Il pericolo di un debito pubblico crescente

Un esempio dalla vita reale per capire l'attenzione al nostro deficit di bilancio da parte delle istituzioni europee. Il danno che l’Italia può farsi da sola con atteggiamenti e proclami controproducenti
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

“Quello che dobbiamo dare da mangiare alle vacche non ce lo devono dire i signori del Consorzio. Abbiamo tonnellate di carrube nei silos. Ignoreremo il tetto del 3 per cento!

Questa affermazione dell’ipotetico allevatore Rossi è immaginaria. Invece la regola che i mangimi non debbano contenere più del 3% di quel dolciastro legume è del tutto reale e fa parte delle norme di qualità di un prestigioso formaggio nazionale che tutti grattugiamo.

Perché il Consorzio vada a ficcare il naso nella dieta adottata dalla stalla Rossi è facilmente intuibile: se il sapore del latte ne risente, qui c’è un danno per la reputazione del marchio, e quindi per tutti gli altri produttori associati.

L’analogia con le regole del Trattato di Maastricht non è perfetta, ma è sufficientemente stretta da lasciar intuire perché i nostri partner europei e gli organismi dell’Unione vogliano “ficcare il naso” su quanto grande (anzi, piccolo) debba essere il nostro deficit pubblico. I paesi aderenti condividono un’unica moneta e i loro sistemi finanziari sono strettamente integrati, e quindi ciascuno di essi che risente di quanto accade negli altri; inoltre hanno creato dei meccanismi di sostegno reciproco in caso di crisi. Così un paese che tiri troppo la corda dell’indebitamento scarica sugli altri dei costi o quantomeno dei rischi.

Ma allora in questo modo i nostri interessi e quelli del resto dell’Europa sono, almeno nell’immediato, in netto conflitto? No.

Torniamo per un attimo al formaggio. Se il consumatore riuscisse facilmente a distinguere quello prodotto da Rossi, questi avrebbe un evidente interesse a non risparmiare sulla qualità del prodotto che poi deve convincere i consumatori ad acquistare.

Anche i Paesi europei sono dei venditori, di “titoli” del debito pubblico, ossia di impegni a restituire un certo ammontare alla scadenza e di pagare anche gli interessi.

E i titoli italiani sono del tutto riconoscibili rispetto a quelli  francesi o portoghesi, quindi dovremmo essere noi stessi i primi a voler tener alta la loro “qualità” –  cioè il grado di certezza che l’impegno sarà mantenuto – in modo da poterli vendere a prezzo pieno, e non a prezzi stracciati, come invece oggi avviene (si tenga presente che dover vendere a prezzo più basso titoli che prevedono certi interessi è la stessa cosa che dover promettere interessi più alti per farsi prestare una certa somma).

Insomma, dovremmo essere noi italiani a dire a noi stessi: “Altro che 3% del PIL (oltre 50 miliardi)! Altro che 2% (circa 35 miliardi)! Facciamo meno deficit possibile, perché ogni miliardo di deficit in più poi ci costerà maledettamente caro”. Infatti, più grande è la montagna di titoli da ripagare, minore è la certezza che davvero li ripagheremo, e quindi maggiori sono gli interessi da pagare su ognuno dei 2000 miliardi di debito che già abbiamo sulle spalle.

Ma quindi in tutto ciò, l’Europa può fare solo il controllore? No, non solo.

Come molte voci chiedono, l’Unione potrebbe fare di più. Riconoscendo che le difficoltà dei Paesi più deboli (che in questo momento vedono in prima fila sempre la Grecia, ma subito dopo l’Italia) sono l’altra faccia della medaglia dello straordinario successo dell’export tedesco e olandese, l’Europa potrebbe lanciare qualche ulteriore salvagente ai paesi più indebitati.

Questo però richiede la paziente costruzione di accordi, accompagnata, da parte nostra, da segnali di credibilità, per convincere i nostri partner d’oltralpe che non siamo i soliti furbi o scialacquoni.

Ma di simili accordi non c’è speranza se il comportamento del Grande Indebitato (cioè noi) continuerà ad essere una miscela di ingredienti poco qualificanti, come: facili promesse di distribuire soldi agli elettori (che è cosa diversa da un serio programma di rilancio dell’occupazione e anche da una coerente politica di riduzione della disuguaglianza);

pretese di vario genere nei confronti dell’Unione (vi ricordate quei 250 miliardi che si pretendeva che la Banca Centrale Europea ci abbuonasse?), a fronte di una persistente incapacità di spendere bene e nei tempi dovuti i fondi europei che ci vengono assegnati; strafottenza alternata al più classico “Allora io non gioco più” (“Noi usciamo come la Gran Bretagna, noi non paghiamo i contributi annuali,…”), il tutto condito di insolenze verso alcuni leader di altri paesi dell’Unione.

L’Europa è un’opportunità storica irripetibile, preziosissima, fondamentale per l’Italia e per tutto il Vecchio Continente nei decenni a venire. Ma richiede nei paesi membri, a cominciare dal nostro, una politica capace di un’intelligenza e di una visione adeguate all’importanza della sfida.

 

 

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