Quando l’amore supera la legge

Una comunità parrocchiale si stringe attorno ad una famiglia di immigrati. La fede e l’amore fanno miracoli. Per costruire un’Europa solidale e fraterna
Immigrati

Erano le 6 del mattino e qualcuno suonò il campanello. Gli agenti dell’agenzia nazionale per il controllo dell’immigrazione volevano portarci via tutti, perché eravamo immigrati illegali.
 
Nel centro di detenzione Ci spaventammo. Né a me, né a mia moglie fu dato il permesso di svegliare i bambini. Gli agenti, uomini e donne, ad alta voce, salirono al piano superiore, trovarono i bambini e li svegliarono. Non ci permisero neppure di salutare i vicini, né di metterci in contatto con la scuola. I vicini, amici veri e buoni, avendo visto quanto era accaduto, riportarono alla scuola degli oggetti che avevamo preso in prestito. Così, non solo la scuola, ma anche il sacerdote della parrocchia venne a conoscenza del fatto. Fu la nostra salvezza e in tanti modi continua ad esserlo ancora oggi.

Gli agenti ci fecero salire su un minibus e ci trasferirono presso un centro di detenzione. Alcuni parrocchiani ci chiamarono e poi vennero a visitarci, portandoci tanto sollievo, perché ci sentivamo lontanissimi dalla nostra casa. La loro visita fu come se Gesù si fosse fatto presente tra noi.
 
In pericolo per la democrazia Forse dovrei dire una parola sulla ragione per cui mi trovo in Europa. Il paese africano da cui provengo soffre per la mancanza di democrazia. Bisogna tener presente che in Africa questa situazione è ben diversa dalla “mancanza di democrazia” che si può sperimentare in Occidente, quando, per esempio, un partito assume legalmente il potere nella nazione e manipola irresponsabilmente la legislazione sfavorendo i più deboli.

Nella mia nazione la carenza di democrazia significa che la vita stessa dei cittadini è in pericolo, particolarmente nel caso in cui si parla contro il governo. Ci sono gruppi armati, più o meno d’accordo con il governo, che terrorizzano i cittadini, li ammazzano e li violentano. La mia famiglia fu identificata tra quelle contrarie alla politica del governo. A seguito di una manifestazione pubblica divenne evidente che dovevamo andarcene per mettere in salvo la nostra vita.

Mia moglie ottenne il visto e il permesso di emigrare insieme con i bambini. Nel frattempo io mi nascondevo, mentre cercavo di sistemare la nostra casa. Poi mi fu dato il permesso di raggiungere legalmente la mia famiglia. Come residenza scegliemmo un ambiente piuttosto amichevole, dove i nostri bambini potessero frequentare la scuola. Riuscimmo anche a trovare un lavoro. Poco a poco mettemmo radici profonde nel quartiere. Nel frattempo il pericolo nel nostro paese stava crescendo, per cui cercavamo di mantenere un profilo pubblico modesto.
 
Per un atto d’amore Un giorno le cose cambiarono drammaticamente, forse per un atto di amore che io avevo fatto, anche se tutto è stato provvidenziale, perché nelle nostre difficoltà abbiamo ricevuto tante grazie. Alcuni amici erano venuti dal mio paese di origine a visitarci. Dopo averci lasciato, uno di loro fu aggredito e, pur avendo un permesso di soggiorno legale, si trovò in difficoltà. Ci contattarono ed io corsi a visitarli. Erano spaventati. Uno dei poliziotti mi chiese di mostrargli i miei documenti. Il mio permesso di soggiorno legale era scaduto. Così fummo obbligati a recarci ripetutamente presso l’ufficio immigrazione in una grande città vicina.

Cominciò per noi una nuova vita, perché non ci fu più dato il permesso di lavorare e fummo costretti a chiedere al parroco di appoggiare la nostra “richiesta di asilo”. Cercavamo di far fronte alle nostre necessità, ma con tante difficoltà. Ci fu assicurato che avrebbero fatto delle indagini sul nostro caso e che nulla sarebbe successo prima di aver ricevuto una comunicazione scritta nella quale avrebbero spiegato la nostra situazione. Non arrivò mai nessuna lettera.

Ci spostarono da un centro di detenzione all’altro. Alcuni erano orribili e soffrimmo molta paura. I parrocchiani ci aiutarono molto con la loro preghiera e con i loro soldi, inviandoci denaro attraverso il cellulare, e vennero a visitarci da luoghi lontanissimi. Assieme a tanti altri immigrati pregavamo Dio. Fu molto interessante sperimentare la forza della fede di tutti noi che ci trovavamo nella stessa avventura: musulmani, hindu, cristiani, buddisti, tutti pregavamo insieme e ci aiutavamo a vicenda.
 
Si parte, e invece no Un giorno avvenne il miracolo. Fummo condotti all’aeroporto per ritornare in Africa. Le guardie rimasero sorprese, perché ci mostravamo gentili e amichevoli, tanto che uno di loro ci lasciò usare il suo cellulare. Eravamo già seduti, con le cinture di sicurezza allacciate, pronti per partire. Intanto i nostri amici della parrocchia pregavano per noi e uno di loro era venuto all’aeroporto per sapere cosa fare con alcuni dei nostri parenti. In quel momento, il cellulare di una delle sei guardie incominciò a suonare. Rispose e ci disse: “Dobbiamo tutti lasciare l’aereo e rimanere qui”. Ancora oggi nessuno di noi sa esattamente come siano andate le cose. Più tardi ci dissero che alcuni della parrocchia, conoscendo la nostra situazione, si erano messi in contatto con un supervisore dell’agenzia nazionale per il controllo degli immigrati.

Un altro miracolo avvenne quando ci divisero dai nostri bambini. Divenni straordinariamente ansioso. Intanto gli amici della parrocchia ci mandarono un fratello gesuita che ci diede qualche aiuto in denaro. Ancora una volta era come se Gesù stesso fosse venuto. A metà giornata chiamai uno dei miei amici cristiani della parrocchia e pregammo insieme. Quella stessa notte ci portarono in un altro posto totalmente sconosciuto, dove però, pur rimanendo separati dai nostri bambini, qualche volta era possibile riunirci tutti insieme.

Passati sei mesi di detenzione, ed era veramente una prigione, a mia moglie fu dato il permesso di ritornare a casa con i bambini. Qualche mese dopo, con molta fatica, anche a me fu concesso di ritornare in famiglia. Gli amici della parrocchia, pagando anche la cauzione, convinsero il giudice a lasciarmi andare. Fino ad ora non siamo più ritornati in un centro di detenzione.
 
Fiducia in Dio In questo paese per un immigrato illegale è ancora contro la legge cercare, trovare e avere un lavoro. Lo stato offre un aiuto monetario solo per i bambini. Noi non avevamo nessuna casa, nessuna possibilità di pagare l’affitto, nessuna entrata sufficiente per le nostre necessità. Le persone della parrocchia, e non solo, pagando tutte le spese, ci hanno dato una casa e una macchina. Viviamo con l’aiuto degli amici e con tante sofferenze. Alcuni dei nostri parenti sono morti ed è stato duro non poter partecipare ai loro funerali. D’altra parte non possiamo nemmeno pensare di andare in Africa, perché non potremmo più ritornare.

Non sappiamo quello che accadrà di noi. Questa situazione ci aiuta a vivere bene il momento presente e a far crescere la nostra fiducia in Dio, proprio come fecero Chiara Lubich e le sue prime compagne. Conoscere il Movimento dei Focolari è stato uno dei doni più grandi che abbiamo ricevuto, perché ci aiuta a conoscere Gesù, a riconoscerlo negli altri e a sperimentare l’amore reciproco che ci insegna il Vangelo.

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