Pasqua in Israele

Ci sono più contagiati in una cittadina abitata dagli “haredim”, ortodossi ebrei, che a Tel Aviv o Gerusalemme. La chiusura è totale nel Paese. Eppure si festeggia il 14 del mese di Nisan.

È tempo di Pasqua a Gerusalemme e in Israele, anche senza turisti e pellegrini, e nonostante le disposizioni restrittive: aeroporti bloccati, scuole vuote, bar e ristoranti chiusi, distanziamento sociale e divieto di raggruppamenti oltre le 10 persone, 40 mila abitanti in quarantena. Le festività ebraiche di Pesach sono iniziate l’8 aprile e dureranno fino al 16. La Pasqua dei cristiani latini cadrà invece domenica 12 e quella degli ortodossi e delle chiese orientali il 19.

Le differenze di data sottolineano i diversi modi di calcolare il tempo e la varietà delle narrazioni specifiche, ma la festa in quanto tale è centrata su un’unica data riconosciuta da tutti: il 14 del mese di Nisan dell’antico calendario ebraico. A Gerusalemme in questi giorni l’augurio di una felice Pasqua (Pesach Sameach) assume una valenza più intensa, essenziale rispetto agli anni scorsi: senza folla, processioni e preghiere pubbliche. Per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19, dal 25 marzo il governo israeliano ha decretato la chiusura anche di tutti i luoghi di culto del Paese (sinagoghe, moschee e chiese), compresi il Muro occidentale del Tempio (il cosiddetto Muro del pianto) e il Santo Sepolcro, luoghi di universale venerazione rispettivamente per ebrei e cristiani. Le disposizioni del governo hanno in qualche modo forzato la mano anche al ministro israeliano della Salute, il rabbino Ya’kov Litzman, che era personalmente restio alla chiusura. Ma anche lui è risultato positivo ai test e, insieme alla moglie, è in quarantena a casa.

Per quanto riguarda i cristiani, il patriarca greco-ortodosso, il custode di Terrasanta e il patriarca armeno hanno tentato di ottenere il permesso per accedere personalmente (con le dovute cautele) al Santo Sepolcro, almeno nei giorni del triduo pasquale, ma senza esito, anche perché si dovrebbe concedere un analogo permesso a numerosi rabbini che chiedono di celebrare la Pasqua ebraica nelle sinagoghe, senza contare gli imam musulmani che vorrebbero accedere alla spianata delle moschee, dove si trovano la Cupola della roccia e la moschea al-Aqsa, anch’esse chiuse.

I riti pasquali al Santo Sepolcro potranno celebrarli a turno (in ogni caso con le dovute cautele) i monaci e i frati che vivono all’interno del complesso basilicale, nei monasteri e nel convento che vi si trovano. Ma il grande portone della maggiore basilica cristiana rimarrà chiuso a tempo indeterminato per disposizione del governo. Una chiusura così assoluta per motivi di contagio non si verificava da quasi 7 secoli, dai tempi della peste nera, nel XIV secolo.

Nel Paese l’epidemia avanza: al 6 aprile erano ufficialmente quasi 9 mila i contagiati e 57 i deceduti per Covid-19. Una zona rossa molto particolare, la prima istituita, è la città di Bnei Brak, 6 chilometri a Est di Tel Aviv, dove risiedono numerose comunità di haredim, coloro che vengono impropriamente indicati come ebrei ultra-ortodossi. Gli haredim, che sono circa il 12% della popolazione israeliana, per scelta non leggono giornali, non hanno televisione né Internet, e le famiglie sono molto numerose (in media 7 figli per donna). Appartengono a numerosi gruppi, grandi e piccoli, e vivono a stretto contatto con le loro comunità, spesso pregando insieme tre volte al giorno. A Bnei Brak (200 mila abitanti), il numero di contagi è superiore a quello riscontrato a Gerusalemme e Tel Aviv, città molto più grandi. Secondo stime fatte dall’Associazione sanitaria Maccabi, quasi il 40% degli abitanti di Bnei Brak sarebbe positiva al virus, con decine di migliaia di contagi non registrati, spesso tenuti nascosti. Il governo ha inviato sul posto due battaglioni di paracadutisti per rinforzare l’azione di blocco, controllo e assistenza attuata dalle forze di polizia, non senza le proteste di alcuni abitanti.

L’esecutivo israeliano, che c’è già e non ancora dopo tre elezioni in meno di un anno, sembra puntare molto su un controllo tramite app degli spostamenti dei contagiati e, a livello strategico, sulla produzione del vaccino, l’unica vera soluzione alla pandemia. Il vaccino contro il coronavirus potrebbe uscire proprio dai laboratori del Migal, un’eccellenza nel campo delle ricerche biologiche, o dell’Israel Institute for Biologic Research, un centro dell’esercito e specializzato nella difesa da attacchi batteriologici, che sembrano già molto avanti nella sperimentazione. Certo ci vorranno mesi per arrivare a un farmaco sicuro rispettando i rigidi protocolli scientifici stabiliti dall’Oms, o in inglese Who, l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma i ricercatori israeliani, insieme alla comunità scientifica mondiale, hanno certamente il know-how per raggiungere questo obiettivo che tutto il mondo attende con ansia.

 

 

 

 

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