«Riporteremo i nostri figli a casa, costi quello che costi»

Sono stati finalmente raggiunti i 12 ragazzi che si sono avventurati, insieme al loro insegnante di calcio, dopo un allenamento, in una grotta di rara bellezza, al Nord del Paese. La gara di solidarietà e i sentimenti di unità nazionale
EPA/PONGMANAT TASIRI

Tham Luang, ovvero una grotta, fino a 10 giorni fa, quasi sconosciuta al mondo intero ma famosa tra i locali di Chiang Rai, una cittadina verso il confine col Myanmar e col Laos.

Tutti sanno del famoso “triangolo d’oro”, da dove proviene gran parte della droga consumata nel mondo intero. Ebbene, Chiang Rai è l’ultima città con una popolazione di circa 70 mila cittadini (anche se, realmente è impossibile conoscerne l’esatta popolazione, essendo una città di confine).

La gita, dopo una partita di calcio, sembra svolgersi come in un film: i ragazzi si inoltrano nella grotta, si perdono e trovano rifugio presso il luogo più famoso nella, “spiaggia di Pattaya”, ovvero un rialzamento del terreno, all’asciutto. Solo che, mentre stanno riprendendo le forze per tornare indietro, arriva l’acqua alta che blocca l’uscita. Devono aspettare, ed intanto il livello dell’acqua si alza. Iniziano le ricerche, che mobilitano letteralmente tutte le forze disponibili del Paese. Ma non bastano: ci vogliono dei sommozzatori inglesi per riuscire ad individuare la spiaggetta, dove si sono rifugiati i bambini, ed anche Vern Unsworth, un olandese che vive nella zona e che conosce molto bene la grotta.

Dopo dieci giorni sono stati individuati, con grande gioia di tutti.

Al momento sono stati portati viveri, ossigeno, mezzi di comunicazione ed anche un team medico che possa aiutare i ragazzi in questo momento difficle. Manca a tutti loro l’effetto benefico della luce del sole: perciò parecchio cibo particolarmente nutriente è stato fornito.

Si tratta ora di una corsa contro il tempo, o meglio contro le pioggie che stanno arrivando, essendo luglio la stagione dei monsoni. Si sta studiando la possibilità di allargare il passaggio sotterraneo di 1,5 metri, che i ragazzi dovrebbero percorrere a nuoto e con l’ausilio di respiratori. Bisogna anche allenarli ad una lunga nuotata, spesso sott’acqua, per poter arrivare ad una altro campo base, a circa 2 km di distanza, sempre sottoterra. Da tutto il mondo sono accorsi i migliori esperti sommozzatori, speleologi e quanti possano aiutare. E tutta la Thailandia, va detto, sta partecipando a quest’operazione in un modo tutto “thai”, come già altre volte è accaduto nella storia del Paese: basti ricordare “la partenza per il ritorno al Cielo” del defunto Rama IX, ovvero Re Bhumibol Adulyadej, dove per un anno intero la popolazione thai ha partecipato con preghiere alla sua commemorazione.

Anche stavolta preghiere, ogni giorno, in ogni luogo, in ogni tempio, chiesa, moschea. Giorni fa ho ricevuto anche io, come tanti altri, l’invito alla preghiera da tutta la comunità cattolica del Paese. Ogni mattina, di fronte alla bandiera thailandese che alle 8 del mattino vieni issata in ogni scuola, bambini, insegnanti e professori pregano, ognuno secondo la sua religione, affinchè i loro 12 compagni della squadra di calcio “wild boar”, il cinghiale selvatico, ce la possano fare a tornare dalla loro famiglie, che li attendono e con cui hanno parlato al telefono.

«Gli eroi, chi è disposto anche a morire, può rimanere all’entrata della grotta: gli altri, per favore, possono tornarsene a casa»: sono le parole, che hanno fatto scalpore, pronunciate da Narongsak Osotthanakorn, il governatore di Chiang Rai, che ha letteralmente preso in mano la situazione e con grande determinazione ha guidato le operazioni di salvataggio, con grande lode da parte delle massime autorità del Paese.

Parole di un certo peso, direi da meditare e che si possono leggere sui giornali locali, in lingua thai. Tornano alla ribalta i valori della preghiera, dell’altruismo, dello spirito di sacrificio, della resistenza anche in una situazione difficile. Ci vorranno settimane? Forse mesi? Nessuno al momento lo sa con precisione. Intanto ci si prepara con la massima fretta, per paura delle pioggie.

L’ Asia è anche questo: la disposizione direi naturale a dare la vita per gli altri, anche a caro prezzo. La Thailandia, ancora una volta ce lo insegna. Le forze speciali, i seal dell’esercito thailandese, hanno fatto la promessa solenne di fronte alla nazione: «Li riporteremo a casa, costi quello che costi».

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