Redipuglia, Sana’a e Iglesias: tre vie della pace

Sulle tracce di papa Francesco, una lettura sul superamento del concetto di guerra giusta a 100 anni dalla fine del primo conflitto mondiale
Berliner Verlag/AP Images

Il quattro novembre celebriamo i cento anni della vittoria della prima guerra mondiale. Molti convegni, molte frasi e parole nel segno della retorica. Qualche generale ha ecceduto, quasi che la retorica possa essere legittimata da numeri e parole roboanti.

Nel 2014 papa Francesco ha celebrato il centenario dell’inizio di quella guerra, nel silenzio e nella preghiera delle vittime, a Redipuglia. Il Papa sapeva che le vittime sono i veri maestri della pace. Egli ha ripreso l’ispirazione della “inutile strage” di Benedetto XV e dell’ “alienum est a ratione” di papa Giovanni.

In quella occasione, il papa ha parlato della terza guerra mondiale fatta a pezzi, a indicare che il passato tragico spiegava il presente, altrettanto tragico, e si proiettava in un futuro terribile, da riconoscere con grande coraggio, perché ogni guerra è un fallimento: ogni guerra, tutte le guerre.

Le tombe dei soldati sono il segno del fallimento della politica e non l’esaltazione di una vittoria. Quando muore un soldato, muore la politica, sia se avviene sul Piave, piuttosto che a Vittorio Veneto, ieri come oggi, nello Yemen piuttosto che in Siria. Nessun trionfalismo, ma assunzione di responsabilità. I soldati hanno diritto di vivere e non di morire. E quando un soldato muore, la politica muore.

Parlando al Sinodo, papa Francesco così si è espresso: «Oggi c’e la terza guerra mondiale a pezzetti: un pezzetto qua, un pezzetto là, e là e là …. Questa non è una strada: questa è la strada del suicidio dell’umanità. Seminare odio, preparare la terza guerra mondiale, che è in corso a pezzetti. E credo di non esagerare in questo. Mi viene in mente – e questo va detto ai giovani – quella profezia di Einstein: “La quarta guerra mondiale sarà fatta con le pietre e con i bastoni”, perché la terza avrà distrutto tutto. Seminare odio e far crescere l’odio, creare violenza e divisione è un cammino di distruzione, di suicidio, di altre distruzioni».

Il giudizio profetico sulla guerra appare netto e irrevocabile. Se questo è il quadro storico e spirituale, la condanna della guerra e della sua giustificazione appaiono irrevocabili, e il machiavellismo appare il sottoprodotto di una cultura della morte che riproduce e continua il conflitto.

L’odio e il terrore sono la cultura che oggi che si espande in Europa nel mondo. Non funzionano più la ragion di Stato e la ragion di Chiesa. Insieme sono la via del terrore, che seduce molti cuori.

Se le cose stanno così, che senso ha il mercato delle armi, se non quello di moltiplicare le armi e gli interessi, che sono sempre più imponenti: produrre le armi indica la cecità della politica, nella convinzione che uccidere possa essere una soluzione e invece sono semplicemente delle scorciatoie, per alimentare la morte.

Guardare le vittime con gli occhi di Redipuglia, significa dire con forza assoluta che la legge di Dio è la legge del “non uccidere”, la grande parola biblica per fermare ogni conflitto.

C’è un conflitto che troviamo nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Da una parte il padre della menzogna e l’omicida fin dal principio. Ecco il divisore. Questi titoli di Satana rappresentano la definizione del mistero del male nella storia. La verità crocifissa apre la fontana dell’amore che, unica, feconda la pace, il dialogo, la comunione e la riconciliazione.

Ecco gli agnelli che vivono alla sequela del Signore e che si misurano, nel loro discepolato, con i lupi della storia. Essi imparano da Gesù, che è mite e umile di cuore.

Il papa ci dona lo sguardo su Redipuglia e su ogni cimitero di guerra, in ogni luogo della guerra, uno sguardo di sapienza, che narra la follia della guerra. Le vecchie dottrine della guerra giusta in un attimo scompaiono. Non è possibile. Non è possibile continuare con le vecchie formule, che per secoli hanno giustificato l’uccisione del fratello e della sorella.

Papa Giovanni, con la Pacem in terris, ha mostrato una lettura dei segni dei tempi di fronte alla durezza e violenza della storia, a partire dalla parola profetica: «Nella età atomica è irrazionale pensare che la guerra possa risarcire i diritti violati». Una parola definitiva, che cancella timidezze e astuzie .

Abbiamo bisogno di una parola definitiva, se ancora si vendono le armi all’Arabia Saudita che le usa per la guerra in Yemen, si sprecano risorse per acquistare armi costose e senza limiti, se ancora ospitiamo basi militari di altri Paesi, che ospitano armi nucleari capaci di distruggere le nostre ragioni e le nostre città.

Una parola che conforti i cuori e incominci il tempo nuovo.

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