Prostituzione, il modello nordico e i suoi oppositori

Andare oltre il senso di impotenza e rassegnazione davanti alla plateale violazione della dignità umana. Seconda parte dell’intervista all’avvocato Laila Simoncelli, dell'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23)

Il fenomeno della prostituzione e della tratta di esseri umani è fin troppo eclatante per essere ignorato. Nella prima parte dell’intervista all’avvocato Laila Simoncelli dell’Associazione comunità papa Giovanni XXIII (Apg23) abbiamo messo in evidenza la presenza prevalente e trasversale delle mafie e l’inerzia che si registra in Italia quando si tratta di discutere e applicare la risoluzione Honeyball della commissione per la parità di genere europea, che invita ad adottare il modello scandinavo che punisce il cosiddetto cliente come utilizzatore finale di una filiera di sfruttamento da stroncare alle radici. Di contro avanza il modello tedesco che punta a legalizzare la prostituzione trovando sostegno in alcuni progetti di legge come quello della Lega. Soluzione peggiore del male secondo l’opinione della Simoncelli che come Apg23 sulla strada ci va davvero, sull’esempio di don Oreste Benzi, per salvare dal degrado e dall’umiliazione tante donne destinate altrimenti ad essere inghiottite in un meccanismo infernale.  Continuiamo la nostra intervista.

Oltre alla suggestione del modello tedesco, anche un recente sondaggio al festival dell’economia di Trento ha riscontrato il favore della maggioranza degli intervistati per la gestione legalizzata della prostituzione. Non sono indicazioni di un senso comune diffuso nella società italiana?

La legalizzazione della prostituzione è una posizione retrogada, un passo indietro di civiltà in aperta violazione dei diritti umani e una ferita inferta alla parità di genere. La Convenzione Onu del 2 dicembre 1949, afferma nel suo preambolo che «la prostituzione e il male che l’accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della prostituzione, sono incompatibili con la dignità e il valore della persona umana» e negli articoli successivi gli Stati che l’hanno sottoscritta si obbligano a vietare e impedire l’apertura di case di prostituzione e a non permettere che chiunque ne apra.

La domanda che mi pongo piuttosto è come mai ancora esistono i cosiddetti “Stati pappone”? Il modello culturale che si vorrebbe risdoganare in Italia con la legalizzazione, è quello di  un’immagine della sessualità, e delle donna in particolare, vista solo come carne venduta e comperata, mercificabile. Si legalizzerebbe la “donna oggetto”. Dove esistono forme di legalizzazione della prostituzione, le analisi e le statistiche ci dicono che sono modelli fallimentari. Si occulta la tratta rendendo più difficile il contrasto alla criminalità e si fa aumentare a dismisura il mercato del sesso con orribili picchi di pedopronografia. È la domanda che fa il mercato, che dà impulso alla tratta e allo sfruttamento. È la domanda che alimenta la schiavitù.

Non esistono anche le “sexworkers”, sostenute da certa cultura, che dichiarano di fare un mestiere come un altro?

Non è pensabile parlare di lavoro o “sexworkers”, “nessuna donna nasce prostituta, c’è sempre qualcuno che la fa diventare”. Il sesso libero infatti esiste solo nella reciprocità del desiderio, mentre la prostituzione è soltanto una compensazione per un abuso sessuale che si è costrette a subire per sopravvivere. Andare con una prostituta è una “libertà” esercitata nei confronti di una persona che non è libera e non ha scelta: soggetti deboli, a volte poco più che adolescenti, privati dei documenti, sradicati dal loro Paese, non in grado di difendersi e di reagire; donne vendute, costrette con la forza o “esportate” con l’inganno.

Perché sostenete il modello scandinavo che penalizza il cosiddetto “utente finale”?

Nel dibattito pubblico si è soliti porre molta attenzione sui trafficanti, che costituiscono la parte dell’“offerta”, e si dice poco sui “consumatori”, che costituiscono la parte della “domanda”; chi usa le donne sfruttate, spesso sapendo che sono schiavizzate e minorenni, condivide personalmente la responsabilità dell’impatto distruttivo del suo comportamento su altri esseri umani e dei valori morali e giuridici violati. In Svezia, dove si è adottato il cosiddetto modello nordico che sanziona il cliente/sfruttatore, il numero di persone che si prostituiscono è diminuito del 65% in seguito all’applicazione della legge, e in Norvegia, altro Stato che lo ha adottato, del 60%. La legge ha anche modificato l’opinione pubblica in brevissimo tempo: prima era a favore della criminalizzazione del cliente il 30% della popolazione, oggi il 70%.

Chi e come ostacola l’applicazione del modello scandinavo?

Il commercio sessuale è un’industria multi-miliardaria e la tratta a scopo sessuale genera profitti incommensurabili alle mafie transnazionali e nazionali. Chi trae profitto dalla mercificazione del corpo umano è ovvio che cercherà in tutti i modi di mantenere il mercato, così come tutti i cittadini italiani che predano e consumano abitualmente dei corpi delle donne e che sono presenti in ogni contesto sociale, i clienti/sfruttatori, difficilmente sono disposti ad accettare il cosiddetto modello nordico. Ogni Stato, come ha sollecitato il Parlamento europeo, può applicare il modello nordico, ma per adottarlo serve una legislazione nazionale; in Italia abbiamo già dei disegni di legge depositati in Parlamento che vanno in questa direzione. Occorre una scelta politica e di civiltà, una scelta “giusta” e uomini e donne “giusti”.

Per leggere la prima parte dell’intervista clicca qui

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