Pasqua 2011. Le domande di Benedetto XVI

Il pontefice, nei discorsi e nelle omelie ha voluto consegnare a credenti e non un orientamento, una chiave di lettura per le lacerazioni e le crisi del nostro tempo
Benedetto XVI venerdì santo
La Pasqua 2011 per Benedetto XVI sarà certamente ricordata per la sua inattesa uscita mediatica, sul programma di Raiuno, A Sua immagine, durante il quale ha risposto a delle domande formulate da persone di vari paesi. Il Papa ha voluto dare un indirizzo su alcuni temi scottanti di attualità: il Giappone, la Costa d’Avorio, l’Iraq. Non ha, neppure, tralasciato i perché della quotidianità: il senso del dolore, il valore dell’anima, la fede nella resurrezione. Gli interrogativi hanno accompagnato, sotto varie angolazioni tutte le celebrazioni della settimana santa presiedute dal Pontefice, che stavolta però non si è accontentato di risposte pacificanti, tutt’altro ha voluto, in certo senso, scuotere cristiani e non cristiani invitandoli a dare ragione di comportamenti, scelte, azioni che ben poco hanno a che fare con Dio e con la fede. Ogni sua omelia, ogni discorso sono stati una spinta alla ricerca, al mettersi in discussione, all’orientare la bussola della propria vita personale, ma anche di quella della comunità a cui si appartiene.  

 

È da leggersi in tale direzione il commento della messa del Crisma del Giovedì santo all’espressione di sant’Agostino: “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te”. «L’uomo è inquieto, – ha detto Benedetto XVI – perché tutto ciò che è temporale è troppo poco. Ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza e cerchiamo di bastare a noi stessi?». E poi richiamando con forza i cristiani alla testimonianza ha ribadito:« Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio?». Sono forti le parole del Papa verso i paesi occidentali, che per primi hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo: «Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo!».

 

Anche nella funzione del pomeriggioIn cena Domini incentrata della parabola sugli invitati a nozze che disdegnano l’invito o si presentano vestiti in modo inadeguato, il Papa ha voluto dare una sua chiave di lettura: «I posti vuoti al banchetto nuziale sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, bensì una realtà presente, proprio in quei Paesi ai quali Egli aveva manifestato la sua vicinanza particolare. Gesù sapeva anche di ospiti che sarebbero sì venuti, ma senza essere vestiti in modo nuziale – senza gioia per la sua vicinanza, seguendo solo un’abitudine, e con tutt’altro orientamento della loro vita». E riprendendo san Gregorio Magno domanda: «Che genere di persone sono quelle che vengono senza abito nuziale?».

 

Nella veglia di Pasqua sono la ragione e la libertà a cuore dell’omelia. Le letture bibliche illustrano, per il Papa, il concetto che la ragione stava sempre all’origine di tutto, ma con essa Dio «ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio».

 

Ed è alla certezza di questa bontà a cui invita a guardare Benedetto XVI, anche nell’incomprensibile avversità della natura, come in Giappone e nel dolore senza risposta di un figlio paraplegico o nelle guerre in Iraq e Costa d’Avorio e invita ad orientare a questa Ragione, a questa bontà, la propria vita: «Solo perché Dio ha creato il tutto, può darci vita e guidare la nostra vita». Un orientamento che porta poi a guardare al bene comune, ai rifugiati, ai profughi, alle vittime delle guerre che il papa ricorda nel messaggio Urbi et Orbi, elencando anche i risvolti più dolorosi di queste vicende. Ricorda chi soffre e ricorda chi da sollievo alle sofferenze, chi consola, chi si prodiga per la pace »senza badare alla loro posizione o confessione religiosa» perché per il Papa, scoprire Dio significa assumersi «responsabilità verso la creazione» e da questo nessuno può e deve sentirsi escluso.  

 

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