Quando Chiara era Silvietta

Iniziamo la pubblicazione sul sito di una serie di articoli, già usciti sul mensile Città Nuova nell'anno 2019, che ripercorrono la vita e l'opera di Chiara Lubich. In questa puntata: i primi anni della famiglia Lubich.

Ogni “storia” personale parla di Dio in maniera ancor più eloquente di come ne parla il creato, con le sue albe, tramonti, laghi, fiori, pianure, foreste…

Non si può però negare che alcune di queste “storie” siano emblematiche, esemplari o strategiche per la vita di moltissime altre “storie” che saremmo tentati di definire “minori”, anche se Dio solo sa come stanno veramente le cose. Con il sostegno e il conforto dello sguardo sapiente della Chiesa e di un sempre più ampio e diffuso consenso di popolo, possiamo ritenere che la vita di Chiara Lubich, per abbondanza di opere e fecondità di pensiero, abbia una rilevanza particolarmente originale e universale.

Per questo, nel primo centenario della nascita di Chiara, intendiamo far parlare “i fatti” che hanno caratterizzato la sua vita, contestualizzandoli nelle vicende sociali, culturali ed ecclesiali del momento, per cogliervi il “filo d’oro” dell’agire di Dio. Sarà un procedere per tappe fondamentali. Abbiamo perciò individuato alcuni momenti e circostanze più significative e rappresentative del suo cammino in “compagnia” e in ascolto di Dio, le “scoperte” che lo Spirito Santo le ha suggerito, gli incontri con persone che si sono rivelati poi determinanti per la sua vicenda personale e per la sua “opera”, di cui la Provvidenza ha costellato la sua vita.

Un percorso a cui porranno mano più autori, a seconda dell’argomento, strutturato in due parti: una di taglio narrativo, a cui è collegato (seconda parte) un testo particolarmente significativo di Chiara stessa. Ci riserviamo poi la libertà di accompagnare e arricchire eventualmente le due parti con testimonianze o scritti “d’epoca”, i quali possano meglio far assaporare l’esperienza di vita e il messaggio che offriamo ai nostri lettori. (Donato Falmi)

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Il 9 giugno 2001 la Sala del Consiglio provinciale di Trento era gremita in ascolto di Chiara Lubich, venuta a ritirare il premio “Trentino dell’anno”. La fondatrice dei Focolari dichiarò fra l’altro: «È qui che ho imparato: nella mia famiglia, ricca dei valori più veri e soprattutto straordinariamente unita; nelle scuole elementari e magistrali che ho frequentato; nella professione al servizio della gioventù che per pochi anni vi ho svolto. È qui che, sin da piccola, ho imparato come essere una vera cristiana. È qui che lo Spirito Santo s’è degnato di porgermi il dono d’un carisma per dare l’avvio a un movimento universale».

Chiara LubichChiara era nata il 22 gennaio 1920. I genitori Luigi Lubich e Luigia Marinconz, italiani ma nati sudditi dell’Impero austriaco, si erano conosciuti nella tipografia de Il Popolo, l’organo del partito socialista fondato e diretto da Cesare Battisti, dove lui era proto e lei compositrice. Dal loro matrimonio nel 1916 (era in corso il Primo conflitto mondiale, cui papà Luigi prese parte), sarebbero nati in successione Gino, Silvia (nome di battesimo di Chiara), Liliana e Carla. I Lubich abitavano in via Prepositura n. 11 (l’attuale n. 41), al terzo piano di una palazzina proprio di fronte a Santa Maria Maggiore, chiesa che aveva ospitato le Congregazioni generali dell’ultimo periodo del Concilio di Trento (1562-1563), e dove Silvia era stata battezzata.

Nonostante la crisi del dopoguerra, la piccola trascorse i primi anni in serenità e relativo benessere, ora che il papà – dopo la chiusura del giornale – aveva intrapreso una promettente attività commerciale: esportava vini italiani in Germania. I tempi difficili, di vera miseria e fame, sarebbero iniziati nel 1929, col crollo della borsa di Wall Street quando, costretto a chiudere l’azienda, il capofamiglia avrebbe invano cercato un altro lavoro, perché convinto antifascista.

Di tanto in tanto, specie d’estate, i Lubich si concedevano una puntata in “mezza montagna”, e il primo ricordo di Silvia si riferisce proprio a quelle vacanze. Gino descrive lui e Silvietta legatissimi, «eternamente per mano»; non si scambiavano molte parole, però giocavano e scherzavano come fanno di solito i bambini. Iniziava così una profonda intesa.

Dal padre, socialista e idealista, uomo di profonda onestà, Silvia imparò la «coerenza di vita». Dalla madre invece, credente e a differenza del marito frequentatrice della chiesa, ricevette la fede. I Lubich appartenevano ad una parrocchia molto viva, dove grazie all’Azione cattolica cominciava a formarsi – specie nell’ambito femminile – una schiera di laici impegnati, capaci di resistere anche all’indottrinamento fascista.

Silvia poi, la domenica, frequentava le Suore di Maria Bambina, in preparazione alla prima comunione e alla cresima (Pentecoste 1927). A sentir Gino sarebbe stata una delle tante cristiane trentine se non fosse intervenuto «qualcosa d’altro».

E qui si situa un episodio al quale la Lubich ha sempre attribuito «un valore simbolico e quasi l’inizio» di quanto le sarebbe accaduto. Affidata a una religiosa dell’oratorio di via Borsieri, suor Carolina Cappello, il giovedì veniva accompagnata con altre bambine a fare l’adorazione eucaristica nella chiesa del Santissimo. Fissando Gesù Eucaristia nell’ostensorio, gli ripeteva: «Tu che hai creato il sole che dà luce e calore, fa’ penetrare nella mia anima, attraverso gli occhi, la tua luce e il tuo calore»: quel calore dell’Amore di Dio e quella luce del Verbo che sintetizzano la spiritualità dei Focolari.

Più tardi, durante il quarto anno delle elementari, Silvia rischiò di morire per una appendicite degenerata in peritonite. E fu ancora suor Carolina, cui ricorse disperata mamma Luigia, a far pregare la sua comunità per la guarigione della figlia. Che da allora cominciò «a conoscere la presenza del dolore nella vita e la possibilità di sopportarlo per amore».

Com’era Silvia, da bambina? Chiara non amava parlare di sé. Qualcosa, tuttavia, ha raccontato: riferendo il parere dei familiari, si è descritta come «un carattere tranquillo e sereno», «attratta dalle cose di Dio», «piuttosto riflessiva e coscienziosa»: una che non amava le bambole «forse perché erano finte» e neanche le favole perché voleva la «verità», e comunque non esente dai «difettucci» tipici dei bambini.

Una bambina, in definitiva, come tante. Studiosa, obbediente e pronta a prodigarsi per i suoi, questo sì! «Che Chiara fosse speciale – osserva Gino – ce l’avrebbero detto in seguito gli altri. Non c’eravamo accorti né delle qualità intellettuali che aveva, né tantomeno di quelle spirituali».

Erano sfuggiti, ai Lubich, altri momenti forti della sua spiritualità di adolescente: quel sì alla “chiamata al martirio” verso i 15 anni e un paio di anni dopo, il giorno della festa di san Tommaso d’Aquino, l’ispirazione a farsi santa; e ancora, il coraggio con cui più volte seppe testimoniare la sua fede cristiana di fronte ad affermazioni del professore di filosofia contrarie alla Chiesa. Ma all’epoca Chiara era ancora Silvia.

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Gino LubichFratello e sorella

Roma, 21 gennaio 1955

Carissimo Gino,

Buon Compleanno! Vado ora alla S. Messa e alla S. Comunione. La farò per te: Credo sia il miglior regalo che possa farti. Chiederò al mio Signore quanto più ti sta a cuore: che Sergetto [figlio di Gino] cresca nel Suo Nome e nella Sua Benedizione; che a Brunetta [moglie di Gino] tutto vada bene; che i tuoi studi ti diano soddisfazione; che papà e mamma e quant’altri ami, abbiano ciò che loro puoi desiderare; che a te dia la Fede, una Fede ferma, sicura, ardente, provata dalla sofferenza, dalle gioie… Fede che coroni la tua vita e dia ad essa valore, quel valore che non ha senza di essa. Hai un cuore d’oro, un’anima grande… che Dio non t’abbandoni! ma ti converta a Sé. I grandi, quelli che lasciano un’orma nel mondo, sconfinano in Cristo, in genere. Questo il mio augurio, che non può essere diverso, vero Gino? […] Ciao Ginetto. Chiara

22 gennaio 1920 – 22 gennaio 1955

Cara sorellina,

che devo augurarti io dopo tutti gli auguri belli che tu m’hai fatto ieri? Che tutti i tuoi desideri siano presto realizzati? Sì, penso che sia proprio questo l’augurio migliore che io possa farti. Ciao, sorellina. Gino

 

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