Perché ammazzare un prete?

Il barbaro sgozzamento di padre Jacques Hamer a Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia, segna un ulteriore passo in avanti nell'escalation del terrorismo che si richiama abusivamente all'Islam: come uccidere un uomo di Dio in nome di Dio? La spirale mediatica
Rouen

Un attacco terroristico ancora una volta in Francia: purtroppo non è più una novità. Ma un attacco di questo tipo in una chiesa cattolica in terra di Europa: questo sì. Non eravamo abituati e, soprattutto, nonostante le minacce arrivate più volte dall’Isis, forse, non credevamo che sarebbe potuto succedere. Invece è successo, con grande raccapriccio di tutti. Stamattina una collega francese che si trova da quelle parti in vacanza presso la madre anziana mi scriveva dello smarrimento della gente: «Non sappiamo più cosa pensare e cosa fare!». Attaccare e uccidere mentre si prega, durante la celebrazione della messa – era successo in altri contesti, con mons. Romero, per esempio – è un atto inconcepibile e non può essere commesso in nome della religione, qualsiasi essa sia. In Europa non ci siamo abituati, ma in altre parti del mondo, in Medio Oriente per esempio, è quasi una consuetudine. Negli ultimi anni, spesso attacchi e massacri sono stati perpetrati in moschee o in chiese durante le celebrazioni religiose, nel corso della preghiera del venerdì nelle moschee e di messe o altre espressioni di culto nelle chiese cristiane.

 

Nessun uomo o donna che crede in Dio può pensare di uccidere in nome di Dio chi Dio sta pregando, elevando a Lui la sua voce in qualsivoglia rito e tradizione. Per questo l’Isis si sta rivelando sempre più una organizzazione criminale e folle che, sebbene agisca in nome di una religione, niente ha a che fare con quella fede. Per questo mi è parsa molto significativa, fra le tante lette dopo la tragedia di Rouen, la dichiarazione del presidente del Consiglio regionale del culto musulmano dell’Alta Normandia. L’imam Mohamed Karabila, ha affermato di essere “sconvolto per la morte” del suo “amico” sacerdote ucciso in modo barbaro dai due giovani attentatori ieri. «Non riesco a capire […] assicuriamo tutte le nostre preghiere per la sua famiglia e la comunità cattolica».

 

Quanto ha dichiarato l’imam francese va incontro alle dichiarazioni, pubblicate in un'intervista al cardinale austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna. Schönborn, come informa un articolo di Vatican Insider de la Stampa di Torino, aveva dichiarato, nel corso di un’intervista apparsa sul quotidiano austriaco Der Standard, di aspettarsi «prese di posizione più chiare da parte delle autorità musulmane» contro il terrorismo di matrice jiahdista. In effetti, senza puntare il dito verso i musulmani, il cardinale austriaco ha sottolineato che «sia giusto o meno, il terrore ha in questo momento una etichetta islamica», e i terroristi si definiscono come aderenti all’Islam, non al cristianesimo o ad altre religioni. Questo è «un grande problema per l’islam». D’altra parte, l’arcivescovo di Vienna ammette che anche la Bibbia contiene «molti passaggi crudeli», «anche nel cristianesimo si trovano radici di violenza», e il cristianesimo è stato «non a torto accusato» per la sua «brutta storia di violenza» del passato. Niente sconti, dunque, a quanto come cristiani dobbiamo pur ammettere di aver sbagliato. Al contempo il cardinale domenicano ha anche riconosciuto che il cristianesimo ha elaborato il proprio «capitolo di violenza», prendendone le distanze. Soprattutto nei confronti dell’antisemitismo o delle guerre di religione. Il processo è comunque abbastanza recente e, ammette  Schönborn, «anche noi siamo andati attraverso un processo di apprendimento», e «senza l’orrore dell’olocausto verosimilmente il cristianesimo non avrebbe fatto una chiara confessione dell’antisemitismo».

 

Inoltre, Schönborn ricorda – e lo ripetiamo costantemente anche noi sulla nostra rivista – che «il maggior numero tra le vittime del terrore sono musulmane». Non dobbiamo dimenticarlo, correndo il rischio di restare choccati solo quando succedono avvenimenti tragici in Europa o che colpiscono i cristiani. Anche recentemente il terrorismo o, forse meglio, la follia omicida e suicida, non ha fatto sconti. Ecco, forse l’aspetto della follia è spesso sottovalutato. Quanto l’Isis è riuscita a realizzare è stato un progressivo lavaggio del cervello che ha provocato e continua a provocare le reazioni più disparate: paura fino al terrore in alcuni, odio nei confronti dell’Islam e dei musulmani in altri, ma anche pericolosi meccanismi di emulazione in menti più labili. Difficile trovare una definizione per un uomo, chiunque egli sia, che lancia un camion a falciare decine di persone inermi sulla strada, falcidiando anche bambini, o per chi entra in una chiesa a sgozzare un anziano sacerdote e farsi scudo di alcuni fedeli, fra cui delle suore, o ancora per chi si fa saltare in aria massacrando decine di persone della stessa fede ma di diversa tradizione. Senza dubbio la componente di squilibrio mentale non deve essere sottovalutata.

 

Per questo, forse senza che ce ne accorgessimo, le reazioni dei media nel corso degli ultimi mesi hanno suscitato più problemi che soluzioni. Hanno fatto, come si era detto anche su queste pagine, il gioco dell’Isis, creando una spirale in cui siamo ora tutti coinvolti in modi diversi, ma altrettanto pericolosi e micidiali per le conseguenze che potranno continuare ad esserci. Si tratta di combattere non solo contro le armi e gli attacchi suicidi, cercando di garantire la sicurezza dei cittadini (e lo si dovrebbe fare non solo per l’Europa occidentale), ma di scatenare un'ondata capace di neutralizzare la guerra mediatica dell’Isis, vera minaccia, spesso latente, per il futuro.

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