Prodi: il dialogo antidoto alle radicalizzazioni

L'ex presidente della Commissione europea ha partecipato al forum della fondazione Anna Lindh per rilanciare il dialogo nella regione euromediterranea. Presentato il Rapporto sui trend interculturali: gli italiani continuano a credere fermamente nei rapporti tra le differenti culture e ritengono la diversità fonte di prosperità per l’intera società.

«L’unico antidoto alla radicalizzazione è parlarsi tranquillamente. È lavorare assieme». Parola di Romano Prodi, già presidente della Commissione europea, che parla dei possibili progetti per favorire il dialogo vero e fattivo tra i popoli del Mediterraneo. «Cosa c’è di meglio – afferma l’ex presidente del Consiglio italiano– di un’università, ad esempio, con studenti e professori misti, del Nord e del Sud? Un’altra proposta era una banca del Mediterraneo» che fosse davvero tale, «con consiglieri di amministrazione, anche in quel caso, metà del Nord e metà del Sud».

Quando Prodi presentò la sua proposta, «la risposta dei Paesi europei allora fu: “Ma abbiamo già la Bei che lavora bene nel Mediterraneo”. È verissimo, ma – continua l’ex premier – si chiama Banca “europea” degli investimenti. È importantissima, fa del bene, ma non è la stessa cosa. Dobbiamo cambiare la marcia e ricostruire i rapporti. C’erano più rapporti cent’anni fa tra Sicilia e Africa che oggi e la gente non capisce che l’anomalia è oggi, non il passato. Allora, almeno ricostruiamo il passato. Almeno questo!».

Prodi ha parlato con i giornalisti a margine del forum organizzato per rilanciare il dialogo interculturale tra le diverse sponde del Mediterraneo. Un incontro promosso dalla fondazione dedicata ad Anna Lindh, politica svedese uccisa nel 2003. Nel corso del convegno, la presidente dell’organizzazione (ed ex ministro francese per gli Affari Europei), Elisabeth Guigou, ha spiegato che: «Se non saremo in grado di investire nella cultura, correremo il pericolo di venire risucchiati in un vortice globale in cui le culture saranno ostaggio degli estremismi più retrogradi e criminali». Se, invece, «tutti insieme ci uniamo per affrontare questa sfida, tra 25 anni – ha aggiunto – i popoli di entrambe le sponde del Mediterraneo costituiranno una comunità umana ed economica unita dal comune destino e in grado di lasciare un segno duraturo nella storia. La globalizzazione non porterà più, quindi, emarginazione né potranno generarsi frustrazione e perdita di identità».

presentazione-del-rapporto-sui-trend-interculturali-della-fondazione-anna-lindh-a-palazzo-giustinianiLa fondazione Anna Lindh, ha spiegato Prodi, non guarda a tutta l’Africa, ma si concentra sui popoli che si affacciano sul Mediterraneo, che era «un mare di pace più in passato che adesso, anche come rapporti umani: 30mila italiani vivevano ad Alessandria, c’erano tante relazioni». Poi ci sono state le due guerre mondiali e le tensioni successive hanno incrinato i legami reciproci.

«Bisogna ricostruire i rapporti. La fondazione Anna Lindh, ricordando la statista svedese brutalmente assassinata, ha lanciato un processo di riconciliazione nel Mediterraneo. Adesso – sottolinea Prodi – bisogna riprenderlo ancora più forte, perché non abbiamo fatto dei grandi passi in avanti, anzi: si è tutto rispaccato di nuovo. La riunione di oggi vuole essere un rilancio di una amicizia».

Dalle parole ai fatti, Prodi pensa di riprendere delle proposte che si erano fermate quando era presidente della Commissione europea, come ad esempio le università miste nel Mediterraneo. «Pensate: una università che sia, per esempio, a Napoli e a Tripoli, con metà dei professori e degli studenti del Sud e del Nord e due anni obbligatori di lezioni al Sud e due al Nord. Per non toccare problemi che possono essere controversi, possiamo cominciare da facoltà tecniche e non da quelle che possono sollevare tensioni. Abbiamo bisogno di un rinnovamento di questo tipo, che non è direttamente politica, ma è molto più importante che non la politica. Queste sono secondo me le linee che la fondazione deve, in qualche modo, portare avanti».

L’importante, per l’ex presidente della Commissione europea, è che ci sia un livello di parità tra i Paesi coinvolti. Il progetto, all’epoca della sua presentazione all’Unione europea, «fu bocciato per motivi economico-finanziari, ma non costa nulla in confronto a quelle che sono le spese per farsi del male. Proprio non costa nulla. Io mi chiedo – aggiunge Prodi – se ci fossero state istituzioni di questo tipo, se gli anni trascorsi sarebbero stati meno turbolenti. Secondo me, sì».

Nel corso del Forum, a cui hanno preso parte, tra gli altri, anche Assaim Benaissa e Sophie Schriever, ambasciatori di “Young Mediterranean Voices Plus“, è stato presentato anche il terzo Rapporto sui trend interculturali e sui cambiamenti sociali nella regione euromediterranea.

Lo studio è stato condotto in 8 Paesi europei (Austria, Croazia, Finlandia, Francia, Italia, Polonia, Portogallo e Olanda) e in 5 del Mediterraneo del Sud e dell’Est (Algeria, Israele, Giordania, Palestina e Tunisia), con mille interviste realizzate in ciascuno Stato.

Un combattente del Daesh
Un combattente del Daesh

«La ricerca conferma la direzione del lavoro fin qui condotto assieme alla Anna Lindh Foundation, che punta a investire in maniera decisa su educazione e apprendimento interculturale e a promuovere il dialogo condotto da giovani e scambi virtuali – ha dichiarato Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza -. Il Report ci dimostra quanto sia opportuno intraprendere questo genere di iniziative, in grado di coinvolgere un numero sempre maggiore di giovani da diversi Paesi e di culture differenti, ma allo stesso tempo, governi e organizzazioni».

Nel nostro Paese è emerso che guardiamo all’area del Mediterraneo come fonte di instabilità a causa della questione migratoria. Gli italiani, però, continuano a credere fermamente nei rapporti interculturali e ritengono che tra i valori più importanti da comunicare ai propri figli ci sia il rispetto per le altre culture. La maggioranza dei nostri concittadini pensa inoltre che le minoranze religiose e culturali debbano godere degli stessi diritti del resto della popolazione e vedono la diversità fonte di prosperità per l’intera società.

In generale, 2 italiani su 3 credono nei valori dell’intercultura e nella convivenza e il 64% degli intervistati – rispetto alla media europea del 44% – considerano l’istruzione e le iniziative gestite dai giovani metodi efficaci per prevenire e combattere la radicalizzazione. Inoltre, in tutti i Paesi dello studio, si ritiene che le giovani generazioni debbano essere ascoltate di più e che sia urgente una loro partecipazione attiva alla vita sociale.

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