(R)Esistiamo

Non vogliamo dimenticare chi ha fatto della cultura e dello spettacolo un lavoro, che sia sopra o sotto un palco, in particolare chi difficilmente potrà rialzarsi da questa crisi, i tecnici

«È arrivato il momento di rendersi conto che la cultura non dà da mangiare. Cambiate lavoro». Questo, in sostanza, è il sunto di un concetto che, soprattutto in questi ultimi mesi, è stato sputato e diffuso come un virus tramite un certo tipo di giornalismo. Perché sì, le parole arrivano da esponenti politici e opinionisti, ma sono i media a fare da megafono, piegando ancor di più la schiena a una categoria che comprende migliaia e migliaia di lavoratori.

Abbiamo parlato a luglio della situazione dei concerti in Italia, abbiamo provato a darci una speranza per non portare nessuno ad abbattersi e mollare qualcosa che, prima di essere un lavoro, per molti è una scelta di vita.

A seguito del Dpcm emanato lo scorso 13 ottobre dal presidente del Consiglio Conte, la quasi totalità delle attività culturali del nostro territorio ha dovuto rivedere le proprie priorità. La chiusura dei locali a mezzanotte ha costretto i gestori a trovare soluzioni alternative cambiando la programmazione degli eventi o, per esempio, riorganizzando la propria offerta. E quindi, via i direttori artistici («Mandiamoli in pensione», cantava Battiato), dentro gli chef. Perché l’imprenditore italiano è così, trova sempre una soluzione per sopravvivere, seppur debole. Il problema è che a rimetterci è soprattutto la manovalanza, il gradino più basso della piramide, lo strato di sudore che c’è dietro ogni spettacolo al quale assistete, che sia una rappresentazione teatrale o un concerto. Perché, seppur l’artista possa, in alcuni casi, riuscire a mantenere una credibilità e, soprattutto, una dignità economica per il proprio sostentamento (nella maggior parte dei casi, è un hobby o un secondo lavoro), il tecnico avrà più difficoltà. E dir loro: «Cambia mestiere» non aiuta, non li rende più consapevoli ma solo più frustrati, più disillusi.

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Sono persone di cui si parla poco, che lottano costantemente per rimanere a galla. Non bisogna dimenticare che la salute del settore della cultura in Italia è minato quotidianamente da un male chiamato evasione fiscale che favorisce l’imprenditore e lascia solo il lavoratore che, per esigenza, è costretto ad accettare un impiego privo di qualsiasi garanzia.

Insomma, chi ha scelto questo mestiere sa bene a cosa va incontro fin dall’inizio, quando entra in un sistema marcio che nessuno riesce a cambiare. Proprio per questo mi sento in dovere di sottolineare quanto importante sia il cuore che c’è dietro una scelta di vita del genere, quella passione che unisce tante persone davanti, sopra o dietro lo stesso palcoscenico. Neanche una pandemia mondiale può essere un motivo valido per giustificare la distruzione del concetto di cultura, non lo possiamo accettare.

La settimana prossima torneremo sulle proposte discografiche più interessanti del momento e non è un caso. Perché lì fuori, in questo istante, c’è qualcuno che sta trovando la rima giusta per il proprio pezzo rap, c’è chi sta imparando un copione a memoria, c’è chi sta passando l’ultimo tratto di verde sulla propria tela.

E quando ci dimentichiamo quanto importante sia la cultura, fermiamoci un attimo a pensare alla bellezza che accarezza la nostra vita, a tutte quelle cose che abbiamo guardato o ascoltato negli anni e che rappresentano la moltitudine di tasselli del mosaico che siamo.

 

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