Salviamo il servizio civile

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È una possibilità riservata ai soli giovani compresi fra i 18 e i 28 anni; la sfruttano maggiormente le ragazze (sette su dieci); per lo più si tratta di diplomati (il 65 per cento), ma vi aderiscono anche tanti laureati (il 30 per cento). Stiamo parlando del servizio civile nazionale che, a soli otto anni dalla sua istituzione avvenuta nel marzo 2001, sta già combattendo su più fronti una battaglia per la sopravvivenza.

Intanto le disponibilità: in costante crescita dal primo anno (181) al 2006 (45.890), dal 2007 in poi le domande accolte hanno cominciato a diminuire fino a toccare quota 32 mila nel 2008. E poi le risorse: sin dall’inizio inferiori alle attese e per l’anno in corso non si registra alcuna inversione di tendenza. Anzi! Il meno 42 per cento previsto in finanziaria ha gettato nello sconforto quanti hanno a cuore questa che era stata pensata come una grande opportunità di crescita per tanti giovani. Timori anche per quanto riguarda le motivazioni di chi ne fa richiesta: tempo da dedicare agli altri o ammortizzatore sociale almeno per un anno in cambio di un posto lavoro che non c’è? In fondo 430 euro al mese per un giovane che non ha altre possibilità immediate fanno comodo… E il fatto che la metà dei volontari impiegati nel servizio civile vivano nelle regioni meridionali sembrerebbe confermare tale tendenza.

Il quadro risulta più complesso se prestiamo attenzione ad uno studio promosso dall’Ufficio nazionale per il servizio civile in collaborazione con la fondazione Zancan. Secondo tale ricerca, dei 3.244 volontari intervistati all’inizio del proprio servizio, il 76 per cento ha detto di volerlo vivere per fare qualcosa di utile agli altri; il 61 per cento per entrare in contatto con tematiche sociali; il 59 per realizzarsi come persona; il 50 per cento per conoscere i propri punti di forza e il 60 per valutare i propri punti di debolezza. Un dibattito, quello sulle idealità che dovrebbero animare il servizio civile, che è stato aperto fin dal suo nascere, se già nel 2003 ci si interrogava se non fosse opportuno rendere obbligatorio dedicare un anno della propria vita al bene comune. Per le nuove generazioni un tempo di vita da destinare al servizio civile è una proposta che aiuta a guardare lontano, sosteneva Ernesto Galli Della Loggia. La risposta a questi interrogativi si materializza per la scrivente, quando penso ad alcuni giovani che svolgono il servizio civile presso una casa di riposo per anziani nel ragusano: Maria, Benito, Filippo e Teresa. Sin dalla prima volta in cui li ho conosciuti sono rimasta impressionata dalla loro disponibilità, dalla capacità di entrare in relazione, di suscitare un buon rapporto con ciascuno degli anziani ospiti, di farli stare bene, al pari del personale stabilmente impiegato. Gioiosi, creativi, col loro stesso essere dicono che sì, vale la pena spendersi per gli altri. Un’ulteriore conferma mi viene da Elisa di Tivoli che ha svolto il suo servizio all’interno di un progetto di scolarizzazione di minori nomadi rom gestito dalla Polizia municipale di Roma. La pubblicità reclamizza: Il servizio civile ti cambia la vita. È proprio così. A me ha permesso di conoscere e fugare quel luogo comune di chi parla senza sapere, mi racconta. Con una serie di esperienze concrete a contatto con una realtà difficile.

Ma bisogna ammettere che non tutti i progetti risultano formativi, positivi, o lo sono solo in parte. Che passi fare? C’è chi spera che quella del servizio civile non diventi un’esperienza di nicchia, riservata ai poco più degli attuali 30 mila giovani l’anno e sogna che possa essere estesa almeno a 100 mila ragazzi (immaginate che impatto?). Chi propone di ampliare questa possibilità ai giovani stranieri, a quelli affidati alle carceri, ai diversamente abili, come anche di permettere una mobilità territoriale (ma chi li paga i costi in più?). Chi evidenzia altresì che non tutti possono conciliare un impegno settimanale di 30 ore con eventuali studi in corso e ipotizza che sia data anche la possibilità di dedicarvi 20 ore. Salviamo il servizio civile nazionale , recita una petizione che si può firmare sul sito www.firmiamo.it. È un modo per sostenere il manifesto contro i tagli previsti in finanziaria presentato dalla Cnesc (Conferenza nazionale enti servizio civile), Forum terzo settore e Giovani volontari del servizio civile nazionale. Ma, come abbiamo capito, non è solo un problema di risorse economiche.

OCCHI NUOVI E VISIONE ALTA Intervista al neo presidente della Cnesc (Conferenza nazionale enti servizio civile), Davide Drei.

Presidente, è evidente che il servizio civile ha bisogno di un rilancio. Quali le urgenze?

Prima fra tutte una chiarezza fra i ruoli della pubblica amministrazione, in particolare fra Stato e Regioni, che oggi sembrano interpretare due servizi civili diversi o, meglio, una sovrapposizione fra dimensione nazionale e tante dimensioni regionali. In secondo luogo adeguati finanziamenti se vogliamo che sia un’esperienza di una generazione di giovani, non di poche migliaia. Inoltre, sostenere e sviluppare la dimensione del terzo settore che è stato la culla del servizio civile.

Appena eletto ha parlato della necessità di avere occhi nuovi e visione alta. Cosa vuol dire? I

l servizio civile non è nato come un grande progetto nazionale, ma come un’esperienza sostitutiva al servizio militare. Ma da quel no è nato in realtà un grande sì che ha cambiato la vita di molti ragazzi e ragazze. Lo testimoniano le verifiche successive.

Quale l’apporto alla società dei giovani che in questi anno hanno svolto il servizio civile?

In un periodo nel quale non sono molte le occasioni per i giovani di sentirsi parte importante e utile per il proprio Paese, il servizio civile dà quest’opportunità. Un altro aspetto importante sono i contatti intergenerazionali tra giovani poco più che maggiorenni e persone di mezza età o anche anziane.

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