Qualcosa cambia per i rohingya?

La visita del papa del novembre scorso ha prodotto effetti concreti per i 655 mila profughi che si trovano in Bangladesh? Gli ultimi inaspettati sviluppi lasciano sperare di sì. Pubblichiamo la prima parte di un approfondimento sulla storia politica degli ultimi decenni in Myanmar del nostro corrispondente
L’odissea dei Rohingya

Nel 1962 il generale Ne Win prese il potere in Birmania (l’attuale Myanmar) con la forza delle armi, trasformando ben presto il primo esportatore di riso in Asia ed una promettente “tigre economica”, in uno dei Paesi più poveri del pianeta. Nel 1988 gli studenti dell’Istituto di Tecnologia di Rangoon (l’attuale Yangon) iniziarono una protesta contro il modo con cui la polizia aveva sedato una discussione tra studenti. Era il marzo del 1988. Nel mese di agosto dello stesso anno, tutta la Birmania era scesa per le strade e nelle pagode per protestare contro il brutale regime mono-partito. La Birmania conosceva in quei giorni la sua prima vera rivoluzione contro un regime brutale, che aveva già portato morte e povertà in una terra fertile e ricca di risorse naturali. Si ricorda quella rivoluzione con una sigla: 8888 (fu scelto il giorno 8 Agosto 1988 in quanto l’8 è un numero dalla forma infinita nella cultura asiatica): una rivoluzione che fu stroncata con l’uso della violenza da parte di Ne Win e dal suo sostituto, Sein Lwin, anche chiamato dal popolo il “macellaio di Rangoon”.

Aung San Suu Kyi, in quei giorni in visita da Oxford alla mamma sofferente, prese le redine della protesta: era il 26 agosto 1988 e di fronte alla spianata della più famosa pagoda d’oro della Birmania, la Swedagon, parlò a circa 500 mila manifestanti. Il movimento di protesta spontaneo si trasformò in un vero e proprio movimento politico. Mi trovavo in quei giorni a Bangkok e potevo seguire gli eventi attraverso le poche notizie che arrivavano e dagli amici, quelli che erano riusciti a venir via “interi”, che poterono passare il confine e stabilirsi nel nord della Thailandia, a Chiang Mai, Mae Hong Son e nelle foreste adiacenti a Mae Sot.

Erano tutti giovani studenti delle università. Molti non riuscirono ad arrivare vivi in Thailandia e morirono di stenti nel tragitto, tra le montagne, tra le mine e la corsa contro i militari che sparavano dagli elicotteri. Non si è mai saputo quanti realmente furono trucidati. Le cifre ufficiali parlarono solo di 350. Un numero irrisorio in confronto alla realtà. Gli studenti parlavano di decine di migliaia di trucidati e bruciati vivi nei forni crematori dei templi. Gli ordini arrivati dello stesso generale Ne Win ai suoi uomini erano chiari: «Non sparate in alto». E gli studenti che riuscirono a scappare e raggiungere Chiang Mai poterono raccontare di come gli ufficiali del Tatmadaw (Forze armate birmane) urlavano alle truppe che attaccavano i manifestanti: «Uccidete, uccideteli tutti».

Dal 1948 il Tatmadaw ha combattuto molti dei 135 gruppi etnici presenti sul suolo birmano o del Myanmar come si chiama ora.  Sono stati 70 anni di guerra civile terribile. Le popolazioni kachin, karen, wa – solo per citarne alcune – hanno combattuto e combattono tutt’oggi il governo di Naypyidaw. Una lotta impari, naturalmente, con gravi perdite soprattutto da parte di questi piccoli eserciti dei gruppi etnici, agguerriti sì, ma nettamente inferiori come mezzi e uomini. Ma chi ne ha fatto e fa le spese sono i civili inermi, tanti bambini e donne. Lo stupro sistematico delle donne è uno dei mezzi ancor oggi utilizzati per incutere terrore e distruggere l’avversario.

(la seconda parte dell’articolo si può leggere qui)

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