Da Papa Francesco sette parole per lo sport

Un fine settimana memorabile per lo sport, non per medaglie o record da registrare, ma per una straordinaria intervista che, tramite don Marco Pozza, papa Francesco ha rilasciato ai colleghi della Gazzetta dello Sport
(AP Photo/Luca Zennaro, Pool)

Sette parole cardine per la una visione integrale dello sport come motore di vita: un vero e proprio manifesto, anche pastorale, quello dedicato da Papa Francesco al mondo sportivo attraverso un’emozionante intervista rilasciata ai colleghi della Gazzetta dello Sport, omaggiati anche di una telefonata diretta con tanto di caloroso ringraziamento da parte del pontefice. Un’intervista ad ampio raggio, con ricordi personali e riflessioni da meditare, dalla quale ogni lettore potrà certamente carpire quanto ritiene più vicino al proprio vissuto personale. Ripercorriamo in sintesi i sette punti citati da Francesco nella prima parte.

LEALTÀ: contro la tentazione della scorciatoia

“Prendere le scorciatoie è una delle tentazioni con cui spesso abbiamo a che fare nella vita: pensiamo sia la soluzione immediata e più conveniente ma quasi sempre conduce a degli esiti negativi. La scorciatoia, infatti, è l’arte di imbrogliare le carte. Penso, ad esempio, a chi va in montagna: la tentazione di cercare scorciatoie per giungere prima alla vetta, anziché percorrere sentieri segnati, nasconde spesso e inevitabilmente un lato tragico. Questo capita anche nell’allenamento delle differenti discipline sportive: l’obiettivo di portare la competizione sempre più al limite può condurre a cercare scorciatoie che possono manifestarsi attraverso qualcuno che dice: ‘Conosco una scorciatoia per arrivare prima’. Il gioco e lo sport in genere sono belli quando si rispettano le regole: senza regole infatti, ci sarebbe anarchia, confusione totale. Rispettare le regole è accettare la sfida di battersi con l’avversario in maniera leale. Per quanto riguarda, poi, la pratica del doping nello sport non solo è un imbroglio, una scorciatoia che annulla la dignità, ma è anche volere rubare a Dio quella scintilla che, per i suoi disegni misteriosi, ha dato ad alcuni in forma speciale e maggiore”.

IMPEGNO: il talento è nulla senza applicazione

“La storia, non solo quella sportiva, racconta di tanta gente di talento che si è poi persa strada facendo. La stessa parabola dei talenti (Mt 25,14-30) ci viene in aiuto in questa riflessione: il servo che al ritorno del padrone restituisce il talento ricevuto, che per paura aveva nascosto sotto terra, viene considerato malvagio non perché ha rubato ma proprio perché non ha messo a frutto ciò che aveva ricevuto in dono. Nello sport non basta avere talento per vincere: occorre custodirlo, plasmarlo, allenarlo, viverlo come l’occasione per inseguire e manifestare il meglio di noi. La parabola di Matteo ci insegna che Gesù è un allenatore esigente: se sotterri il talento, non fai più parte della sua squadra. Dunque avere talento è un privilegio ma anche e soprattutto una responsabilità, di quelle rischiose da custodire”.

SACRIFICIO: il significato della fatica

“A nessuno piace fare fatica perché la fatica è un peso che ti spezza. Se, però, nella fatica riesci a trovare un significato, allora il suo giogo si fa più lieve. L’atleta è un po’ come il santo: conosce la fatica ma non gli pesa perché, nella fatica, è capace di intravedere oltre, qualcos’altro. Trova una motivazione, che gli permette non solo di affrontare la fatica ma quasi di rallegrarsi per essa: senza motivazione, infatti, non si può affrontare il sacrificio. Il sacrificio, poi, richiede disciplina perché possa diventare successo. Penso, ad esempio, alla specialità del getto del peso: non è il peso, il carico, che ti fa cadere, ma come lo porti e lo lanci. Se non resti concentrato sull’obiettivo e non hai una motivazione forte, il peso ti sbilancia e ti farà cadere a terra”.

INCLUSIONE: ripartenza verso le Olimpiadi 2021

“Chiediamo al Signore la grazia di poterci avviare verso un anno di ripartenza di tutto. Penso, ad esempio, al dramma della mancanza di lavoro e della conseguente sempre maggiore disparità tra chi ha e chi ha perso anche quel poco che aveva. Certamente le Olimpiadi, di cui ho sempre apprezzato il desiderio innato di costruire ponti invece che muri, possono rappresentare anche simbolicamente il segno di una partenza nuova e con il cuore nuovo. All’inizio dell’esperienza delle Olimpiadi, infatti, si prevedeva addirittura la tregua dalle guerre nel tempo delle competizioni. Ogni quattro anni, il mondo ha la possibilità di fermarsi per chiedersi come sta, come stanno gli altri, qual è il termometro di tutto. Non per nulla certe gesta olimpiche sono diventate simbolo di una lotta: pensiamo al razzismo, all’esclusione, alla diversità. Celebrare le olimpiadi è una delle forme più alte di ecumenismo umano, di condivisione della fatica per un mondo migliore”.

Papa Francesco con la squadra esibizionistica di pallacanestro Harlem globetrotters (L’Osservatore Romano/Pool Photo via AP)

SPIRITO DI GRUPPO: solo come squadra, ci si salva

“Nessuno si salva da solo. E come credente posso attestare che la fede non è un monologo, bensì un dialogo, una conversazione. Pensiamo ad esempio a Mosè che, sul monte, dice a Dio di salvare anche il popolo, non solo lui (cfr Es 32). Verrebbe da dire, usando una metafora sportiva, che ci potremmo salvare solamente come squadra. Lo sport ha questo di bello: che tutto funziona avendo una squadra come cabina di regia. Gli sport di squadra assomigliano a un’orchestra: ciascuno dà il meglio di sé per quanto gli compete sotto la sapiente direzione del maestro d’orchestra. O si gioca insieme, oppure si rischia di schiantare. È così che piccoli gruppi, capaci però di restare uniti, riescono a battere squadroni incapaci di collaborare assieme. C’è un proverbio d’Africa che dice che ‘se una squadra di formiche si mette d’accordo, è capace di spostare un elefante’. Non funziona solamente nello sport questo”.

ASCESI: riscoprire lo stupore

“Se penso alla storia di tantissimi santi e sante è evidente che fare ascesi non significa solo rinunciare, distaccarsi, fare esperienza del dolore. L’ascesi è un po’ come abitare nelle periferie: ti permette di vedere e comprendere meglio il centro: estraniarsi dal mondo per immergersi ancora meglio. Nell’antichità anche il soldato era un asceta: infatti è l’esercizio che rende asceti e proprio attraverso l’esercizio costante e faticoso si affina qualche abilità. Lo sport rappresenta tutto questo molto bene: mi immagino le scalate sugli Ottomila metri, le immersioni negli abissi, le attraversate degli oceani come dei tentativi per ricercare una dimensione diversa, più alta, meno abituale. È riscoprire la possibilità dello stupore”.

RISCATTO: la fame e il sudore

“Non basta sognare il successo, occorre svegliarsi e lavorare sodo. È per questo che lo sport è pieno di gente che, col sudore della fronte, ha battuto chi era nato con il talento in tasca. I poveri hanno sete di riscatto: offri loro un libro, un paio di scarpette, una palla e si mostrano capaci di gesta impensabili. La fame, quella vera, è la motivazione più formidabile per il cuore: è mostrare al mondo di valere, è cogliere l’unica occasione che ti danno e giocartela. Questa è gente che non vuole farsi raccontare la vita, vuole vederla con i suoi occhi. Ha fame, tanta fame di riscatto. Per questo certe vittorie portano a commuoversi”.

Sembrerebbero le basi di una di quelle fondamentali sessioni di coaching da immortalare, se non fossero invece la visione sintetica di un papa profondamente appassionato di sport, venuto dai “confini del mondo”, proprio come il conterraneo Maradona, che definisce uomo fragile ma “poeta in campo che ha dato felicità al mondo”. Un manifesto #OltreLaBarriera dell’ordinario, che celebra un amore antico di Francesco per lo sport di base, maturato già negli anni di infanzia quanto andava con il padre allo stadio per tifare San Lorenzo, o quando giocava con l’unica palla disponibile, fatta di stracci. Un manifesto tra la vita e lo sport, che non scorderemo mai.

 

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