Poesia dei settantenni

La storia del nuovo film di Gianni Di Gregorio, Lontano lontano, ruota attorno a tre arzilli vecchietti che decidono di rifarsi una vita all’estero, per poter vivere più dignitosamente con le loro magre pensioni e alla preparazione del viaggio che li condurrà verso un nuovo inizio.

È leggero, ironico e malinconico. Ma non rassegnato. È il film sul trio dei settantenni romani, anzi trasteverini in Lontano Lontano, scritto diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio. Lui è un  professore di latino e greco in pensione, che si fa il suo calice di vino ogni giorno al bar, incontra un suo studente che però non ricorda nulla di latino («la scuola è cambiata!») e tenta di agganciare una matura e piacente signora. L’altro è Giorgetto, pensione minima, sfaticato, un fratello fruttivendolo, incavolato con la vita. L’ultimo è Attilio, casa in periferia, nessuna pensione, un cane, una figlia che lo ama ma gli sta lontano, e trasporta mobili antichi. Tre pensionati che si trovano, si burlano, discutono. Una vita senza prospettive, i giorni sempre uguali, la paura delle malattie, i rimpianti del passato, i sogni mai realizzati. Perché non andarsene via, magari alle Azzorre e iniziare una vita nuova? Si mettono d’accordo, ci vogliono i soldi, li trovano. Ma il Lontano lontano non è facile da realizzare. Ci sono affetti, nostalgie e un imprevisto che porta da un’altra parte.

Questo in sintesi il film diretto con garbo e finta nonchalance ma ben costruito con un bravissimo Giorgio Colangeli e un indimenticabile Ennio Fantastichini. In più, oltre a Roberto Herlitzka, il giovane Salih Saadin Khalid che interpreta il ragazzo del Mali che diventa amico del burbero Giorgetto e di Attilio.

Si potrebbe dire che il film sia romanocentrico, al solito, ed è vero. Roma, quella trasteverina, appare  fotografata con amore, senza turisti e sporcizia, sempre bella, un piccolo mondo antico che sta finendo o è già finito. Ma c’è di più. Il film con un’aria sorniona, lieve, si allarga ad un discorso più vasto, quello della senilità con le manie, le paure per la salute, le abitudini e l’idea del tempo che passa. Ma la tristezza si trasforma in vitalità appena si muove la corda del cuore, si accettano gli anni che ci sono, le gioie semplici dell’amicizia e le sorprese che non mancano.  La sua morale il film ce l’ha, la racconta come una favola, ma vera, con tipi umani che da trasteverini diventano universali. È poesia, la poesia vera della senilità che non si ripiega su sé stessa ma ama ancora la vita e i giovani ed è alla fin fine benevola verso tutti.

 

 

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