Lana – Lagostena Bassi – sono due vite accomunate dalla malattia dell'emofilia, dalla tragedia di essere stati infettati da farmaci "salvavita" che si sono rivelati non sicuri, infine dalla beffa del comportamento dello Stato, responsabile della diffusione di tali virus, che resta indifferente alle richieste di giustizia, e "liquida" con cifre irrisorie». La battaglia legale continua. Ultima azione è il ricorso alla Grande camera contro la sentenza di gennaio della Cedu che condanna il nostro Stato al risarcimento di 100 milioni di euro ai ricorrenti per i tempi troppo lunghi del processo e reputa “giusto” il risarcimento di 100 mila euro del decreto Lorenzin.

 

«Dinanzi a una sentenza insoddisfacente la reazione è l'impugnazione – afferma risoluto AntonGiulio Lana, legale dello studio Lana – Lagostena Bassi –. Una procedura molto complessa che deve essere valutata da un collegio di cinque giudici. Non tutti potrebbero farla, ma cercheremo di forzare la mano, non ci fermiamo dinanzi alla mancanza di giurisprudenza», conclude Lana che, assieme al padre Mario, da poco scomparso, sono gli antesignani dei processi per il sangue infetto.

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