Il Perù sceglie di cambiare

A due settimane dal ballottaggio per scegliere il nuovo presidente del Perù, il “Jurado Nacional de Elecciones” (Jne) non ha ancora proclamato il vincitore  
(AP Photo/Guadalupe Pardo)

Perù. Al 100% dei voti contabilizzati, c’è un “pareggio tecnico”, con poco più di 40 mila voti di differenza a favore di Pedro Castillo (Perù Libre) su Keiko Fujimori (Fuerza Popular). Nonostante le più di mille richieste di nullità presentate dai due partiti, sembra difficile che il risultato possa cambiare. I sostenitori di Castillo hanno già iniziato a festeggiare.

Ma come si è arrivati al ballottaggio con una polarizzazione così estrema, con due candidati che hanno visioni e programmi di governo diametralmente opposti? Come mai il Perù si è spaccato in due, scegliendo l’uno e respingendo l’altro? Keiko Fujimori, la candidata di Fuerza Popular figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori (in carcere per corruzione), si presentava per la terza volta, avendo perso già due elezioni ma arrivando sempre al ballottaggio. I suoi voti sarebbero stati probabilmente di meno se  l’oppositore fosse stato un candidato “centrista”.

Perché la metà dei peruviani è spaventata da un piccolo maestro rurale di 51 anni, alto 1,65 m., sposato e padre di 2 figli, di umili origini, nato a Chota (48 mila abitanti), una cittadina delle Ande del nord del Perù (2.400 m di altitudine), che si presenta a cavallo, con un grande cappello e un’enorme matita impugnata come fosse una spada?

Occorre premettere che la gente comune non sopporta più l’elevato grado di corruzione non solo politica, che pervade il Paese; basterebbe, come esempio, ricordare che gli ultimi 5 presidenti sono stati condannati o si trovano sotto processo per atti di corruzione. Nelle ultime decadi e, nonostante la crescita  economica del Perù ad una media superiore al resto dei paesi della regione, i governi di turno hanno fatto molto poco per ridurre il divario tra i pochi ricchi e i molti poveri. A questa situazione endemica, bisogna aggiungere l’imprudente gesto di destituire il presidente Martín Vizcarra, a novembre scorso (sempre per presunta corruzione), in piena pandemia, quando il Paese aveva bisogno di un governo forte che si prendesse cura della salute e delle necessità  dei cittadini.

Dopo un tentato “golpe parlamentare” che, alla fine, ha dovuto fare un passo indietro per la reazione della gente che è uscita in strada per difendere la democrazia, si è costituito un governo di transizione che ha governato durante gli ultimi mesi e che consegnerà il potere al nuovo presidente eletto.

Gli effetti della pandemia sono stati devastanti (una media di 400 morti al giorno, per un totale di 187 mila vittime), con un debole sistema sanitario, che è collassato, e con effetti molto gravi su un’economia informale al 75%. Sono molti i peruviani che devono lottare ogni giorno per procurare il cibo ai propri figli.

Un altro grave fatto è stato, a mio avviso, la frammentazione del voto al primo turno, con la presentazione di 18 candidati (ambizione personale?), diversi dei quali non hanno raggiunto la soglia del 2% di consensi. Il risultato era prevedibile: hanno prevalso gli estremi, il candidato della sinistra con appena il 19% e la candidata di destra con il 14%. Questi sono i voti con i quali, uno dei due arriverà alla presidenza del Paese. I voti che si sono aggiunti nel ballottaggio, si possono leggere infatti più come un rifiuto del candidato non votato che come simpatia verso quello votato.

Ma riprendiamo la domanda: Perché un piccolo maestro rurale a cavallo e con un grande cappello, spaventa così tanto la metà dei peruviani?

Pedro Castillo Terrones, in realtà, voleva fondare un partito politico di insegnanti, come lui, ma la pandemia non gli ha permesso di raccogliere le più di mille firme necessarie per costituirlo. Allora ha cercato e trovato in “Perù Libre” la piattaforma per lanciarsi come candidato presidenziale. Ma Castillo si è servito di “Perù Libre” o questo partito si è servito di lui, un candidato sconosciuto e lontano dalla politica tradizionale, per competere alle elezioni?

“Perù Libre” si auto definisce come un partito “marxista-leninista-mariateguista”. Vladimir Cerrón, il suo presidente, è un neurochirurgo che si è formato a Cuba. È condannato a 4 anni di prigione, per corruzione, con sentenza sospesa. Condanna che gli ha impedito per candidarsi alla presidenza. È questa piattaforma politica presieduta da Cerrón, sulla quale si appoggia Pedro Castillo, che spaventa la metà dell’elettorato del paese andino.

La Chiesa Cattolica peruviana, attraverso la Conferenza episcopale, ha allertato i fedeli circa l’incompatibilità della fede cristiana (che cerca l’unità del genere umano) con la dottrina comunista, basata sulla lotta di classe.

Se Vladimir Cerrón risveglia i fantasmi del terrorismo degli anni ’80, quello di “Sendero Luminoso” e di “Túpac Amaru”, che ha provocato quasi 70 mila vittime (in grande maggioranza umili contadini), Keiko Fujimori risuscita i ricordi della cruenta dittatura di suo padre (1992-2000).

Per completare il quadro, bisognerebbe aggiungere alcune dichiarazioni di Pedro Castillo che hanno generato timori in tanta gente e nei mercati, come l’annuncio di una nuova Costituzione e il forte ruolo che attribuirebbe allo Stato. In particolare, per ciò che riguarda la nazionalizzazione delle risorse naturali (rame e gas), la chiusura delle importazioni a difesa della produzione nazionale, il controllo delle grandi imprese e degli investimenti esteri, il rifiuto di saldare il debito estero e la limitazione del turismo estero.

Ma al di là degli annunci da campagna elettorale, chi alla fine sarà nominato come presidente del Perù il prossimo 28 luglio, nel contesto delle celebrazioni del Bicentenario dell’Indipendenza del Paese, sarà un presidente eletto da metà dei peruviani, e non eletto dall’altra metà. Avrà davanti a sé la grande sfida di riuscire ad essere il presidente di tutti gli abitanti di questo bel paese. È l’augurio che faccio, come straniero che ama questa terra che mi accoglie. Per il bene del Perù.

 

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