Il rifinanziamento della guardia costiera libica

Votata a grande maggioranza in Parlamento, suscita forti contrasti,  interni alla maggioranza, la decisione di rifinanziare la guardia costiera libica accusata di gravi abusi e violenze a danno delle persone migranti
Guardia costiera libica e campi detenzione Ap

Il voto della Camera a favore del rinnovo del finanziamento della guardia costiera libica rende evidente che in politica sono decisivi i valori, ma si contano i voti. Soprattutto quelli destinati ad incidere sul bilancio pubblico.

Lo ha esplicitato su un altro versante, ad esempio, il presidente del Forum delle associazioni familiari, davanti al voto finale del decreto Rilancio che ha rigettato gli emendamenti «che contenevano misure che avrebbero aiutato le famiglie sotto il profilo economico, organizzativo e dell’equità fiscale e sociale». Per Gigi De Palo, che confida tuttavia nella prossima legge di bilancio, «l’Italia non è un Paese per famiglie».

Si può dire che il nostro Parlamento, nello stesso giorno del 16 luglio, ha ignorato anche i diritti di quelle persone e famiglie di migranti che, nel Mar Mediterraneo, vengono lasciate in balia di quella guardia costiera libica più volte denunciata, assieme al sistema dei campi di detenzione in Libia, dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni come autori di “orrori inimmaginabili”.

Con una maggioranza trasversale, e un pugno di voti contrari (23), la Camera ha approvato il rifinanziamento della guardia costiera di Tripoli in continuità con la strategia seguita dai precedenti governi.

Per tacitare i malumori interni al centro sinistra, la viceministra agli Esteri, la Pd Marina Sereni, vicina storicamente alle organizzazioni umanitarie, ha ribadito l’intenzione del governo di rivedere l’accordo esistente con il governo di Fayez al Sarraj. Cioè il cosiddetto “Memorandum Tripoli” di contrasto dell’immigrazione siglato nel 2017 da Paolo Gentiloni e Marco Minniti.

E, infatti, la ministra degli interni Lamorgese si è recata a Tripoli per definire un nuovo accordo generale su migranti, sicurezza e accesso alle risorse da parte del nostro Paese che, su un altro fronte, sta vendendo navi da guerra all’Egitto, alleato di Haftar, generale libico in lotta contro il governo di coalizione nazionale guidato da Fayez al Sarraj.

La notizia è quasi scomparsa dall’elenco delle agenzie che dettano la rilevanza delle informazioni ripetute e riprese nei diversi media, tranne le solite eccezioni, come Avvenire che titola “Partiti contro i migranti”. Mentre l’organizzazione umanitaria Mediterranea, impegnata nel salvataggio delle persone in mare, afferma senza mezzi termini che «Il Governo italiano e il suo Parlamento sono complici di torturatori, assassini e criminali».

Nel frattempo su giornali e tv del centrodestra, oltre che nei social, si lanciano messaggi inquietanti sui casi dei migranti trovati positivi al Covid 19 e trasferiti dai centri di raccolta agli ospedali militari appositamente predisposti per impedire lo scatenarsi di proteste e scene di panico già emerse in alcune località costiere. Un clima di paura montante che non aiuta a gestire l’emergenza, ma contribuisce a mettere in ombra la tragedia di quelle persone costrette a subire abusi e violenze in Libia.

Paese oggetto di un conflitto fortemente voluto dalla Francia di Sarkozy nel 2011 e ora sconvolto da una guerra senza quartiere finanziata da stati stranieri interessati a spartirsi risorse e zone di influenza. In tale quadro si registra il diretto coinvolgimento del nostro Paese nell’operazione aeronavale Irini promossa dall’Unione europea per garantire l’embargo delle armi in Libia.

Come ha anticipato Luca Gambardella su Il Foglio, da luglio la nave anfibia San Giorgio sarà l’ammiraglia della missione che prevede la dotazione di una «squadra di incursori, un elicottero EH 101, un drone, un aereo da ricognizione marittima P-72A e un aereo Aew (Airborne Early Warning) per la sorveglianza aerea e il supporto delle unità navali». Con basi logistiche ad Augusta, Pantelleria e Sigonella.

Uno schieramento di forze che dovrà vedersela con le navi turche accusate di fornire armi ad una delle parti del conflitto in Libia. È, infatti, recente la notizia di uno scontro seppur non armato, in merito al controllo del materiale trasportato, avvenuto tra navi militari francesi e di Ankara, cioè tra Paesi facenti parte entrambe della Nato.
Sta di fatto che nonostante tale spiegamento di mezzi, come fa notare Il Foglio, persistono seri dubbi sulla reale possibilità di intercettare i traffici aerei e terrestri mentre la missione navale europea Irini non ha come obiettivo prioritario «il tema migranti e tratta degli esseri umani».

A differenza, cioè, dell’operazione Sophia e, prima ancora, di Mare Nostrum. Quel “tema” è affidato, di fatto, alla guardia costiera libica. Una realtà che non può non far emergere grandi contraddizioni. Come afferma l’ex presidente del Pd, Matteo Orfini, finanziare la guardia costiera libica «significa appoggiare chi uccide, stupra, tortura. Farlo dicendo che chiederemo loro di comportarsi bene è solo una gigantesca ipocrisia».

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