Rischio speculativo sull’Italia

Chi è disposto a compare tra 300 e 400 miliardi di euro all’anno per finanziare il nostro debito pubblico? Segnali preoccupanti dagli operatori finanziari internazionali. La serietà richiesta senza gridare al complotto

L’asilo dei nostri figli era tenuto da un ordine di suore, che fornivano insegnamento, cura, refezione e amministrazione. Un giorno la direttrice riunì i genitori e ci informò che avrebbero progressivamente ridotto il loro impegno, pur continuando a garantire la direzione didattica. Quello che mi colpì fu furono le proteste di un gruppetto (per inciso, non degli squattrinati!), che si sentivano lesi nel loro diritto di continuare ad essere serviti con passione e abnegazione da un personale religioso che non richiedeva stipendi contrattuali e relativi contributi, e per questo pretendevano spiegazioni.

Questo episodio mi è tornato in mente ascoltando gli interventi di alcuni esponenti del governo italiano in tema di debito pubblico. Si è capito che negli ambienti finanziari c’è sempre meno entusiasmo di acquistare e poi tenere in portafoglio il fiume di titoli (tra i 300 e i 400 miliardi di euro all’anno) che lo Stato italiano emette per finanziare il suo gigantesco debito (oltre 2.000 miliardi di euro), e quindi per farlo pretendono rendimenti più elevati. «Ma come sarebbe? Devono comprare, e alle nostre condizioni! Non vogliono farlo? Allora qui c’è un complotto contro il nostro Paese e contro le politiche che intende fare il nostro governo!».

Mi pare di ricordare che la congregazione religiosa di cui sopra volesse spostare il suo impegno verso zone di maggiore disagio sociale, ma qualunque fosse la ragione, la decisione di destinare altrove il loro “dono” era inoppugnabile da parte nostra (potevamo solo ringraziare per il passato). Tornando al debito dello Stato italiano, chi compra i nostri titoli non ci sta certo facendo dei favori, ma pensa che il rischio di non essere rimborsato sia abbastanza piccolo rispetto al rendimento che otterrà se tutto va bene. Ma se poi cambia idea, non importa se sulla base di valutazioni giuste o sbagliate, lo fa a suo pieno diritto. Va detto che gli operatori finanziari non cambiano idea da soli, ma sono influenzati dalle valutazioni e dalle mosse degli altri, e in particolare da alcuni grandi operatori (banche d’investimento, fondi internazionali, ecc.), che possono, in qualche misura, dirigere il gioco.

Se loro iniziano a disfarsi decisamente dei nostri titoli, questo non solo ne farà scendere il prezzo, ma trasmetterà il messaggio che evidentemente prestare all’Italia è più rischioso di quanto si pensasse, allora anche loro venderanno, e quindi il prezzo scenderà ancora di più. A questo punto prestare all’Italia sarà effettivamente più rischioso, perché per finanziarsi lo Stato italiano dovrà pagare interessi più alti, e quindi più alta sarà anche la probabilità che alla fine non riesca a ripagare. Così quei grandi operatori riescono a guadagnarci (chi sa prima degli altri come si muove il mercato fa sempre buoni affari) e potrebbero anche esercitare un certo potere “politico”, peraltro contrastato dagli acquisti della Banca Centrale Europea (che si è finora mossa con molta decisione).

Il punto chiave è che una manovra di speculazione al ribasso di questo tipo può avere successo solo se quel ribasso appare credibile, ragionevole, agli occhi degli altri operatori. Provate ad immaginare che qualcuno ci provasse con i Bund (i titoli della Bundesrepublik Deutschland). Il fallimento dell’operazione sarebbe quasi certo: l’economia tedesca è in crescita sostenuta e il debito pubblico è relativamente basso (attorno al 60% del PIL). Non si può dire lo stesso nel caso italiano (crescita bassa e debito pubblico attorno al 130% del PIL). Insomma, per la speculazione al ribasso siamo una preda ideale.

Nel mondo animale se una possibile preda si mette in vista emettendo sonori segnali, per attirare i partner, i predatori iniziano già a leccarsi i baffi. Molto simile, nel mondo finanziario, è il caso dell’Italia, che già era oggettivamente un Paese a rischio, dal quale sono state sonoramente emesse, per attirare gli elettori, generose promesse di riduzioni fiscali e di aumenti di sussidi e di pensioni, corredate per giunta da sprezzanti sfide alle istituzioni finanziarie internazionali.

Gli operatori nel mercato dei titoli pubblici, affamati predatori o timorosi conigli che siano, hanno già preso nota di ciò, portando il valore dei nostri titoli pubblici di lunga durata a livelli stracciati (quel famoso spread, che ormai è in vista dei 300 punti è l’altra faccia di questa caduta di fiducia, e sta già appesantendo i nostri conti pubblici).

Oggi allora, anziché mettere le mani avanti preannunciando un possibile ulteriore patatrak dei nostri titoli e gridando al complotto, occorre trasmettere chiari segnali che dell’Italia ci si può fidare. Questo lo si fa, non tanto con gli annunci, quanto con la serietà e la credibilità dell’azione del governo. Non è una questione che riguardi le fortune di questo o quel partito. Qui è in ballo la possibilità che il governo, qualunque governo, possa davvero realizzare i suoi migliori progetti per far progredire il Paese, anziché di qui a poco ritrovarsi ancora una volta nell’emergenza, a dover far tirare la cinghia al Paese in tutti i modi che abbiamo già più volte sperimentato.

 

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