San Leucio, modello dimenticato

Nella località poco distante da Caserta il progetto economico, politico, sociale e urbanistico concepito da re Ferdinando IV di Borbone mutò gli assetti pubblici di una parte d’Europa
San Leucio

«Pensai allora di rendere quella popolazione utile allo Stato e alle famiglie: utile allo Stato, introducendo una manifattura di sete grezze, operando in seguito, in modo da portarla alla migliore perfezione possibile, tale da poter col tempo servire da modello ad altre più grandi; utile alle famiglie, alleviandole dai pesi che ora soffrono e portandole ad una condizione di agiatezza da non poter piangere miseria come finora è accaduto, togliendosi ogni motivo di lusso con l’uguaglianza e semplicità nel vestire»: ovvero la sintesi di un profetico modello di economia civile sostenibile nel tempo, a misura di famiglie. Segni particolari? Essere, in estrema sintesi, un progetto economico, politico, sociale ed urbanistico concepito da re Ferdinando IV di Borbone nella località di San Leucio, enunciato nel Codice delle leggi definito, per l’appunto, “leuciano”.

San Leucio, piccolo borgo poco lontano dal centro di Caserta, sorge alle pendici dell’omonimo colle. Nel XVI secolo gli Acquaviva, principi di Caserta, vi costruirono un castello che chiamarono "Belvedere" per la splendida vista panoramica su Napoli, il Vesuvio e le isole del Golfo. Acquistato da Carlo di Borbone, dal 1759 il Regno passò nelle mani del figlio Ferdinando IV, che lo elesse luogo ideale per immergersi nella quiete della natura e dedicarsi alla caccia lontano dalla pomposa vita di corte. Ingrandito il palazzo e trasformatolo in un centro manifatturiero dedicato alla seta, nel 1789 “la Real Colonia Serica di San Leucio” si munì del suddetto specifico Codice. Non fu solo l’inizio di una fabbrica per una produzione serica d’eccellenza destinata a portare il Regno di Napoli all’avanguardia in un’arte estremamente diffusa nell’Europa del XVIII secolo, ma l’emblema di uno straordinario sforzo di inventiva che consentì di mutare gli assetti pubblici di una parte d’Europa rimasta ai margini rispetto ai grandi movimenti politici, economici e sociali che animavano il resto del continente.

La fabbrica di San Leucio apparve subito essere un riflesso di quella «economia civile» che un illuminato sacerdote ed economista salernitano, Antonio Genovesi, andava sollecitando dalla cattedra di Commercio e Meccanica dell’Università Federico II, quale indirizzo di sviluppo economico non ad esclusivo appannaggio del sovrano, bensì destinato al miglioramento delle condizioni della comunità. Imperniato sulla necessità che il governo conoscesse «clima, terra, indole degli abitanti, peculiarità di ciascuna parte delle sue province», nonché i «mestieri che meglio stiano a’ suoi popoli», il pensiero di Genovesi tracciò un vero programma di topografia sociale cui il disegno di S. Leucio e della sua colonia iniziarono a dare corpo. Riconosciuto oggi come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco, dal ‘92 è sede della facoltà di Scienze politiche della Seconda Università degli Studi di Napoli. All’inizio della sua appassionante storia, San Leucio vide arrivare commesse di seta da tutta l'Europa: tessuti del Vaticano, del Quirinale, dello Studio Ovale, le bandiere di Buckingham Palace e della Casa Bianca ne danno ancora oggi testimonianza.

Su progetto dell'architetto Francesco Collecini, la comunità nota come Real Colonia fu realizzata attingendo anche a norme che sintetizzavano la grande tradizione del lavoro comunitario monastico: ai lavoratori delle seterie erano assegnate case all'interno della colonia, dotate di acqua corrente e servizi igienici e tutt’oggi abitate per la qualità; per i figli l'istruzione era gratuita, beneficiando della prima scuola dell'obbligo d'Italia che iniziava fin da 6 anni e comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l'economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi; al termine della scuola, i figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari ma ridotti rispetto al resto d'Europa. Per contrarre matrimonio uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri; la proprietà privata era tutelata, ma abolite doti e testamenti.

Alle maestranze locali si aggiunsero subito artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi: l’eccellente produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. Le questioni personali erano giudicate dall'Assise degli Anziani che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva, monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia. Diverse opportunità erano offerte anche agli invalidi del lavoro che potevano rimanere in loco dopo l'infortunio: per questi fu progettato un ospizio apposito, la “Casa degli infermi”, non concluso a causa della discesa di Napoleone Bonaparte ma sopravvissuto grazie a donazioni spontanee dei lavoratori diplomati al merito.

Tra i “doveri negativi” del Codice si poteva leggere: «Non si può offendere alcuno nella persona, nella roba, nella riputazione…». Tra i “doveri generali”, che «ognuno deve far bene al suo simile, ancorché sia suo nemico» e che «Il solo merito forma distinzione tra gl’individui di S. Leucio: perfett’uguaglianza nel vestire, assoluto divieto contra del lusso». Quella della “Ferdinandopoli” è una storia vera, fatta di coraggio e competenze, ma soprattutto umanità e visione del futuro. È una storia che non dovremmo scordare e, soprattutto, non smettere di raccontare.

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